La biografia
La bibliografia


Frank McCourt
Che paese, l'America

"New York era la città dei miei sogni ma ora che sono qui i sogni sono finiti e New York non è per niente come me l'aspettavo."


La pubblicazione del primo romanzo ha decretato a Frank McCourt un grande successo internazionale: la vittoria del premio Pulitzer, il National Critics Award, la testa delle classifiche dei libri più venduti in tutta l'Europa. La riduzione cinematografica di Le ceneri di Angela (anche se piuttosto banalizzante) ha comunque fatto conoscere lo scrittore irlandese anche a un pubblico che non si avvicina facilmente alla lettura. Così la pubblicazione in Italia del secondo lavoro, uscito negli Stati Uniti un anno fa circa, è stata accolta con grande attenzione e subito premiata dalle vendite.
La storia di Che paese, l'America prende avvio esattamente dove era stata lasciata nel primo romanzo: Frank, adolescente, è sulla nave che lo sta portando a New York, la città in cui era nato e che aveva abbandonato quando era ancora molto piccolo perché la famiglia era tornata a Limerick, in Irlanda, il paese delle origini. E se l'infanzia era al centro di Le ceneri di Angela, in questo romanzo è ripercorsa tutta la vita americana di McCourt fino al 1985, anno della morte del padre.
Lo stile inconfondibile, diretto e quasi spezzato in frasi brevi con ampio uso del discorso indiretto libero; l'ingenuità del protagonista narratore, lo sguardo attento, umile e un po' sperduto con cui osserva la società che lo circonda; la visione delle difficoltà di integrazione per chi nell'accento, nel vestire o nei tratti somatici dimostra di venire da lontano (sia che si parli di irlandesi, di italiani o di portoricani); l'indifferenza delle istituzioni, anche quelle intellettuali, nei confronti di chi vuole inserirsi e guadagnare terreno nella scala sociale, ma per ragioni economiche ha difficoltà tali da indurlo alla rinuncia, è colpevole e totale. Questi gli elementi chiave del romanzo che sono sempre risolti dall'autore in "storie", in narrazione di episodi o di eventi quotidiani, emblematici nel loro apparire minimali e nello stesso tempo sconvolgenti per chi li vive.
Per il ragazzo Frank anche il suo aspetto fisico è una specie di marchio infamante: gli occhi malati, la testa rasata imposta dall'oculista per affrontare la strana malattia che da anni lo tormenta, gli abiti lisi e "fuori stagione", tutto ciò provoca una vergogna tale che quando la guerra in atto gli permetterà di vestire una divisa gli sembrerà di rinascere. La guerra così viene vista nel romanzo come un'opportunità non certo come una tragedia: ritornare in licenza in Irlanda (questa è l'unica volta in cui ritorna a Limerick, oltre a quella dolorosa a fine romanzo per riportarvi le ceneri della madre), vestito da soldato americano gli offre un ruolo e un'autorità inebrianti.
Quanta invidia per quegli studenti universitari osservati in metropolitana! Anche Frank riuscirà a raggiungere un'aula universitaria, ma con che timore e sensazione di inadeguatezza! La fatica fisica, il poco denaro, i lavori umili e la difficoltà a mimetizzare il proprio essere irlandese segnano molti anni della sua giovinezza. Anche la laurea non migliora molto la sua situazione economica: scegliere di fare l'insegnante non è certo una strada per arricchirsi. Eppure questo, con molti tentennamenti, è quello che vuole fare nella vita. Così scopre che non c'è molta differenza tra i ragazzi che frequentano le scuole meno prestigiose di New York e quelli irlandesi, e che forse la condizione di docente gli può permettere di capire molto di quel Paese e di avere un ruolo positivo.
Così anche l'amore non è irraggiungibile, anzi si può addirittura vincere contro un avversario americano. E così una moglie e una figlia, l'insegnamento, la scrittura (vera passione che tante volte, nei vari posti di lavoro e all'università, gli ha permesso di farsi notare positivamente), la famiglia d'origine riunita dopo tanti travagli, indicano una conclusione positiva ad una storia di povertà e di dolore.
La figura del padre, assente fin dalla prima infanzia e che solo qua e là riappare nel romanzo, (sempre connotato negativamente come ubriacone e irresponsabile, giustificato solo da una ventilata caduta da piccolo o da una meningite) è però quella che chiude il romanzo. La sua morte suscita nel figlio ormai adulto uno strano sentimento: non è dolore, è una specie di sgomento nervoso accompagnato a ricordi lontani, a rari momenti di intimità, a mattine in cui il padre gli parlava dell'Irlanda e della sua storia ("e quelle mattine adesso sono perle che lì accanto alla bara si trasformano in tre Ave Marie").
I lettori hanno già tributato il successo a questo scrittore che si è messo in gioco a più di sessant'anni e meritatamente viene premiata sia l'opera sia la storia personale perché questa (sempre e per tutti gli autori ma per questo in particolare) offre una mappa indispensabile per orientarsi nella sua scrittura.



Che paese l'America di Frank McCourt
Titolo originale: 'Tis

Traduzione di Claudia Valeria Letizia
Pag. 441, Lire 32.000 - Edizioni Adelphi (Fabula n. 129)
ISBN 88-459-1557-3

Di Grazia Casagrande



le prime pagine
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PROLOGO


Adesso ti è uscito il sogno. Così diceva mia madre a noi bambini quando abitavamo in Irlanda e un nostro sogno si realizzava. Il sogno che facevo io in continuazione era quello in cui arrivavo con la nave nel porto di New York e guardavo ammirato i grattacieli. Quando lo raccontavo, i miei fratelli mi invidiavano la notte passata in America, finché un giorno non cominciarono a raccontare anche loro di aver fatto quel sogno, sapendo che era un sistema sicuro per mettersi in mostra anche se poi litigavamo e io dicevo che il più grande ero io, che il sogno era mio e guai a loro se ci entravano. Loro ribattevano che non avevo il diritto di tenerlo tutto per me, che di notte chiunque poteva sognare l'America e io non potevo farci niente. Potevo farli smettere, rispondevo io. Potevo tenerli svegli tutta la notte così non avrebbero sognato un bel niente. All'idea di me che andavo dall'uno all'altro tentando di interrompere i sogni sui grattacieli di New York, Michael, che aveva appena sei anni, se la rideva. Malachy diceva che i suoi non potevo toccarli perché lui era nato a Brooklyn e se voleva poteva sognare l'America tutta la notte e anche di giorno. Allora feci appello a mia madre. Le dissi che non era giusto che la famiglia mi invadesse i sogni ma lei sbottò: Per amor di Dio, pigliati il tè e va' a scuola, così la pianti di darci il tormento coi sogni. Mio fratello Alphie, che aveva solo due anni e stava imparando a parlare, si mise a battere il cucchiaio sul tavolo cantilenando: Tommento coi soni, tommento coi soni, e tutti quanti scoppiammo a ridere. E io mi resi conto che avrei sempre potuto dividere i miei sogni con lui e quindi perché non con Michael, e perché non con Malachy?

1


Quando La Quercia d'Irlanda salpò da Cork nell'ottobre del '49, pensavamo di arrivare a New York nel giro di una settimana. Ma dopo due giorni di viaggio ci informarono che saremmo andati a Montreal, in Canada. Io avevo solo quaranta dollari, dissi al primo ufficiale, per caso la Irish Shipping mi avrebbe pagato il biglietto del treno da Montreal a New York? No, rispose lui, la società non era responsabile. Le navi da carico, aggiunse, sono le puttane del mare, farebbero di tutto per tutti. Un cargo è come il vecchio cane di Murphy, che fa un pezzo di strada con qualunque vagabondo.
Un paio di giorni dopo la Irish Shipping cambiò idea e ci diede la bella notizia: Andate a New York, ma dopo un altro paio di giorni annunciò al capitano: Andate a Albany.
Il primo ufficiale mi raccontò che Albany stava sul fiume Hudson ma più a nord, che era la capitale dello Stato di New York e che aveva tutto il fascino di Limerick, ah ah ah, una città ottima per creparci ma non per trovarci moglie né per crescerci un figlio. Lui era di Dublino e sapeva che io ero di Limerick e quando parlava male di Limerick io non avevo idea di come comportarmi. Avrei tanto voluto distruggerlo con una battuta fulminante ma poi mi guardavo allo specchio, faccia brufolosa, occhi infiammati e denti e marci, e capivo che non sarei mai riuscito ad affrontare nessuno, specie un primo ufficiale in uniforme con un promettente futuro di comandante. Poi però mi dicevo: Ma perché dovrei prendermela per quello che la gente dice di Limerick se Limerick non mi ha dato altro che infelicità?
Allora succedeva un fatto singolare. Me ne stavo seduto su una sedia a sdraio sotto un bel sole d'ottobre con l'Atlantico blu e meraviglioso tutt'intorno e cercavo di immaginarmi New York. Cercavo di figurarmi la Fifth Avenue o Central Park oppure il Greenwich Village dove parevano tutti divi del cinema, abbronzature favolose, denti bianchi smaglianti. Ma Limerick mi ripiombava nel passato. Invece di andarmene a zonzo per la Fifth Avenue con l'abbronzatura e i denti, stavo ancora nei vicoli di Limerick con le donne che chiacchieravano sulla porta di casa avvolte nello scialle, i bambini con la faccia sporca di pane e marmellata che giocavano, ridevano e andavano a piangere dalla mamma.


© 2000, Adelphi

biografia dell'autore
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Frank McCourt vive a New York, dove è nato nel 1930.




6 ottobre 2000