Pietro Citati
Il male assoluto
Nel cuore del romanzo dell'Ottocento

"Non possiamo mai spiegare perché e come è nata un'opera letteraria: tanti impulsi consci e inconsci vi si nascondono, tanti desideri di tutta una vita, che ora restano sepolti nella complessità impenetrabile del testo."


Se nell'ultima parte di L'armonia del mondo Citati parla di sé come lettore, come "uomo che capisce" e che si orienta nel mondo, forte dell'arricchimento tratto da autori e romanzi letti, in questo testo di critica si pone come narratore più che come tecnico della letteratura. 
L'invidiabile leggerezza descrittiva, la fluidità linguistica permette al lettore di scorrere pagine e pagine senza sentire la pesantezza dell'intellettualità esibita, così frequente nei critici letterari. Infatti domina il piacere del raccontare: raccontare i romanzi amati, le vite degli autori, raccontare gli episodi, le psicologie dei personaggi e i loro dialoghi con grande abilità narrativa nell'attrarre l'attenzione del lettore e con incanto ammirato da parte del critico.
E così è possibile riconoscere in Robinson Crusoe un borghese sconosciuto, che nel lavoro ha posto la sua religione e la sua terapia. In Jane Austen, (come ogni vero scrittore contaminata dalla realtà e da essa penetrata) una forza e un coraggio che davanti alla morte si ritrae, vero indicibile tabù ma, incalzata dalla malattia e ormai prossima alla fine, l'abbandono in quel Dio sempre taciuto. Si seguono le vicende travagliate del giovane dandy Poe, rimasto per due volte senza famiglia, sposo di una fanciulla tredicenne, che poi si abbandona al vizio del bere in modo "volontario e sistematico" e che, come disse Baudelaire, si autodistrusse "come se stesse lavorando a un omicidio".
Ne La collina di Brusuglio, Citati, in una splendida prosa, ci racconta il Manzoni. Un uomo "segnato per sempre" dall'incontro tardivo con la madre, l'amabile, affascinante Giulia, intellettuale e seduttrice, dotata di "quella grazia nell'effusione di cui, forse, solo i grandi nevrotici sono capaci".
E la nevrosi restò sempre anche in lui, somatizzò la sua sofferenza, fu pieno di tic e di angosce. Il dolore lo colpì innumerevoli volte, ma un altro incontro tardivo, quello con Dio, lo sostenne.
"Non amare Dickens è un peccato mortale: chi non lo ama, non ama nemmeno il romanzo": dichiarazione forte, ma che perfettamente risponde alla richiesta di Citati di una letteratura ambigua, bilaterale (un Giano bifronte). 
E ambigua è anche la richiesta di sconvolgimento e di quiete che il lettore fa ad ogni romanzo che legge, anche se nella grande letteratura dell'Ottocento, quella in questo saggio esaminata, la risposta che ci viene dagli scrittori è dolorosa, è il male assoluto, quel male leopardiano, intellettuale e reale, quella sete di infinito perennemente sconfitta che i grandi hanno saputo esprimere un secolo fa e che noi oggi affannosamente viviamo.
 

Il male assoluto. Nel cuore del romanzo dell'Ottocento di Pietro Citati
Pag. 511, Lire 33.000 - Edizioni Mondadori (Letteratura contemporanea)
ISBN 88-04-48217-6

Per un approfondimento sull'autore e sul libro è possibile consultare anche l'intervista a Pietro Citati  di Luciano Minerva, apparsa su Rai News 24 


Le prime righe

SUL ROBINSON CRUSOE


La vita e le avventure di Robinson Crusoe sono dominate dalla passione. Non è un sentimento, o un umore, o un capriccio, o una semplice mutabilità del temperamento, come talora sembra credere Robinson: ma una forza tremenda, che ha un'origine misteriosa, e presto diventa un destino, contro il quale non è possibile rimedio, ostacolo o resistenza. Cosa fare contro la passione di Robinson? È una profondissima insoddisfazione dello stato in cui Dio e la natura l'hanno disposto: un istinto di autodistruzione: un desiderio di fuga che lo coglie nella giovinezza, lo spinge a tentare l'avventura per mare; e, malgrado i naufragi, le sventure, i disastri, lo riafferra sempre di nuovo. Passa qualche anno in Brasile, dove la fortuna benedice la sua esistenza di coltivatore; ed eccolo partire un'altra volta, naufragare nell'isola deserta, viverci rinchiuso per ventotto anni; e dopo una nuova parentesi in Inghilterra, ripartire ancora attraverso gli oceani.
Non sappiamo come definire questa passione. Nemmeno Defoe lo sa. Da un lato, egli parla di "peccato originale"; e allora dobbiamo pensare che un potere demoniaco perseguiti Robinson e lo spinga a lasciarsi tentare dal Male, come uno dei grandi peccatori della Bibbia. Ma, d'altra parte, davanti a certi improvvisi bagliori, abbiamo l'impressione opposta. Il desiderio di fuga è voluto da Dio: il "peccato originale" non è opera di Satana, ma del Creatore, che ci rivela il suo volto arcano e oscuro, nascosto nelle ultime profondità del nostro cuore. Se molti tra noi, che trascorrono una vita onesta e limitata, ignorano questo Dio misterioso, Robinson conosce la sua ambiguità infinita. Defoe non continua la propria esplorazione teologica. Si limita a constatare quanto sia difficile ai suoi tempi lo "spirito di fuga": quanti uomini attraversino la terra, cercando di sfogare un'inquietudine esplosa come una pestilenza alla fine del diciassettesimo secolo. Come è stato ripetuto tante volte, Robinson incarna lo spirito dei primi, avventurosi capitalisti moderni.
Ma Dio proietta un'altra immagine di sé sulla terra. Una volta, avevo scelto come emblema lo scrittore di libri sacri, il sacerdote, il guerriero, il re, il monaco. Ora, sceglie il borghese: quella condizione mediana, lontana dal fasto dei grandi e dalle miserie degli operai e dei contadini, che vive laboriosamente nelle campagne e nelle nuove città dei tempi moderni. Ciò che Dio ama in questa classe è proprio il contrario di ciò che aveva amato e detestato nei primi capitalisti: la temperanza, la moderazione, la tranquillità dei sentimenti; il rifiuto di ogni ansia, invidia, ambizione e follia di potere. Il borghese vive sulla terra per affermare l'ordine e l'armonia della Provvidenza divina: nella sua esistenza tutto deve ripetersi e restare fedele a sé stesso, con la regolare vicissitudine a cui obbediscono le stagioni. Se Dio ha inoculato nelle vene di Robinson il veleno dello spirito di fuga, poi lo farà naufragare, chiudendolo nell'isola senza nome, per mostrargli il suo volto provvidenziale e borghese. 

© 2000, Arnoldo Mondadori Editore


L'autore
Pietro Citati è nato a Firenze nel 1930. Conoscitore raffinato di letterature classiche e moderne, ha raccolto gran parte dei suoi scritti nei volumi Il tè del cappellaio matto, Il migliore dei mondi possibili, Il sogno della camera rossa. Il corpo centrale della sua produzione di saggista-narratore è costituito da alcune fortunate monografie: Goethe, Immagini di Alessandro Manzoni, Tolstoj, Kafka, La colomba pugnalata, L'armonia del mondo. Sta preparando un libro sull'Odissea. 
 
 

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato



6 ottobre 2000