Fatema Mernissi
L'harem e l'Occidente

"Negli anni Trenta, mentre Matisse dipingeva le sue passive odalische, le riviste turche riproducevano foto di studentesse universitarie armate di pistola, in divisa militare."


Intorno a questo recente saggio di Fatema Mernissi si è molto discusso, sui giornali e nei dibattiti pubblici, così come molto si dibatte in quest'ultimo periodo sull'influenza della cultura islamica e sull'eventuale "pericolo" che da essa può derivare al mondo occidentale.
Il punto di vista dell'autrice è quello di una donna colta (è docente universitaria di sociologia), che ha molto viaggiato e visto, che è nata a Fez in un harem e che, da studiosa del Corano, rifiuta ogni forma di integralismo e di fanatismo. Fin dai suoi primi viaggi in Europa è stata particolarmente colpita dalla distorsione che qui veniva fatta del ruolo della donna nei paesi islamici, ma in particolare ha approfondito lo studio dell'interpretazione dell'harem nel mondo occidentale. Da luogo di segregazione e di tensioni, luogo in cui una donna poteva emergere grazie all'intelligenza e alla cultura (così come si può anche vedere nella tradizione delle Mille e una notte e nella figura di Shahrazad), in Occidente l'harem viene invece immaginato come luogo di lussuria: non a caso le raffigurazioni pittoriche di grandi artisti europei mostrano donne coperte da veli, sdraiate in pose languide, in attesa di essere scelte dal signore, così nella letteratura occidentale è soprattutto l'elemento erotico e la sensualità a dominare, non di meno questo è avvenuto nel cinema europeo o americano dove l'harem è perennemente rappresentato come sede emblematica del piacere maschile. Ma da dove nasce questa concezione così anomala? Forse, dice la Mernissi, dal desiderio maschile occidentale che esista un luogo di questo genere, quasi una rivalsa nei confronti di un universo femminile che ha ottenuto la parità. Inoltre i dati statistici dimostrano che, al di là delle indubbie costrizioni, la donna nell'universo dell'Islam ha ottenuto alcuni importanti risultati e occupa posizioni di prestigio all'interno della società. Alcuni dati: più del trenta per cento dei docenti universitari nei paesi islamici è di sesso femminile, così percentualmente il numero di laureate in ingegneria e in altre materie scientifiche è maggiore in queste nazioni che in Francia o in Spagna; un terzo dei tecnici è donna e, analogamente, le donne occupate in professioni di tipo tecnico sono più numerose che in Europa.
Tutto ciò, naturalmente, laddove non ci sia una predominanza dell'estremismo e del fanatismo religioso che la Mernissi condanna in modo risoluto e senza appello.
Interessante è l'ultima parte del saggio in cui viene fatto un parallelismo sulle restrizioni riservate alle donne nei paesi islamici e in Occidente: il velo, la limitazione al movimento possono far dire che a queste donne è stato rubato "lo spazio". Ma non esiste forse anche un'altra, e forse più pericolosa, depauperazione nell'evoluto mondo occidentale? Dice l'autrice: a nessuna donna è possibile dimostrare più di quattordici anni, pena il diventare "invisibile"; così esiste una schiavitù che i media affermano in modo sempre più subdolo, quella, dice la Mernissi, della "taglia 42". Una donna deve essere giovane e magra e, per rispondere a questa richiesta sociale, molte sono cadute in vere e proprie patologie. Quindi alle donne occidentali è stato rubato "il tempo". E lei, questa bella signora di sessant'anni, che si occupa di sociologia in ambito internazionale, si continua a battere perché le donne, tutte, senza nessuna differenza di religione e cultura, possano riconquistare pienamente tutto il tempo e lo spazio delle loro vite e così possano esprimere pienamente la loro ricchezza interiore e la loro intelligenza.


L'harem e l'Occidente di Fatema Mernissi
Titolo originale: Scheherazade goes West or: The European Harem

Traduzione di Rosa Rita D'Acquarica
Pag. 190, Lire 28.000 - Edizioni Giunti (Astrea)
ISBN88-09-01806-0




Le prime righe

STORIA DELLA DONNA
DAL VESTITO DI PIUME


Se per caso vi capitasse di incontrarmi all'aeroporto di Casablanca, o su una nave in partenza da Tangeri, vi apparirei disinvolta e sicura di me, ma la realtà è ben diversa. Ancora oggi, alla mia età, l'idea di varcare una frontiera mi rende nervosa, temo di non comprendere gli stranieri. "Viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza", diceva Jasmina, mia nonna, che era illetterata e viveva in un harem, una tradizionale abitazione familiare dalle porte sbarrate che le donne non erano autorizzate ad aprire. "Devi focalizzati sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa, e più conoscerai te stessa, più sarai forte". Jasmina viveva la sua vita nell'harem come una vera e propria prigionia. Aveva perciò un'idea grandiosa del viaggiare e vedeva nell'opportunità di varcare dei confini un sacro privilegio: la migliore occasione per lasciarsi dietro la propria debolezza. A Fez, la città medievale della mia infanzia, giravano voci affascinanti su abili maestri sufi che esperivano straordinari lampi di illuminazione (lawami') ed estendevano rapidamente la loro conoscenza, tanto erano tesi ad apprendere dagli stranieri che incrociavano nella vita.

Qualche anno fa, ho dovuto recarmi in Occidente e visitare una decina di città, per la promozione del mio libro La terrazza proibita, uscito nel 1994 e tradotto in ventidue lingue. Sono stata intervistata da più di cento giornalisti occidentali, e in quelle occasioni ho potuto notare che la maggioranza degli uomini pronunciava la parola "harem" con un sorriso. Quei sorrisi mi sconcertavano. Come si fa a sorridere evocando un sinonimo di prigione?

© 2000, Giunti Gruppo Editoriale


L'autrice
Fatema Mernissi è nata a Fez, in Marocco, nel 1940: docente di sociologia presso l'Università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano e scrittrice, da molti anni è impegnata in attività di ricerca e insegnamento in ambito internazionale. In Italia è nota soprattutto per La terrazza proibita, preceduto da Le donne del Profeta, Le sultane dimenticate, Chahranzad non è marocchina.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




27 ottobre 2000