Joseph O'Connor
La fine della strada

"Tirò fuori l'ultima sigaretta e l'accese con cura. Bocca e naso le si riempirono di fumo. Gettò il pacchetto sopra il limitare della scogliera. Il vento, che ruggiva come un mostro, ghermì il pacchetto, lo scagliò verso l'alto. Le sembrò di sentire un battito d'ali."


Due esistenze in crisi si incontrano nelle pagine del nuovo romanzo di O'Connor. Sono due anime tormentate, due personaggi dal futuro incerto e segnati da un destino incancellabile. Uno, Martin Aitken, è uno stimato ispettore di polizia di Dublino che, dopo la morte del figlio travolto da un pirata della strada e l'abbandono della moglie, che ha scoperto un motivo di vita nell'attività di medium, non riesce a ritrovare un equilibrio personale. L'altra, Ellen, è un'americana in fuga dalla sua ricca famiglia, da Milton, il marito che la tradisce, dai figli viziati. Una donna non più giovane alla ricerca delle proprie radici e, in particolare, della madre che il 27 dicembre 1948 l'ha abbandonata nei pressi di Buncrana, in Irlanda. Nel dicembre del 1994, il destino unisce queste due vite nelle vie di Dublino. E le porta insieme in viaggio verso Inishowen, una penisola che si spinge verso l'oceano all'estremità più a nord dell'Irlanda, una zona povera, ventosa, circondata da un mare sempre in tempesta. "Nei tempi antichi i suoi abitanti credevano che Inishowen fosse la fine del mondo. Mi sembrava perfetto per Martin ed Ellen", ha detto O'Connor rispondendo a un giornalista che gli domandava il perché di questa ambientazione. Inishowen è la fine della strada. Ellen è molto malata e ha un limite oggettivo di tempo per ritrovare quella madre che in realtà le ha fatto sapere di non volerla rivedere. Martin aspira a una via d'uscita al suo personale dramma e si trova coinvolto in questa "investigazione" che va ben al di là del ritrovamento di una persona. È la disperata ricerca di un significato per l'esistenza.
È l'Irlanda antica che emerge dal racconto, mescolata indissolubilmente con quella moderna: povertà e infelicità unite a progresso e speranza, antichi retaggi di cieca rigidità dogmatica e di ignorante conformismo che si stemperano in una società aperta e tollerante. Di tutto questo parla O'Connor. "Liberati dall'ombra di Joyce e Yeats possiamo finalmente tornare a scrivere", ha dichiarato in un'intervista l'autore. Ma con una rabbia nuova, con un diverso senso dell'esistenza e del suo scopo: in fondo una corsa verso la morte, ma che possiamo fare in compagnia alleviando l'uno i dolori dell'altro.


La fine della strada di Joseph O'Connor
Titolo originale dell'opera: Inishowen

Traduzione di Massimo Bocchiola Pag. 486, Lire 29.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-283-8




Le prime righe

VENERDÌ 23 DICEMBRE 1994

1


L'antivigilia di Natale del 1994, a mezzogiorno meno dieci, un elettricista fuori servizio di nome Dermot Shouldice fu avvicinato davanti alla stazione degli autobus di Busaras, a Dublino centro-nord, da una donna con i capelli grigi, magrissima, elegante, che lui prese per una svitata. A occhio la donna poteva avere dai quarantacinque ai cinquant'anni. Mentre gli veniva incontro agitando le braccia, fendendo decisamente il delirio di luci, l'elettricista pensò che avrebbe preferito non trovarsi lì.
"Mi aiuti, signore" farfugliò lei con la voce strozzata e quello che Shouldice giudicò un accento americano. "La prego, signore, mi aiuti... io..." E stramazzò come se un corto circuito le avesse fatto saltare la valvola principale. Le si piegarono le ginocchia e barcollò indietro. Allora l'elettricista buttò via il suo sandwich di tacchino per sorreggerla mentre faceva un pensiero strano: nessuno lo aveva mai chiamato "signore".
Il tacco della scarpa destra le si era spezzato adagiandosi malinconicamente su un tombino. Sforzandosi di non farla cadere, stringendola saldamente in un lugubre e imbarazzato slow, Dermot Shouldice fissava quel tacco, come se ne potesse trarre ispirazione. Si sentiva sudare fra le scapole. Dio buono, quanto pesa. Come farà, in nome del cielo, a pesare tanto? Fu costretto a piegare le ginocchia. Una pioggia di monetine gli cadde di tasca e rimbalzò sul marciapiede.
Fu allora che l'elettricista notò nei pressi due scolarette in giacca blu che lo osservavano tristi dalla pensilina di un autobus. Una era bassa e tozza, l'altra alta e ossuta in un modo inquietante, a metà tra una morta e una zombie. La differenza di statura gli fece pensare a una commedia in due atti. Intanto la sconosciuta fra le sue braccia si accasciò in avanti, scivolando sulle ginocchia, con la testa abbandonata di lato e le membra ciondoloni come quelle di un burattino dai fili spezzati. Shouldice decise che era arrivato il momento di dire qualcosa.
"Eh... lo vedete cosa faccio alle donne?" scherzò con le ragazze.
Se non altro poté ripetere la stessa battuta una ventina di minuti dopo, descrivendo l'accaduto all'ispettore Martin Aitken della stazione di polizia di Pears Street, il quale riuscì a produrre una benevola risata mentre trascriveva la testimonianza sul taccuino.

© 2000, Ugo Guanda editore


L'autore
Joseph O'Connor è nato a Dublino nel 1963. In Italia sono già stati pubblicati il volume di racconti I veri credenti e i romanzi Cowboys & Indians e Il rappresentante.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




10 novembre 2000