Carlo Grande
I cattivi elementi
storie di acqua, di aria, di fuoco e di terra

"Il diavolo ama la normalità. Sa che gran parte degli esseri umani vive stanca e spaventata e che nella routine digerisce le cose più incredibili. Certe idee basta ripeterle mille volte, tutto il giorno tutti i santi giorni, finché sono ben avvitate nei cervelli. Il diavolo è un bravissimo psicologo. Sarebbe un ottimo agente pubblicitario."


La scelta narrativa per denunciare i problemi urgenti e non più rinviabili del degrado ambientale, è di certo azzeccata.
Difficilmente un saggio può avere una diffusione molto vasta, difficilmente, ad esempio, dei ragazzi sarebbero disposti a leggere, nei momenti non scolastici, qualcosa che abbia troppo sapore di "studio". Questo I cattivi elementi mi appare insomma una corretta forma di divulgazione ambientalista: perché non farlo leggere nelle scuole (nelle medie superiori e inferiori), perché non sensibilizzare i più giovani in modo piacevole ad un problema che non può più essere trascurato pena gravi conseguenze alla salute del singolo e collettiva? I care, dice ad un certo punto uno dei personaggi del primo racconto, e a tutti necessariamente importa vivere e la qualità della propria vita. Così le responsabilità di chi inquina, troppo spesso taciute per pigrizia e ignavia da una parte, e per forti interessi economici dall'altra, si trasformano in responsabilità dell'intera comunità, che è nello stesso tempo vittima di certi abusi. Il mare: una delle fonti di ricchezza per il nostro Paese e per ogni nazione che abbia nella pesca una risorsa economica. Il mare: ispiratore di poeti e di artisti, luogo del romanticismo e della poesia. Il mare: ucciso dalle petroliere, spento dagli scarichi industriali, come tanti fiumi e ruscelli. E pochi battaglieri "resistenti" che si oppongono con azioni dimostrative, spesso plateali, talvolta pericolose.
Così l'aria ammorbata dalle industrie, il veleno che viene respirato, l'odore nauseante che penetra nelle case e l'abitudine, l'indifferenza delle vittime, infine la mistificazione dei responsabili: tutto ciò è descritto in un racconto vivacissimo e coinvolgente dall'autore.
Ma siamo ancora più abituati a quel traffico che inquina non solo l'aria, ma anche il nostro cervello, il nostro carattere. Tutta la violenza che nasce dalla sensazione di impotenza nel trovarsi incastrati in una foresta di auto, tutta la rabbia sorda di sentirsi in trappola, con impegni e appuntamenti saltati, e in più sapersi corresponsabili: anche chi sbraita contro il traffico spesso usa l'auto, anche chi denuncia gli ingorghi, ne è artefice.
Non sono problemi privati, quelli descritti nel libro, anche se l'aneddoto spesso riguarda un singolo individuo, come, nell'ultimo la vecchia contadina, sopravvissuta al disastro del Vajont, che sceglie la tenue luce della candela, rifiutando l'elettricità (Me ga portà via tuto, quela bruta gente. Casa, fioi, bestie, campi. L'acqua la ga ciapà la tosa col me omo Celeste...).
Un libro di denuncia civile che spinge all'azione con un autore, direttore del mensile "Italia Nostra" oltre che giornalista, che scrive di una materia che ben conosce e di una battaglia che lui stesso ha già intrapreso. Ognuno di noi dovrebbe decidere, a lettura finita, di non vivere più "alla periferia di se stesso", ma di difendere il proprio habitat dai colpi inferti da una mondializzazione spesso criminale.


I cattivi elementi. Storie di acqua, di aria, di fuoco e di terra di Carlo Grande
Pag. 152, Lire 20.000 - Edizioni Fernandel
ISBN 88-87433-15-1




Le prime righe

Grazie a dio c'è chi muove le acque


"Lo Zodiac ruggiva davanti alla prua del cargo, sbatteva sulla schiuma come una libellula inseguita da un luccio. Fece su e giù due volte sotto l'immensa chiglia nera, mentre dal ponte si sbracciavano decine di marinai. "Salopard!" gridavano. "È il tuo funerale". Patrick, ingessato in un giubbotto-salvagente arancione, faceva sforzi terribili per rimanere aggrappato alla barra". Athena avvolse con cura un ricciolo biondo fra le dita e continuò. "Quando la nave gettò l'ancora, Pat andò sotto la gru e spense il motore. Con lo spray scrisse sulla chiglia: "Il mare non è una pattumiera". Poi guardò in alto e vide il grosso barile arrugginito che gli oscillava sulla testa".
"Patrick aveva questa teoria, forse l'aveva letta sul Readers' Digest: "Devi stare sotto il parapetto" diceva "e fissare quello che sta scaricando. Basta guardarlo in faccia e tenere il contatto, così lui non lascia andare"".
"Il gruista tenne il contatto senza fare una piega. Allungò il collo, prese la mira e sganciò il bidone, seguendolo amorevolmente con lo sguardo. Lo Zodiac si piegò su se stesso come uno straccio e scomparve sott'acqua. Un istante dopo schizzò fuori insieme a Pat, che galleggiava pancia all'aria".
La voce di Athena prese un tono più basso, come si conviene al momento cruciale di un racconto.
"Sul ponte del cargo erano arrivati anche gli ufficiali, per vedere "se quel tizio era ancora vivo". Pat si era ripreso quasi subito, così, mentre lo ripescavano, ne abbiamo approfittato per abbordarli dall'altra fiancata, con il secondo gommone. Abbiamo lanciato una scala a pioli, avresti dovuto vedere le facce quando ci hanno scoperti incatenati alla gru. Siamo rimasti lì tutto il giorno. Invece di scaricare porcherie in mare hanno giocato per sei ore con fiamma ossidrica e tronchesine".
"Bel modo..." Marta deglutì, allungandosi oltre il parapetto. "... Bel modo per farmi coraggio".
Marta aveva vent'anni, capelli lisci e corti sul viso regolare, e grandi occhi languidi. Le labbra, rosse anche senza trucco, si contrassero in uno degli ultimi bronci dell'adolescenza.

© 2000, Fernandel


L'autore
Carlo Grande, torinese, 43 anni, è giornalista della redazione culturale de La Stampa, e direttore responsabile del mensile Italia Nostra, prima associazione ambientalista nata in Italia.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




6 ottobre 2000