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Moni Ovadia

L'utopia e il disincanto di un grande fascinatore, dalla miscellanea delle lingue al canto, alla seduzione della poesia: l'esperienza culturale di un vero intellettuale del nostro tempo.


Quali sono i libri o gli autori che ti hanno formato?

M olteplici davvero, però alcune indimenticabili. Uno di questi è Kafka, capace di creare quel bouleversement per cui poi non sei più lo stesso. Dostoevskij, i Fratelli Karamazov: avevo diciassette anni ed ero molto malato, è stata per me una lettura-delirio, una lettura-possessione come deve essere per questo scrittore. Riesco perfino a perdonare a Dostoevskij di essere stato pesantemente antisemita, ma era il clima dell'epoca, non bisogna essere troppo severi.

Altre letture che ti abbiano colpito nel profondo o che rappresentino per te i "libri del cuore"?

S ono talmente tanti i libri che mi hanno cambiato la vita. Ma gli ebrei hanno un solo libro, hanno solo la Torah come libro del cuore. Perché nella modalità ebraica è una fonte inesauribile: lo è davvero, ma solo chi studia con i grandi maestri lo può capire. Quella parola scritta apre milioni di fiumi sotterranei, che emergono e poi si riimmergono. Però bisogna capire che la parola ebraica è generativa, è quella dei maghi che dicendo "abracadabra" compiono le loro magie. La parola "abracadabra" deriva dall'aramaico e significa "mentre parlo creo", esattamente quello che ha fatto il Padre eterno quando disse luce e luce fu. Però attenzione: "disse", non "scrisse"...

Quindi la parola?

I l canto. Perché la Torah c'era già prima, lo scritto senza l'oralità langue. L'unica setta che è stata bandita dall'ebraismo è stata quella dei Caraiti che riconoscevano solo la legge scritta.

E noi, cristiani, che parliamo di Sacre Scritture?

I maestri della nostra Torah dicono: "quando una parola è dissigillata dalle tue labbra è sotto la tua responsabilità. Sta ben attento a quello che dici, la calunnia è come l'omicidio". Infatti le parole uccidono. La mamma di Turiddu Carnevali, sindacalista assassinato dalla mafia, quando andarono a intervistarla e le chiesero di dire qualcosa su suo figlio, disse: "Le parole sono pietre". Le parole sono pallottole, quelle della santità sono bombe all'uranio se non si sta attenti.

E per questo privilegi lo spettacolo, rispetto alla scrittura?

P rivilegio totalmente l'oralità e credo che la scrittura debba mantenere in sé anche l'oralità. Inoltre io mi batto perché si capisca una cosa: nessuno si può illudere di leggere davvero una poesia quando è stata tradotta. La traduzione è preziosa, accediamo a una parte della poesia, ma la relazione ineffabile di senso-suono che è il linguaggio si perde irrimediabilmente. Da tutta la mia vita mi batto su questo tema e per questo introduco lo jiddish nei miei spettacoli e uso più lingue...

Quali scrittori contemporanei italiani leggi?

U n autore che amo molto anche per consonanza di sensibilità è Erri De Luca della cui amicizia molto mi onoro. Erri è un amico e ha un rapporto sconcertante con la scrittura, al di là che sia un bravo o un cattivo scrittore.

Quale libro consiglieresti a un ragazzo per fargli amare la lettura?

T ra le ultime letture da me fatte ci sono le Cento quartine di Patrizia Valduga, volume pubblicato da Einaudi: ne sono rimasto davvero sconvolto. In un'epoca in cui il sesso deborda da ogni poro della comunicazione, fino a essere diventato la merce più banale e noiosa, si capisce che cosa può fare dell'erotismo e del sesso una grande poetessa. E capiamo anche quello che perdiamo con questa nauseabonda ridondanza e come la parola possa colpire più di milioni di immagini. E allora per un giovane questa è una lettura, oltre che meravigliosa, anche assai istruttiva. Ha un ritmo à bout de souffle, mozza il fiato, ma bisogna aprire un po' le orecchie e l'anima e i nostri giovani hanno una grave malattia: gli adulti. Uno dei maggiori crimini per me è la condanna dei giovani da parte degli adulti. Ma questa società fallimentare, vile, ipocrita, disonesta osa aprire bocca contro i ragazzi. Io incontro centinaia di giovani e basta dare disponibilità, ascolto, rispetto e si schiude un mondo bellissimo.
Sono andato a parlare di razzismo in un gruppo di licei romani, alla fine di un mio intervento, un ragazzo dall'aspetto "coatto", pieno di orecchini e tatuaggi, ma con un'aria luminosa, si è rivolto ai professori e ha detto: "Ho capito di più in mezz'ora di Moni Ovadia che in cinque anni di liceo". Che cosa ha voluto dire? I suoi professori erano di sicuro bravissimi e io sono portatore facile di seduttività, ma quel ragazzo ha voluto significare che nella scuola c'è bisogno anche di un po' di canto e non solo di prosa, di un po' di entusiasmo. Io sono un estremista e come tutti gli estremisti, delicato, per questo mi sforzo di trasmettere a chi mi ascolta la passione e l'utopia, utopia che va coltivata anche nel consapevole disincanto.

Di Grazia Casagrande


29 settembre 2000