Patrizia Zappa Mulas
Rosa furia

L'anno della quinta elementare fu il più lungo di tutti. Scendevo malvolentieri al Parcheggio, non sapevo dove altro andare. Non mi attraeva il gruppo di bambine che si chiudeva nel cortile del cinque vigilato da un'asciutta portinaia.


Quando una bambina osserva il mondo che la circonda lo fa con occhi curiosi, con la voglia di capire com'è la realtà e come si comportano gli adulti: insomma tutto ciò che sa dover affrontare da lì a pochi anni.
Così la protagonista del romanzo, Vita, descrive la via della sua infanzia, via Amundsen, il gruppo di ragazzi che la popola, il quartiere di una città non precisata, osservando tutto e raccontandolo con lo sguardo stupito dell'infanzia e un po' smarrito dell'adolescenza. Vita è una bambina che gioca con i maschi: dato che ama il movimento e l'azione è ben accolta dal gruppetto di ragazzi che giocano per la via Amundsen, almeno finché non li sfiora l'adolescenza. Così, tra partite a pallone e incursioni nei cantieri chiusi, sperimenta, insieme agli amici, il gusto dell'avventura e del rischio in modo discretamente protetto.
Le altre "femmine" (i bambini quando parlano delle differenze di sesso tra loro, si definiscono appunto "maschi" e "femmine"), invece, spesso trascorrono i pomeriggi ferme sul marciapiede, a chiacchierare tra loro, bisbigliandosi nelle orecchie pettegolezzi e curiosità o al massimo tirando la palla contro il muro. Tra queste c'è Alberta, una bambina particolare, più solitaria delle altre, che nella sua diversità affascina e turba la protagonista-narratrice: Alberta è figlia della portinaia di uno stabile di via Amundsen, ha dei fratelli più piccoli, ma non sembra avere una padre, che non viene mai citato neppure come morto. La sua figurina solitaria e un po' strana si distingue tra il chiasso di bambini vocianti e perennemente in movimento.
I luoghi che tutti i ragazzi della via frequentano, godendo del carattere di "proibito" che questi hanno, sono il Cantiere (nelle ore in cui è chiuso) e il Giardino delle Suore, in stato di abbandono, ma ricco di fascino perché selvaggio e quasi inesplorato. Il giardino di rovi e sterpaglia, che talvolta nasconde in sé il profumo di qualche rosa sbocciata spontaneamente, è strenuamente difeso dalle suore che vogliono a tutti i costi impedirne la demolizione, rifiutandosi di cederlo ai nuovi ricchi vicini, portatori di una modernità estranea.
Passano gli anni, iniziano i primi turbamenti e le prime sconosciute emozioni. Sarà proprio Alberta, con un'esibizione segreta di canto e danza, a suscitare in Vita la sensazione che quell'amica sa cose a lei ignote e che è già entrata nel mondo dei "grandi".
Così quando dopo pochi mesi le viene data dalla madre la notizia, con grande imbarazzo di entrambe, che l'amica è incinta non è tanto lo stupore il sentimento dominante, quanto la pena.
Molto belle sono le pagine dedicate alla madre di Alberta: lei stessa ha vissuto con grande difficoltà, ha subito vergogna e amarezza, è stata in balia di uomini che l'hanno ricattata, per garantire la sopravvivenza a sé e ai figli, così non riesce a sopportare quell'ultimo insulto della vita e reagisce con rabbia, quasi con odio alla gravidanza di quella figlia di appena tredici anni. La ragazza verrà rinchiusa in una casa di accoglienza per ragazze madri, e qui riceverà la visita dell'antica compagna di giochi, Vita, una delle poche che ancora si ricordi di lei e ne provi pietà.
Il dialogo tra le due mostrerà però che si è creata una frattura insanabile tra loro: troppo diverse sono ormai le loro esperienze e, probabilmente, il loro futuro.
Questo libro dolce e doloroso può essere considerato un romanzo di formazione, anche se la protagonista non appare, alla fine, già adulta e definita, ma è proprio il passaggio cruciale dall'età infantile alla giovinezza che rappresenta oggi il più violento salto psicologico, la maggiore frattura, a cui una ragazza è sottoposta.


Rosa furia di Patrizia Zappa Mulas
Pag. 107, Lire 20.000 - Edizioni La Tartaruga
ISBN88-7738-300-3




Le prime righe

1
Esploratori


Alberta era arrivata per ultima in via Amudsen. Prima c'era solo la via Roald Amudsen esploratore - quel nome all'angolo della strada stava sospeso su di noi come una premonizione. Era il suono della nostra novità, lo spiraglio sull'universo che cominciava oltre l'angolo con via Cividale.
Via Roald Amudsen esploratore è stato il primo nome della città. La targa di pietra bianca affiorava dalla casa di Alberta a segnare il confine invalicabile del nostro territorio di traslocati in via Amudsen - i fortunati ad avere una via appena inventata cui non era stato ancora messo l'asfalto. Qualche automobile infilava lentamente la pista di terra battuta piena di buche che solo quell'insegna designava come strada e ci lasciava l'illusione che fosse solo nostra, una striscia di polvere, una parentesi strappata alle ciminiere e alle erbe selvatiche che scurivano l'orizzonte lattiginoso della pianura.
Allora via Amudsen somigliava alla bocca di un bambino che ha solo i primi denti. Cinque edifici isolati pendevano in silenzio sul nastro di terra che era la nostra amata strada. Solo un palazzetto giovane sorrideva con tre file di balconi che fingevano serate coi cocktail, il giradischi e tante sigarette. L'edificio delle Suore se ne stava serio e pallido a sorvegliare il proprio tesoro, il Giardino. Anche la casa di Alberta e la villa bombardata disdegnavano la strada per quell'aria frivola che il palazzetto le dava. Soprattutto la villa, scoperchiata da una graffiata antica quanto lei, fingeva non vedere niente dalle persiane sempre chiuse. Per ultimo un vecchio casamento sollevava la nuda fiancata a fare ombra su una fetta di prato. Questi quattro edifici anziani sapevano di frontiere nella nebbia, di avamposti in un cielo che ha affumicato ogni centimetro di intonaco, ogni davanzale. Le loro stinte tapparelle si alzavano ogni mattina come soldati e sopravvivevano senza piacersi tra i campi abbandonati, come reduci di una disfatta che si vergognano di incrociare gli sguardi. Il Cantiere era arrivato da poco con le sue palizzate di polvere a disturbare la loro sobrietà. Aveva portato il palazzetto nuovo, la luce dei primi lampioni, l'insegna all'angolo ma soprattutto un'atmosfera frivola da motori appena parcheggiati e vestiti corti che adesso anche via Amundsen aveva cominciato a sognare.

© 2000, La Tartaruga edizioni


L'autrice
Patrizia Zappa Mulas è nata a Milano e vive a Roma. Ha studiato danza alla Scala ed è diventata attrice di prosa. Ha debuttato come scrittrice nel 1998 con il romanzo L'orgogliosa.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




3 novembre 2000