William Gibson
American Acropolis

"È un mondo dentro al mondo e, se esistono posti che stanno tra le cose del mondo, posti costruiti negli interstizi, allora esistono sicuramente delle cose anche lì, e luoghi che stanno negli interstizi tra queste cose, e a loro volta altre cose in quei luoghi."


Dopo aver creato con Bruce Sterling il movimento Cyberpunk, dopo aver dichiarato che questo movimento aveva esaurito la sua spinta innovatrice, Gibson ha però continuato a produrre romanzi che, pur introducendo elementi di novità, si inseriscono comunque nello stesso filone.
L'elemento di maggiore originalità (e di sicura presa) della scrittura di questo autore consiste nella capacità di evocare un futuro credibile, mai popolato da creature aliene dalle strane fattezze o dominato da astronavi reduci da viaggi interspaziali, ma nel creare situazioni e personaggi che derivano dalla degenerazione delle attuali crisi economiche e sociali.
In American Acropolis in effetti sembra che a questo anomalo scrittore di fantascienza interessi fissare l'attenzione del lettore sulle figure emblematiche che popolano il romanzo più che sulla trama complessa e, in fondo, ininfluente.
Soprattutto l'ambientazione è particolarmente attenta: sia la orrenda e putrida "tana" di cartone in cui vive, nella metropolitana di Tokyo, Colin Laney, sia la Los Angeles più evocata dai dialoghi dei personaggi che descritta, sia ancora San Francisco che, nelle sue grigie nebbie mimetizza e nasconde le incolori esistenze dei marginali che agiscono nel romanzo.
Sensazioni inconsce e cyberinformazione collegano universi e continenti diversi, ma le esperienze umane spesso dolorose, la consapevolezza che il male è qui, sulla Terra e non da ricercare in altri pianeti, che il degrado di domani nasce dalle miserie dell'oggi, rendono la fantascienza di Gibson estremamente realista.
Così il linguaggio contratto e frammentato come le informazioni che, planando da una rete all'altra, Silencio (il piccolo esploratore del cyberspazio) cerca con ansia crescente, propone una interessante incursione nel mondo di domani, mondo in cui forse sarà troppo difficile orientarsi.
Le complesse architetture, descritte con dovizia di particolari, che emanano odori sgradevoli, l'oscurità che circonda quasi sempre le azioni, e l'umanità composta da puttane o da barboni sembrano saper creare unicamente situazioni dalla cupa e chiusa angoscia, eppure talvolta si salva un sentimento, un rimpianto, una lacrima...
E come Rei Toi, l'Aidoru giapponese, anche il lettore è impegnato a capire quell'umanità sofferente e quel mondo che, con grande suicida impegno, oggi stiamo preparando.


American Acropolis di William Gibson
Titolo originale: All Tomorrow's Parties

Traduzione di Daniele Brolli
Pag. 330, Lire 22.000 - Edizioni Mondadori (Strade blu )
ISBN 88-04-47942-6




Le prime righe

1

Città di cartone


Attraverso questa corrente serale di facce ininfluenti, indistinte, in mezzo a frettolose scarpe nere, ombrelli chiusi e alla folla che scivola fusa come un unico organismo nel cuore soffocante della stazione, ecco farsi avanti Shinya Yamazaki, con il computer portatile stretto sotto braccio come la sacca d'uova di una specie marina poco nota ma di discreto successo biologico.
Evolutosi per tener testa a sgomitate alle sproporzionate borse della spesa di Ginza e alle spietate valigette, Yamazaki e il suo piccolo fardello di informazioni scendono nelle profondità al neon. Verso un ramo tributario di quiete relativa, un corridoio piastrellato che mette in comunicazione due scale mobili parallele.
Le colonne centrali, rivestite di ceramica verde, reggono un soffitto butterato di ventilatori impellicciati di polvere, di rivelatori di fumo e di altoparlanti. Dietro le colonne, addossati al muro più distante, resti di scatoloni da spedizione affollati in un convoglio cencioso, rifugi improvvisati messi in piedi dai senzatetto della città. Yamazaki si blocca, in quell'istante irrompe il brusio oceanico dello scalpiccio dei pendolari e, non più spinto dalla sua dedizione alla missione, egli desidera profondamente, senza esitazione, di essere altrove.
Ha un violento soprassalto quando una giovane e affascinante matrona, con i lineamenti impreziositi da microspore di Chanel, gli calpesta gli alluci con una lussuosa carrozzina a tre ruote. Dopo aver farfugliato una scusa , Yanazaki sbircia il passeggero in fasce attraverso le tendine a snodo di plastica sfumata in rosa, e il bagliore di uno schermo ammicca mentre sua madre rotola via con fermezza.
Yamazaki sospira tra sé e zoppica verso i rifugi di cartone. Si chiede cosa penseranno i pendolari di passaggio nel vederlo entrare nel quinto scatolone da sinistra. Gli arriva a malapena al petto, più lungo degli altri, e ricorda vagamente una bara, una falda di ondulato bianco con impronte di ditate che funge da porta.
Pensa che forse non lo vedranno. Proprio come lui stesso non ha mai visto nessuno entrare o uscire da una di quelle catapecchie ordinate. È come se i loro abitanti divenissero invisibili nella funzione che permette a queste strutture di esistere nel contesto della stazione. Il suo campo di studi è la sociologia esistenziale, e funzioni simili sono il suo settore di interesse specifico.

© 2000, Arnoldo Mondadori Editore


L'autore
William Gibson vive a Vancouver in Canada con la moglie e i due figli. Con il suo primo romanzo Neuromante si è subito guadagnato un enorme successo. A Gibson è attribuita la paternità del termine "cyberspazio" e il merito di aver saputo immaginare Internet e la realtà virtuale prima che esistessero. Ha pubblicato fra l'altro Monna Lisa Cyberpunk, Luce virtuale, La notte che bruciammo Chrome e Aidoru.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




29 settembre 2000