foto Effigie

I libri di Paolo Crepet
sono ordinabili presso
Internet Bookshop




Paolo Crepet

Uno psicologo-scrittore che ha sempre dimostrato nella professione e nella scrittura particolare attenzione e sensibilità alle problematiche giovanili. E che sa raccontare l'emozione della lettura.


Su quali letture ti sei formato?

D a bambino sono cresciuto con le fiabe di Calvino, che praticamente sapevo a memoria e che ho letto e riletto fino all'adolescenza: è stata proprio la colonna sonora della mia infanzia. Poi, un po' più tardi, sono iniziate le scelte autonome. In mezzo c'è stato un periodo di black-out, anni in cui non ho letto quasi nulla.

Quando hai ripreso a leggere?

I n occasione di un amore: lei era più vecchia di me e mi sembrava una donna matura (aveva vent'anni e io quindici), però era molto intellettuale e io mi vergognavo di aver letto così poco. Allora mi sono messo a leggere come un matto, facilitato dal fatto che a casa c'era una ricca e bella biblioteca, insomma c'era tutto quello che occorreva per la crescita culturale di un adolescente.

Quali autori di quel periodo ricordi?

Pavese, prima di tutto, praticamente a memoria. E tutto quel filone, Fenoglio ad esempio, e poi Buzzati che mi è sempre piaciuto molto e che continuo, anche oggi, a proporre nelle scuole.
Io leggo molto, moltissimo, nelle scuole: faccio degli itinerari di lettura soprattutto di classici, con una logica, un senso, ad esempio, ritagliato sul tema dell'identità. Leggo Maupassant, Poe, Buzzati per l'appunto, Baudelaire, Borges...

Le tue ultime letture?

Q uesta estate ho soprattutto scritto. Ho letto un libro che mi è molto piaciuto molto, un'opera di Sciascia su di un viaggio in Spagna, adoro Sciascia e anche questa è una mia lettura "antica".

Qual è il tuo cosiddetto "libro del cuore"?

N on ce l'ho e penso che sia ingiusto averne uno.

Quali letture hai un po' trascurato?

H o letto meno la letteratura del nord Europa e questo mi dispiace, e meno anche la letteratura tedesca, anche se Hermann Hesse per me è stato un autore di enorme importanza. Ho tentato anche di spiegarne la vita ai ragazzi, nei miei incontri nelle scuole. Credo che sia importante, soprattutto per i giovani, conoscere le vite degli scrittori perché riescano a capire meglio quello che questi hanno scritto e perché lo hanno fatto. È importante sapere che cosa c'è stato nella loro vita emozionale, non tanto negli accadimenti, nella biografia ufficiale che non spiega molto dell'uomo scrittore, quanto la vicenda relazionale, affettiva, ad esempio i rapporti col padre. Oltre ad alcuni celeberrimi scritti di Kafka o Leopardi, molti testi sono stati fondamentali, e non solo per me, per spiegare le relazioni familiari. Credo sia importante far capire ai giovani che gran parte della creatività, della capacità di scrittura di un artista, di un musicista, di un pittore, oltre che di uno scrittore, passa attraverso la tragicità: chi non ha conosciuto tragicità non è mai stato un grande. Non do mai formule assolute, ma su questo concetto sarei disponibile a giocarmi la mano destra, e questo va spiegato ai ragazzi perché spesso credono che le persone di successo abbiano viaggiato sempre in autostrada e non è vero. Non è importante ciò che piace, ci si può innamorare di questo o di quell'altro scrittore, scoprire i classici o i contemporanei: credo che ci siano anche diverse fasi della vita, l'importante è leggere...

Il fatto che i ragazzi, mediamente, non leggano molto, è legato alla poca attitudine della scuola ad invogliare alla lettura?

I ragazzi, prima di tutto, leggono più degli adulti e le ragazze ancor più dei maschi. Se gli italiani leggessero quanto le ragazze, saremmo in un altro pianeta culturale. Purtroppo molti smettono di leggere dopo la scuola e questo dipende anche dal fatto che gli insegnanti stessi non leggono molto: è questo il vero problema. Tutto ciò appartiene a una questione complicata che è "l'insegnare le passioni": non c'è modo di insegnarle, se non essendo appassionati, perché non si può fare un esercizio esterno a sé. Penso che sia importantissimo leggere coralmente e dovrebbe però farlo chi sa emozionarsi con un testo e mi domando quanti professori di italiano abbiano pianto, leggendo Leopardi. Ben pochi, credo. Se un insegnante avesse la civiltà di leggere qualche cosa di straordinariamente emozionante, essendo lui stesso emozionato, insegnerebbe davvero. Allora almeno due studenti della classe forse si direbbero: "Quasi quasi mi leggo Tolstoj".

Di Grazia Casagrande


27 ottobre 2000