Giorgio Cosmacini
Il mestiere di medico
Storia di una professione

"La medicina, che ha una storia e un'attualità così ricche di scoperte e di invenzioni, può, alle soglie degli anni Duemila, scoprire o inventare - in parte riscoprire o reinventare - i caratteri originali e fondamentali di una nuova figura di medico?"


Quattromila anni di medicina non si possono riassumere in quasi 200 pagine, è evidente. Ma, senza pretendere di dare vita a un saggio esauriente sull'argomento, Cosmacini offre al lettore un affascinante viaggio nella storia di una professione che è anche una vocazione, una missione, un rapporto umano e sociale trasformatosi in modo considerevole nel tempo.
"La medicina non è una scienza, è una pratica basata su scienze e che opera in un mondo di valori": una premessa indispensabile per comprendere l'approccio dell'autore con questa professione, questo "mestiere", appunto. La grande specializzazione del medico contemporaneo, la volontà di seguire più che l'uomo il progresso degli strumenti tecnici a sua disposizione hanno causato un cambio di direzione che potrebbe rivelarsi parzialmente errato. Il paziente deve comunque essere al centro dell'interesse di un buon medico perché, come ha dichiarato l'autore, deve seguire "la religio medici, una religiosità laica che trasforma l'aver potere su un malato, nell'avere cura di un uomo diverso da ogni altro".
La storia si ricompone attraverso sedici figure "esemplari" di medici che ci accompagnano lungo l'arco dell'evoluzione del mestiere: dall'antico Egitto, dove operava il sunu, sino alla contemporaneità e oltre. È interessante scoprire come nella Grecia del V secolo già si profilavano due "atteggiamenti del medico differenti e quasi opposti: da un lato, un rapporto con il paziente basato sull'ascolto e il dialogo, nella ricerca comune di un sapere problematico e aperto, da costruire e acquisire; dall'altro, un rapporto basato sulla sordità e sul silenzio, nella gestione esclusiva, da parte del medico, di un sapere formalizzato e concluso, elitario e già acquisito". È affascinante capire quanto sia antica la genesi di questa disputa millenaria, con radici nello iatros ippocratico, così come molti dettami etici ancora oggi più che validi (racchiusi parzialmente nel celeberrimo Giuramento, "un testo senza età, le cui origini si situano ben prima del grande Ippocrate") abbiano una così lontana nascita. Regole morali ferree stanno, com'è ovvio, alla base anche del rapporto tra medicina e religione per il medico arabo, il medico ebreo, il medico monaco, protagonisti della scena sino al medioevo. La lunga epoca di transizione successiva segnata dalle pestilenze che mettevano ripetutamente in crisi ogni certezza di cura, frustrando l'esperienza dei medici, trova sbocco nella professione attuale: "tra la seconda metà del XVIII secolo e la prima metà del XIX la traiettoria evolutiva del mestiere di medico si disegna in modo via via sempre meglio definito". Ultimi protagonisti dello studio di Cosmacini sono il medico politico, quello sociale, quello neutrale, per arrivare allo stato attuale delle cose e a una previsione del ruolo del medico nella società futura.


Il mestiere di medico. Storia di una professione di Giorgio Cosmacini
Pag. XIV-176, Lire 29.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Scienza e idee. Collana diretta da Giulio Giorello n.68)
ISBN 88-7078-655-2




Le prime righe

IL SUNU EGIZIO


L'uomo era di statura media, asciutto, prosciugato dalle fatiche e dal sole del deserto. A trent'anni, aveva raggiunto il limite massimo della speranza di vita alla nascita (aspettativa media degli anni da vivere) consentitagli dagli dèi. Ogni giorno di vita in più era un dono di Ptah, la divinità venerata nel tempio di Memfi, regolatrice suprema dell'esistenza umana, cuore e lingua di ogni essere vivente:

Avvenne che il cuore e la lingua avessero il predominio su tutte le altre membra; infatti egli, Ptah, come cuore è nel corpo di tutti, come lingua è nella bocca di tutti, dèi, uomini, bestie, rettili e di qualsiasi altra cosa che abbia vita [...]. E così la vita è data a chi è pacifico, la morte a chi è colpevole.


Qual era la colpa commessa da quell'uomo ormai vicino a morire, la cui vita aveva superato la durata media e quindi, per la legge dei grandi numeri, era sul punto di estinguersi? L'uomo non aveva fatto altro che faticare sempre, fin dall'infanzia, giorno dopo giorno, prima nel lavoro nei campi intorno al fiume, poi, fattosi vigoroso, nelle cave di pietra e sui gradoni delle piramidi. La natura percepiva e presagiva l'approssimarsi di quella fine. Il grande padre Nilo minacciava un'inondazione impetuosa: Api, il sacro bue nero che lo incarnava, muggiva in lunghi lamenti e l'ibis, lungo la riva, aveva cessato di torcere il collo per introdurre il becco nella propria cloaca spruzzandovi l'acqua limacciosa ingerita. Il paterno fiume aveva sospeso l'erogazione dei suoi benefici, il pio bove la sua possanza tacita, il lungo uccello la pratica igienica dell'autoclistere.
L'uomo non aveva commesso altra colpa che quella, fatale, di essere un uomo, un essere mortale. Lo era in sintonia con la natura, madre e matrigna, matrice di prosperità e di avversità, proprio come il fiume, fecondo e minaccioso. Era un uomo e, in quanto tale, aveva raggiunto il limite della vita media, sua e dei suoi simili, e il limite stesso delle possibilità del suo corpo. Che temere? Il trapasso nella morte non era un salto nel buio.

© 2000, Raffaello Cortina Editore


L'autore
Giorgio Cosmacini è medico, laureato in filosofia. Insegna Storia della sanità all'Università degli studi di Milano e Storia della medicina all'Università Vita-Salute dell'Istituto scientifico Ospedale San Raffaele di Milano. È autore di numerosi libri, tra cui i tre volumi di Storia della medicina e della sanità in Italia, poi il Dizionario di storia della salute e Introduzione alla medicina, entrambi in collaborazione con altri autori. Su Café Letterario potrete trovare la recensione di Ciarlataneria e medicina.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




20 ottobre 2000