Amos Oz e Matteo Bellinelli
Il senso della pace
Intervista di Matteo Bellinelli

"L'umorismo è la migliore forma di immunità contro il fanatismo e l'odio. L'ironia, e soprattutto la capacità di ridere di noi stessi. Se dovessi basare le relazioni universali tra gli esseri umani su qualcosa di preciso, non sceglierei l'amore ma un minerale diverso e più prezioso: l'ironia, l'autoironia".


Molte le ragioni d'interesse di questo libro-intervista: prima di tutto l'attualità ci spinge ad approfondire il tema del rapporto pacifico tra israeliani e palestinesi, a osservare tutti gli elementi di convivenza possibile tra i due popoli, ad ascoltare ogni voce di pace con attenzione particolare, come se sottovalutare dei contributi positivi fosse di per sé colpevole. E se la "voce" appartiene al maggiore scrittore e intellettuale israeliano, vero e unico "classico" di quella giovane cultura, va tenuta in grande considerazione e va amplificata così da mostrare come all'interno della popolazione israeliana e della sua élite culturale esistano posizioni discordanti e in forte dissenso con la pratica militare e politica di quel paese.
Oz nasce da una famiglia ebrea polacca trasmigrata in Palestina nel 1931 quando l'antisemitismo iniziava ad avere, un po' ovunque, un grosso peso, tanto che le richieste di visto, presentate dal nonno, per Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania (fortunatamente in questo caso) erano state tutte respinte. La Palestina quindi era stata una specie di scelta obbligata che non aveva mai placato la fortissima nostalgia per l'Europa che lo scrittore sentì intorno a sé, in tutta la sua famiglia e per tutta l'infanzia. Il plurilinguismo che i suoi genitori praticavano non venne però trasmesso al figlio: per scelta precisa Amos venne cresciuto nel solo uso della lingua israeliana, giovane e ancora povera di lessico, formazione che gli permetterà poi di diventare il "creatore" di una vera e propria lingua letteraria, originale e affascinante, e di trasformarsi così in un raro caso di "classico vivente".
La prima casa in cui visse fu di certo claustrofobica, piccolissima e piena zeppa di libri; dopo il suicidio della madre il giovane Amos capì, anche se aveva solo tredici anni, di non voler più vivere in modo isolato e puramente intellettuale, circondato da libri e non da esseri umani, così come i suoi genitori avevano sempre fatto, comportamento che, secondo lui, aveva portato all'atto disperato della madre. Così, ribellatosi al padre, assunto il cognome ebraico di Oz, andò a vivere da solo in un kibbutz (e vi resterà per trent'anni) dove pensava di sviluppare prioritariamente la sua forza fisica, facendo lavori di tipo manuale, ma in realtà fu proprio lì che iniziò a scrivere poesie e racconti e, nello stesso periodo, iniziò a scoprire che cosa fosse l'amore. Una vocazione letteraria che è sempre stata sostanzialmente desiderio d'ordine: "Scrivere per me significa mettere le cose là dove devono stare. Sia che si tratti di mettere una parola al posto giusto in una frase, o un personaggio, o un'azione... L'atto di scrivere consiste nel mettere le cose al loro giusto posto".
Interessanti sono tutte le considerazioni che lo scrittore fa sulla lingua ebraica, antica e modernissima, ricca di influenze linguistiche francesi, inglesi, tedesche, e così malleabile da permettere infinite libertà. Appunto l'amore per la libertà porta a utilizzare l'arte dello scrivere per tentare un'operazione straordinaria: cambiare il passato, atto che neppure Dio può osare.
Così dichiara che quando è in pace con se stesso non scrive romanzi (Il concepimento di una storia o di un romanzo risiede nella somma di un certo numero di voci conflittuali e contraddittorie) e quando ha l'urgenza di esprimere un concetto, un principio, un'urgenza morale, scrive un saggio o un articolo giornalistico. Usando penne di "due colori" per la narrativa e la saggistica, Amos Oz ci offre l'esempio di quanto possano essere produttivi sdegno, amore, voglia di capire e sofferenza per ingiustizie, imperfezioni e errori. Così lo sguardo rivolto ai più giovani compatrioti, sguardo di stupore e di ansia, non impedisce di osservare con altrettanta attenzione e comprensione l'angoscia dei giovani palestinesi.
Quale soluzione si può credibilmente prospettare alla grave crisi di questo ultimo periodo? "Dobbiamo assolutamente giungere a una soluzione che preveda due stati distinti e separati, perché questi due popoli hanno dimostrato che non possono vivere come un'unica grande famiglia felice. Non ora, non in questa generazione".


Il senso della pace di Amos Oz. Intervista di Matteo Bellinelli
Pag. 73, Lire 12.000 - Edizioni Casagrande (Interviste e saggi brevi)
ISBN 88-7713-319-8




Le prime righe

Introduzione

Amos Oz, lo scrittore israeliano più celebre all'estero e più controverso in patria, vive ad Arad, una cittadina sorta dal nulla, alcune decine di anni fa, alle porte del deserto del Negev.
Oz ama la quiete del deserto, è un assiduo frequentatore delle sue notti, un ammiratore discreto delle sue luci e delle sue bellezze diurne. Un uomo che ha scelto di vivere ai margini del mondo? Per niente.
Omos Oz in Israele continua ad essere un uomo scomodo che non smette di dire la verità, la sua verità. Era un intellettuale di sinistra quando si è battuto, a più riprese, nei corpi speciali dell'Esercito israeliano; in particolare nella guerra dei sei giorni, quando fu tra i primi soldati a "riconquistare" Gerusalemme.
Era un intellettuale di sinistra quando, alla fine degli anni Sessanta, è stato tra gli ispiratori e fondatori del movimento "Peace now", che auspicava un autentico dialogo di pace tra israeliani e palestinesi.
Ed è ancora un intellettuale di sinistra ora, che si batte con forza per i diritti degli arabi israeliani e per la creazione di uno stato palestinese.
Il nostro lungo incontro ad Arad, durato tre giorni e consumato tra i mille e mille libri del suo studio, le piccole piazze di una cittadina ormai stracolma di freschi immigrati ebrei provenienti dall'Est europeo, e le passeggiate nel deserto, è iniziato con questi suoi brevi racconti: "Le prime parole inglesi che ho pronunciato da bambino furono 'British go home', la frase che io e i bambini del mio quartiere urlavamo lanciando pietre alle pattuglie dei soldati inglesi che sorvegliavano le strade. Così per qualche tempo io sono stato un piccolo ragazzo dell'intifada ebraica contro gli inglesi".
Il piccolo ragazzo dell'intifada ebraica, divenuto una delle più ispirate guide morali d'Israele, aggiunge: "Nella notte tra il 14 e il 15 maggio del 1948, quando Israele dichiarò l'indipendenza e gli inglesi lasciarono la Palestina, mio padre venne nella mia cameretta e nel buio più totale si stese al mio fianco, nel mio letto. 'Da bambino a scuola, in Russia e poi in Polonia, mi picchiavano perché ero ebreo, mi disse. Può anche darsi che a scuola tu le prenda, ma non perché sei ebreo. È questo il senso dello stato d'Israele'".
Mi piace credere, se ho davvero capito l'uomo Oz (affettuoso, generoso e divertente) e il suo profondo amore per gli uomini e la pace, che questo, che anche questo sia il senso di ogni stato, presente o a venire.

MATTEO BELLINELLI



© 2000, Edizioni Casagrande


Gli autori
Amos Oz è nato a Gerusalemme nel 1939. È uno dei più grandi scrittori di Israele. Le sue opere sono state tradotte in ventotto lingue e hanno ottenuto moltissimi premi internazionali. È sposato, ha due figlie e un figlio e vive ad Arad, in Israele. Tra i libri pubblicati in Italia: Conoscere una donna, Michael mio, Soumchi, Una pantera in cantina, il saggio In terra d'Israele e Lo stesso mare.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




10 novembre 2000