Vladimir Dimitrijevic
La vita è un pallone rotondo

"Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l'arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c'è una correlazione tra questo sport e la letteratura."


Se, come dice lo stesso Dimitrijevic, il calcio "sconfina nei territori della sociologia, della filosofia, e persino della teoria economica", questo volumetto da poco pubblicato da Adelphi ne è una riprova. Si può anche aggiungere che il campo abbracciato da La vita è un pallone rotondo è anche la psicologia, la politica e la letteratura. L'autore infatti, Vladimir Dimitrijevic, dopo aver giocato per un breve periodo a calcio, trasferitosi in Svizzera dalla Jugoslavia per motivi politici, è diventato editore e si è occupato di scienze umane in generale. Di questi interessi culturali resta ampia traccia nel libro in cui i raffronti tra lo sport più popolare del mondo e, ad esempio, la letteratura sono molto numerosi. Prima di tutto quali sono le qualità di un buon giocatore? Forse sono le stesse di un buon poeta: creatività, fantasia architettonica, ma soprattutto "cuore". Sì, perché se esistono giocatori tecnicamente bravissimi, per essere un vero protagonista e far sognare gli spettatori, bisogna possedere quel qualcosa di più, un tocco di genialità innata che rende superlativo un calciatore. Esemplare è il caso (e chi potrebbe negarlo?) di Maradona, capace di trasformare una squadra al suo arrivo, di inventarsi il gioco, di toccare la palla con la fantasia e l'imprevedibilità di un giocoliere. Eppure non era certo un "atleta", fisicamente parlando, né aveva la correttezza del professionista: era altro, era un poeta...
Se è possibile fare un esempio "nostrano", anche Roberto Baggio possiede quel tocco di genialità che lo rende diverso da molti altri pur ottimi giocatori e che accende l'amore del pubblico e la perplessità degli allenatori.
Ma nei brevi capitoli in cui è suddiviso il libro, oltre ai parallelismi letterari o ai riferimenti musicali, viene toccato anche il peso che gli equilibri politici hanno, e hanno avuto, sul gioco del calcio: la Germania, con la vittoria ai Mondiali del 1954 ha sancito la sua ripresa economica e il nuovo ruolo in Europa; l'Urss ha sempre frenato le squadre dei paesi a lei satelliti se le erano contrapposti in qualche torneo; e oggi, potremmo aggiungere, è difficile non vedere una specie di soggezione arbitrale davanti ad alcune squadre e una certa volontà punitiva verso altre che rappresentano nazioni poco amate dall'opinione dominante...
Molto spesso poi si verifica quella che l'autore definisce "sclerosi democratica", cioè la volontà, talvolta inconscia, di concludere in parità una partita: paura di perdere (gli interessi economici in campo sono altissimi), ma anche paura di vincere, dominando su di un avversario che non si vuole umiliare.
Anche il pubblico ha un forte peso: le tifoserie hanno, in effetti, delle caratteristiche peculiari, e certe squadre sono malviste per le violenze che si scatenano, non solo nello stadio, o per l'arroganza del loro pubblico. La tesi dell'autore è che spesso sono i tifosi a rovinare le squadre con le loro isterie e la loro voglia di distruzione dell'avversario. Altri pubblici invece sanno riconoscere la grandezza dell'avversario e Dimitrijevic cita ad esempio positivo la tifoseria di Belgrado (con legittimo orgoglio) e quella napoletana.
Fra poche settimane inizierà in Italia il campionato di calcio, ma già si svolgono numerose partite amichevoli e le coppe internazionali: può essere interessante, per chi ama questo sport, "prepararsi" con qualche lettura che faccia riflettere, prima di abbandonarsi al puro divertimento.


La vita è un pallone rotondo di Vladimir Dimitrijevic
Titolo originale: La vie est un ballon rond

Traduzione di Marco Bevilacqua
Pag. 146, Lire 14.000 - Edizioni Adelphi (Piccola Biblioteca Adelphi n. 449)
ISBN 88-459-1544-1



Le prime righe

IL RE CALCIO


Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perché - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi grazie ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi.
Queste strane limitazioni del vostro potere non finiscono qui. Due dei ventidue giocatori sono del tutto arbitrariamente autorizzati a usare le mani, vale a dire il corpo nella sua interezza. Ma questa generosa emancipazione costa loro molto caro: saranno penalizzati. Avranno il diritto di esercitare tale privilegio solo su un territorio limitato. Gli altri venti calciatori possono anche loro usare le mani, ma soltanto fuori campo, per le rimesse in gioco. Una specie di equilibrio sottile e perverso distribuisce gli ostacoli, penalizza o ristabilisce la legalità a seconda degli umori di una singolare giustizia. Si può essere in fuorigioco, così come si possono sanzionare con un tiro franco - concetto alquanto cavalleresco - dei tiri che definirei mancini.
Ma la cosa più sorprendente è il fine ultimo di tutto ciò. Un territorio, di nuovo: un rettangolo. Se possibile a tre dimensioni, dato che l'altezza ha la sua importanza, ma si può farne a meno. Per delimitare le porte, gli scolari si servono delle cartelle, ammucchiano dei sassi o conficcano in terra dei bastoni. Bisogna far uscire la palla da uno spazio delimitato e scagliarla in un altro, più piccolo e ancor meglio circoscritto. L'essenziale è il superamento della fatidica linea.

© 2000, Adelphi Edizioni


L'autore
Vladimir Dimitrijevic dirige da più di trent'anni le edizioni L'Age d'Homme di Losanna.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




8 settembre 2000