Jay McInerney
Com'è finita

"Come avvocato matrimonialista mi occupo per lo più di epiloghi, sicché è sempre un sollievo, una specie di vacanza, visitare il reame dei prologhi. E se chiedo è anche perché mi è sempre piaciuto raccontare la mia, di storia - la nostra, dovrei dire -, una storia che mi ha sempre dato l'impressione di essere unica."


Brevi racconti, piccoli scorci di vita in bilico tra il nulla e la noia: storie qualsiasi di persone insignificanti in sé, ma emblematiche di una società americana in cui ricchezza, cinismo, insensibilità si mescolano a droga, emarginazione, delinquenza. I protagonisti di queste storie appartengono spesso alla borghesia, hanno un passato non sempre lineare e sembrano come chiusi in meccanismi prevedibili capaci di annullare ogni spontaneo slancio vitale.
Le poche pagine di prefazione di Fernanda Pivano inquadrano con molta precisione i racconti e il loro autore, collocandolo in una recente tradizione narrativa che ha in Carver il più significativo riferimento.
Ironia e disincanto riempiono le vicende descritte di un malinconico senso di fallimento generazionale che neppure il successo professionale dei personaggi attenua. Così anche chi è uscito dalla dipendenza dalla droga, non ha certo risolto i suoi problemi: ne ha solo eliminato uno, non certo la sensazione di annoiata inutilità che a quel problema aveva condotto. In Il medico di galera, in Com'è finita o in Regali facili è appunto questo il tema dominante e in tutti rimane la disillusa amarezza di non conoscere vere vie d'uscita da questa vita così poco stimolante.
Anche il sesso, coniugale (come in Fumo) o trasgressivo (come in La regina e io), non è mai esaltante, ma spinge a voglie di evasione o è frustrazione e spesso è uno strumento per ottenere altro, denaro o affermazione sociale.
Questa povera America descritta nelle sue meschinità e nelle sue miserie umane, nella normalità più assoluta e nelle stravaganze da ricchi non salva neppure le cariche più alte dello stato (e la cronaca ce lo ha troppe volte dimostrato), ma vive, nella impossibilità della vera amicizia o dell'amore, di incontri fugaci e di confidenze sincere proprio perché non impegnano ad alcun rapporto. La solitudine (una solitudine profonda e quasi inconsapevole) rende inutilmente tragiche queste vite.
Il vuoto esistenziale, la mancanza di stimoli e di ideali che con tanta chiarezza emerge dai racconti, e che fa parlare di minimalismo di McInerney per le situazioni descritte, era già centrale nel notissimo Le mille luci di New York o nel più recente Professione: modella, ma in questi racconti, nella loro essenzialità, è ancora più tagliente, così come è più affilata la lama dell'autore nell'incidere la maschera con cui la società contemporanea si presenta.


Com'è finita di Jay McInerney
Titolo originale: Model Behavior: a Novel and Seven Stories

Traduzione di Sergio Claudio Perroni e Alberto Pezzotta
Introduzione di Fernanda Pivano
Pag. 204, Lire 26.000 - Edizioni Bompiani (Narratori stranieri)
ISBN 88-452-4513-6




Le prime righe

Il giro


Sul suo conto le avevo sentite praticamente tutte già prima di venirci ad abitare. E comunque pensi sempre che per te Hollywood sarà diversa. So benissimo che è una giungla, ti dici: ma io sono il dottor Livingstone.
Mi ero laureato in letteratura inglese alla Columbia, e nel giro di qualche settimana avevo trovato un impiego in un giornale nella contea di Bergen, esattamente di fronte a Manhattan dall'altra parte del fiume, perciò mi ero tenuto l'appartamento a buon mercato dove abitavo con la mia ragazza, sulla West 111th Street. Grazie alla mia tesi di laurea, un'analisi post-strutturalista sugli adattamenti cinematografici dei grandi romanzi americani, dopo neanche un anno ero riuscito a ottenere l'incarico di critico cinematografico e reporter di Cultura & Spettacolo. L'idea di fare lo sceneggiatore mi venne durante la conferenza stampa di un autore-regista di passaggio a Manhattan per promuovere il suo nuovo film. A tentarmi non fu tanto il suo modo di descrivere la propria ascesa come qualcosa di facile e pressoché accidentale, né il fatto che non sembrasse una persona particolarmente brillante, si trattò di qualcosa di più viscerale - qualcosa nel suo starsene lì con la sigaretta tra le labbra, illuminato dalla luce che entrava dalla finestra al quarantaquattresimo piano del grattacielo della produzione. Vedevo distintamente i pori della sua pelle e i peli della sua barba di almeno due giorni, e vedevo pure una cosina verde incagliata nel solco fra due incisivi. Quello potrei essere io, pensai a un certo punto: seduto lì con la barba di due giorni e un affare verdognolo tra i denti.
Non feci niente tipo licenziarmi o roba del genere, ma piuttosto cominciai a scrivere sceneggiature e ad affittare i film che mi piacevano, per studiarne la struttura e scoprire cosa avessero in comune. In questo fui molto incoraggiato da mia zia Alexis, che per un certo periodo era stata sotto contratto con la Paramount. Aveva recitato in un paio di western con John Wayne ed era stata fugacemente sposata con un regista. Dopo il divorzio si era trasferita a New York; diceva che a farle lasciare il cinema era stato il marito regista, e che ormai era troppo tardi per tornare indietro - ma dal suo modo di esprimersi e di comportarsi sembrava ancora far parte di quella calda famiglia che lei continuava a chiamare "il giro". Vantava l'amicizia di un paio di nomi relativamente famosi e leggeva diligentemente sia Variety sia l'Hollywood Reporter. In realtà, nella nostra meno calda ma più autentica famiglia si diceva che Hollywood l'avesse trattata piuttosto male - anche se lei non sembrava soffrirne. Insegnava recitazione, e di tanto in tanto faceva una parte in qualche spettacolino di filodrammatica. Quando mi ero trasferito a New York, mia zia mi aveva più o meno adottato. Mio padre e mia madre avevano appena divorziato e stavano dissolvendosi nei tramonti arancione di, rispettivamente, Arizona e Florida.

© 2000, RCS Libri


L'autore
Jay McInerney, etichettato di volta in volta come "minimalista", portavoce degli yuppies o della "Non Generation", rifiuta gli schemi troppo semplicistici di certa critica e si considera un outsider. Allievo del grande narratore Raymond Carver, a soli ventinove anni ha scritto il best seller Le mille luci di New York, cui hanno fatto seguito Riscatto, Tanto per cambiare, Si spengono le luci, L'ultimo dei Savage, Professione: Modella, Nudi sull'erba.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




29 settembre 2000