Gaetano Savatteri
La congiura dei loquaci

"... da quel giorno non ho avuto pace, perché l'ingiustizia grande che mi colpì fu troppo enorme. Ho avuto molto tempo per pensare, ma ancora non ho capito perché nei miei confronti ci fu tanta malvagità."


Ad attirare la nostra attenzione sul libro di Savatteri è stata una bellissima recensione apparsa su La Stampa a firma Andrea Camilleri. La sua descrizione di questo libretto "narrativamente di alto livello" era appassionata, coinvolgente. Non potevamo ignorarla. Ed eccoci a parlare de La congiura dei loquaci, una storia tratta dalla realtà, ma raccontata come un romanzo, che ha alcune affinità proprio con l'opera di Camilleri, e non solo per l'ambientazione siciliana.
Un luogo comune vuole i siciliani particolarmente restii a collaborare con la giustizia: spesso vengono definiti omertosi. Ma alcuni protagonisti della vicenda raccontata nel libro di Savatteri smentiscono decisamente questa "diceria". Dopo l'omicidio del sindaco di Racalmuto, assassinato il 6 novembre 1944 sulla piazza del paese, molti testimoni si fanno avanti per dichiarare unanimemente che l'autore del delitto è un tal zolfataio, personaggio ignorante e "sgradevole", soprannominato Centodieci. Ma qual è il motivo di tanto zelo? E perché ai racalmutesi appare subito chiaro che Centodieci, seppur pieno di rancore nei confronti del sindaco, è un semplice capro espiatorio innocente? E perché, ancora, Centodieci dovrà pagare comunque con ventiquattro anni di carcere, tutti scontati? La "congiura dei loquaci" è servita per coprire il vero assassino e i suoi mandanti, questo è palese e appare evidente anche al tenente italo-americano Adano, giunto a Racalmuto per indagare sulla sparizione di alcuni camion militari, ma incuriosito sempre più da questo caso giudiziario dalla soluzione troppo rapida ed evidente.
Merito dell'autore, come scrive Camilleri, il "non avere ceduto a una moda oggi molto in voga: quella di scrivere un romanzo giallo, poliziesco, con una conduzione a indagine. Quella di Savatteri è una scelta di severità ... A Savatteri interessa dire lo stato delle cose con estrema oggettività". Ed è proprio qui il fascino di un testo breve e essenziale come questo. Il tenente Adano, che rappresenta il filo conduttore della vicenda, incontra anche il giovane Sciascia (nel romanzo Nanà), che forse era davvero presente nella piazza il giorno dell'omicidio, e con lui intrattiene un discorso di "contenuto", alla ricerca di una spiegazione per un sopruso evidente cui nessuno si ribella: un'ingiustizia atavica, una sorta di condanna a priori, che ha accompagnato da sempre la famiglia di Centodieci, come molte altre famiglie della Sicilia più povera e debole.
La lingua di Savatteri non è il dialetto di Camilleri, ma questo non diminuisce l'autenticità del racconto. Lo strano italo-americano di Adano regala al romanzo una certa ricerca terminologica, curiosa e spesso divertente. Ma è l'unica nota ironica di un testo surreale suo malgrado, di una vicenda che, essendo rubata alla realtà è ancora più drammatica e claustrofobica.


La congiura dei loquaci di Gaetano Savatteri
Pag. 204, Lit. 15.000 - Edizioni Sellerio (Il divano n.155)
ISBN 88-389-1633-0




Le prime righe

I


Il sindaco alle nove di sera era già morto. Ucciso da un proiettile di piccolo calibro, faceva macchia nella luce avara del caffè Cacioppo. Disteso faccia a terra, l'impermeabile chiaro chiazzato di sangue, le braccia ancora alte, quasi a ripararsi nell'estrema caduta. Un cerchio vuoto di folla ne segnava la presenza al centro della piazza.
Imprigionati nel caffè, dieci uomini si erano ritirati al fondo del locale: l'appuntato Nanìa ne prendeva i nomi, infreddolito e stanco, consapevole che nessuno di loro avrebbe mai dato un contributo all'indagine che - e questo Nanìa lo sapeva - avrebbe invece occupato inutilmente l'intera nottata. Nottata persa, lunghissima, ancora più lunga per Nanìa che era rientrato quella stessa mattina da una licenza di quattro giorni per le feste dei morti, lo stomaco tuttora gonfio di buccellato e frutta di martorana e vino forte.
Il pretore forzò la rosa di paura e di stupore che si allargava attorno al corpo del sindaco. L'avevano rintracciato a casa della suocera: quando il carabiniere aveva bussato, un grano di pepe del formaggio che ogni settimana un pastore consegnava a domicilio gli era andato di traverso. Pretore da tre anni, stipendio fisso, finalmente chiuso lo studio di avvocato, ché non ne poteva più di dover difendere autori di abigeati e di furti di frumento, restituito a se stesso il senso di giustizia che riteneva di avere alto e luminoso, ancora non riusciva ad abituarsi al rintronare del battente che ogni qual volta lo faceva sobbalzare. E c'era una doppia pena in quell'agitarsi improvviso, lo sguardo che correva interrogativo a quello altrettanto sperso della moglie, perché aveva bisogno di un tempo che riteneva eccessivo prima di convincersi che il carabiniere alla porta non poteva rappresentare per lui, nella sua funzione di pretore, una minaccia.
Pallido e sbigottito, osservò il cadavere. Si ritrasse alla vista del sottile rigagnolo di sangue che colava da sotto la testa.
Prepotente era il sindaco. Non c'era paesano con cui non avesse litigato. E di cause aperte davanti ai tribunali di tutta la provincia ne aveva tante che almeno sette avvocati lavoravano per lui.

© 2000, Sellerio editore


L'autore
Gaetano Savatteri, giornalista esperto di fatti di Cosa nostra, dai quali ha tratto i materiali per questo romanzo-cronaca di un delitto di mafia, ha scritto con Tano Grasso Ladri di vita. Storie di strozzini e disperati e con Giovanni Bianconi L'attentatuni. Storia di sbirri e di mafiosi.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




3 novembre 2000