La biografia
La bibliografia


Domenico Starnone
Via Gemito

"Bello, non bello, chi se ne fotte, Mimì: l'essenziale è che ho sempre pittato ... Sono stato un uomo libero, ho preso tutti quanti a rutti in faccia."


Gli occhi seri, indagatori e cupi di un ritratto di Albrecht Dürer datato 1526 ci osservano dalla copertina del nuovo romanzo di Starnone. Esprimono bene lo spirito rancoroso, ma al contempo autocommiserativo del protagonista e ricordano lo stretto rapporto con l'arte che pervade tutta la storia. Una vicenda all'insegna della "napoletanità", ma quella vera, autentica, non quel ritratto folcloristico un po' "melenso" che fanno della città alcuni autori (cogliendone solo l'animo furbesco, astuto, truffaldino, comico) che dipingono Napoli come non è. Federico (Federì, Fdrì, Fdricchié...) è anche, a modo suo, furbo, ma non è questa la sua principale caratteristica. È un uomo dotato di creatività e fantasia, che potrebbe diventare un grande artista, se la povertà non lo costringesse a guadagnarsi da vivere lavorando nelle ferrovie. È un uomo determinato, che non rinuncia a dipingere malgrado una famiglia numerosa da mantenere. Potrebbe rappresentare una figura positiva, e invece non lo è. E a dircelo è uno dei figli, il primogenito, Mimì, che ricostruisce la vita del padre e, di conseguenza, quella della madre, dei fratelli, della famiglia. Un po' attraverso i racconti degli anni precedenti alla sua nascita fatti soprattutto dal padre, un po' risalendo ai propri ricordi, confrontati, con la consapevolezza della maturità, con quelli degli altri. Ne emerge una figura di uomo violento, astioso, insoddisfatto, egocentrico ben diversa da quella che Federì vorrebbe dare di se stesso. Un uomo che travisa il passato, che ricostruisce gli eventi secondo la propria soddisfazione, che si reinventa senza rendersene conto. Un po' mitomane, molto egoista e decisamente violento Federì sfoga tutta la sua rabbia contro il destino sulla moglie, Rosa (Rusinè), colpevolizzandola in ogni modo e, soprattutto, picchiandola continuamente. Ma non teme di accanirsi anche contro Napoli, i colleghi, gli artisti, i critici, potremmo dire l'intera umanità. Una voce "invadente" che spesso assume toni esagerati, un continuo turpiloquio dialettale che Starnone ripropone nei suoi termini originari, il più delle volte senza traduzione, e malgrado ciò comprensibilissimi anche per il lettore che napoletano non è. È il suono, la cadenza, il ripetersi di alcuni vocaboli che rendono immediatamente familiare un dialetto la cui ricchezza è tale da poter definire qualsiasi sentimento. Qui si ritrova la vera Napoli, così si ricostruisce un mondo. Riscoprendo caratteristiche comuni come la mitomania, ad esempio, forse generata da secoli di infelicità che vogliono essere cancellati, o la strafottenza, la provocazione che serve a tracciare i limiti del proprio territorio, del proprio spazio, limiti necessari in un luogo in cui la propria libertà è da difendere quotidianamente. Federì è anche un millantatore, ma, come spesso accade, è un atteggiamento di difesa più che di aggressione. Ed è un maschilista, talvolta in modo insopportabile. È figlio di un retaggio culturale che risente l'influsso della cultura mediorientale; è solidamente radicato nella convinzione che la moglie debba restare a casa con i bambini, che non debba partecipare in alcun modo alla vita sociale del marito, che sia spesso un peso, e che in pubblico possa essere solo fonte di disagio. Federì talvolta in effetti si è vergognato di Rusinè, per quel suo desiderio di essere "elegante", perché è appariscente, perché piace agli uomini: una vergogna che si confonde con la gelosia e da cui sfuggire è difficile, anzi impossibile. Rusinè morirà molto prima del marito, dopo "un'agonia lunga anni" costellata da tormenti e furiose liti, da un'infelicità difficile persino da descrivere, che la rassegnazione non basta a sopire, malgrado la sua immagine "di donna contenta". "Ho portato il rimorso, lo porto ancora, di non essermene accorto, di essermi addestrato a non accorgermene", scrive il figlio. Perché la figura del padre era preponderante, perché il non vedere era anche un modo per i figli di sopravvivere all'infelicità, di costruire per sé stessi una vita differente.
È poco importante sapere se Federico artista avrà o meno successo, se le sue opere continueranno a essere esposte in qualche galleria o nelle sale di qualche comune, come il suo capolavoro I bevitori, frutto di anni di lavoro strappato alle urla dei figli, ai problemi familiari, alla rabbia. L'importante è ricordarlo com'era in Via Gemito. Il modesto appartamento di Via Gemito, al Vomero, è stato il cuore di una vita, non l'unica casa della vita, ma la più importante. Qui si è svolta gran parte della storia narrata che Mimì ricostruisce lentamente e riscopre nella sua verità. E con stupore, talvolta, ci propone alcuni episodi, come se lui stesso, raccontandoli, ne avesse per la prima volta piena consapevolezza. Si è detto che questo romanzo è parzialmente autobiografico e che molti dei personaggi descritti siano riconoscibili nella realtà. Non mi sembra particolarmente importante saperlo, perché Starnone è riuscito comunque a ricostruire un clima, un mondo esuberante, logorroico, straripante, "sopra le righe" che assume caratteristiche di universalità che molti lettori napoletani, italiani, mediterranei potranno riconoscere.



Via Gemito di Domenico Starnone
Pag. 389, Lire 32.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori)
ISBN 88-07-01576-5

Di Giulia Mozzato



le prime pagine
------------------------
 
Prima parte:
IL PAVONE


Quando mio padre mi disse di aver picchiato mia madre una volta sola durante i ventitré anni del loro matrimonio, nemmeno gli risposi. Era parecchio che non obiettavo più niente ai suoi racconti pieni di avvenimenti, date e dettagli tutti inventati. Da ragazzo lo consideravo un bugiardo e mi vergognavo come se le sue bugie mi appartenessero. Ora, da grande, mi sembrava che non mentisse affatto. Credeva che le sue parole fossero in grado di rifare i fatti secondo i desideri o i rimorsi.
Qualche giorno dopo, però, quella sua puntigliosa precisazione mi ritornò in mente. All'inizio provai disagio, poi un fastidio crescente, quindi la voglia di attaccarmi al telefono e gridargli: "Sì? Una sola volta? E le botte che mi ricordo io fino a poco prima della sua morte cos'erano, carezze?".
Naturalmente non gli telefonai. Pur recitando da decenni il ruolo del figlio devoto, avevo già trovato il modo di dargli sufficienti dispiaceri. E poi non serviva a niente aggredirlo frontalmente. Avrebbe dischiuso la bocca perplesso, come faceva quando gli accadeva qualcosa di imprevisto, per oppormi subito dopo il tono mite che riservava a noi figli ed elencarmi soffertamente in interurbana le prove inoppugnabili del male che aveva fatto non lui a mia madre, ma mia madre a lui. Perciò pensai: "Si inventi quello che vuole, cosa cambia?".
In realtà mi resi conto che cambiava molto. Cambiavo io, tanto per cominciare, e in un modo che non mi piaceva. Sentii, per esempio, che stavo perdendo la capacità di misurare le parole, arte che fin dall'adolescenza mi ero attribuito con orgoglio. Già la frase che avevo desiderato di gridargli ("E le botte che mi ricordo io fino a poco prima della sua morte cos'erano, carezze?") non era affatto calibrata. Quando provai a scriverla, mi colpì per il suo andamento rozzo e imprudente. Parevo prossimo a esagerazioni non diverse da quelle di mio padre. Sembrava che volessi rinfacciargli urlando che aveva preso a schiaffi e pugni mia madre anche sul letto dell'agonia, botte date con la perizia del pugile dilettante quale lui raccontava di essere stato a soli quindici anni, nella palestra Belfiore al corso Garibaldi.
Era il segnale che bastava il soffio di vecchissime rabbie e paure per farmi perdere saggezza e spingermi a cancellare le distanze che mi ero imposto crescendo. Di fatto, con quella frase avventata, stavo accettando di mescolare i miei brutti sogni alle sue bugie. Gli davo di nuovo credito, acconsentivo a vederlo come si era voluto rappresentare: uno con cui non si scherza, proprio come aveva imparato a essere da ragazzino, quando il campione d'Europa Bruno Frattini gli offriva lo stomaco sul ring dicendogli col sorriso sulle labbra: "Colpisci, Federì! Colpisci coi calci e coi pugni!". Ah quel campione. Gli aveva insegnato che la paura si vince attaccando per primi e picchiando duro, verità che non aveva più dimenticato. Da allora, alla prima occasione, mirava senza preamboli a spezzare le ossa di chiunque volesse mettergli i piedi in testa.
Proprio per essere all'altezza, aveva cominciato ad allenarsi il sabato e la domenica nel circolo sportivo Giulio Luzi. "Giulio Luzi? Non si chiamava Belfiore?" gli chiedevo con un pizzico di malizia. Ma lui rispondeva brusco: "Giulio Luzi, Belfiore, è lo stesso". E seguitava: in quella palestra l'aveva condotto per la prima volta il campione campano dei pesi piuma Raffaele Sacco, che un giorno s'era trovato a passare proprio mentre lui combatteva a calci pugni e morsi con una banda di ragazzi del Rione Ferrovieri che quotidianamente tiravano le pietre a lui e a suo fratello Antonio. Il pugile Sacco, diciottenne, era intervenuto. Aveva tirato quattro cazzotti a chilli figliezòccola e poi, dopo averlo lodato per il suo coraggio, se l'era portato alla Giulio Luzi o Belfiore o quel che si vuole.
Lì mio padre aveva cominciato a tirare di boxe non solo con Raffaele Sacco e con Bruno Frattini, ma anche col pupillo di quest'ultimo, Michele Palermo, col massiccio Centobelli, col piccolo Rojo, tutti campioni. Progressi ne aveva fatti subito. Se ne era reso conto un tale Tammaro che, mentre lui tornava da scuola insieme al fratello Antonio, lo aveva apostrofato a questo modo. "E tu fusse 'nu boxér? Ma non farmi ridere, Federì!". Lui non aveva detto nemmeno una parola, lo aveva semplicemente steso sul marciapiede privo di sensi con un gancio sinistro al mento e poi si era rivolto così a un amico di Tammaro che era rimasto paralizzato dal terrore: "Di' a chistu strunz, quando si sveglia, che la prossima volta non gli rompo solo la faccia ma pur'o culo".
Il culo. Mi spaventava sentire quei racconti. Mi avviliva non saper difendere mio fratello dalla sassaiola delle bande come aveva saputo fare lui col suo da ragazzino. Mi preoccupava andare nel mondo senza saper tirare di boxe. Mi metteva ansia, anche da adulto, come mio padre sapesse rifare con competenza le voci della violenza, le pose, i gesti, sparando pugni e calci all'aria.
Lui invece sembrava godere della sua volontà di ferocia, di come sapeva metterla in atto. Mi raccontava quelle storie per suscitare la mia ammirazione. E certe volte ci riusciva, ma era più frequente un fastidio misto a paura, e durava di più. Come nel caso dei due lustrascarpe di via Milano al Vasto, ore diciannove di un mese estivo. Mio padre, che allora aveva diciassette anni, e suo fratello Antonio, che ne aveva quindici, tornavano dalla palestra di corso Garibaldi. Si era messo a piovere all'improvviso e i due ragazzi - in divisa da sabato fascista, cosa che il mio genitore anche a distanza di decenni sottolineava con fierezza, ritenendo che la divisa gli donasse e lo facesse più temibilmente uomo - erano corsi a ripararsi sotto la pensilina del Teatro Apollo dove c'era già un po' di gente, inclusi i due lustrascarpe. Vocio, acqua, l'odore della polvere bagnata. I lustrascarpe appena li videro li squadrarono ghignando con perfidia. Poi l'uno disse all'altro ad alta voce: "'Sti duie figliezòccola hanno fatto venì a chiovere". Parole brutte, che offendevano i due fratelli, la loro madre, il loro padre, forse persino il nerume menagramo della divisa del fascio.


© 2000, Giangiacomo Feltrinelli Editore

biografia dell'autore
------------------------

Domenico Starnone è nato a Napoli nel 1943. Racconta da molti anni il difficile mondo della scuola nel quale vive, sia dal punto di vista degli insegnanti che degli studenti. Ha collaborato tra l'altro con l'Unità, il manifesto, Tango e Cuore. Dai suoi libri sono stati realizzati La Scuola, film di Lucchetti, e Denti, di Gabriele Salvatores, presentato quest'anno al Festival di Venezia. Con Sergio Rubini ha sceneggiato Tutto l'amore che c'è; con Petraglia e Milani La guerra degli Antò e Auguri professore, cui ha collaborato anche Stefano Rulli. Dalle sue cronache scolastiche Daniele Lucchetti ha tratto lo spettacolo Sotto banco, con Silvio Orlando e Angela Finocchiaro.


bibliografia
------------------------

I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Starnone Domenico, Denti, 1996, 176 p., Lit. 11000, "Universale economica" n. 1359, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81359-9)

Starnone Domenico, Eccesso di zelo, 2 ed., 1996, 144 p., Lit. 11000, "Universale economica" n. 1283, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81283-5)

Starnone Domenico, Ex cattedra, 13 ed., 1999, 132 p., ill., Lit. 11000, "Universale economica" n. 1102, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81102-2)

Starnone Domenico, Ex cattedra, 2 ed., 1988, 136 p., ill., Lit. 15000, ScholéFuturo

Starnone Domenico, Fuori registro, 10 ed., 1998, 136 p., Lit. 11000, "Universale economica" n. 1186, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81186-3)

Starnone Domenico, La retta via. Otto storie di obiettivi mancati, 1996, 160 p., Lit. 13000, "Universale economica" n. 1400, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81400-5)

Starnone Domenico, Il salto con le aste, 1989, 192 p., Lit. 18000, "I narratori" n. 377, Feltrinelli (ISBN: 88-07-01377-0)

Starnone Domenico, Il salto con le aste, 3 ed., 1991, 192 p., Lit. 12000, "Universale economica" n. 1159, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81159-6)

Starnone Domenico, Segni d'oro, 5 ed., 1996, 144 p., Lit. 11000, "Universale economica" n. 1151, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81151-0)

Starnone Domenico, Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso, 1995, 164 p., Lit. 15000, "Serie bianca" n. 2, Feltrinelli (ISBN: 88-07-17002-7)

Starnone Domenico, Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volonteroso, 1998, 164 p., Lit. 12000, "Universale economica" n. 1470, Feltrinelli (ISBN: 88-07-81470-6)

Starnone Domenico, Sottobanco, 1992, 136 p., Lit. 10000, "Tascabili E/O" n. 30, E/O (ISBN: 88-7641-154-2)

Starnone Domenico, Via Gemito, 2000, 389 p., Lit. 32000, "I narratori", Feltrinelli (ISBN: 88-07-01576-5)



29 settembre 2000