Alessandro Perissinotto
La canzone di Colombano

"Dall'inizio del mattino un pensiero si annidava indefinito nella mente del giudice Ippolito, un qualcosa che non riusciva a prendere forma, ma che si faceva sentire come un gusto amaro in fondo alla bocca."


Sulle tracce di una canzone del sedicesimo secolo, ricordata solo da un'anziana donna di nome Ghitin, incontrata dall'autore in un alpeggio delle montagne piemontesi, Perissinotto costruisce un'affascinante storia che sa di leggenda, proseguendo l'opera iniziata con L'anno che uccisero Rosetta (il suo esordio narrativo), romanzo incentrato sulla mentalità valligiana espressa linguisticamente con un patois franco-provenzale. Anche qui i protagonisti hanno un legame forte con la terra, le origini, la lingua. Hanno paure arcaiche, facili entusiasmi e certezze assolute; vivono tra stenti e sofferenze un'esistenza povera come sempre è stata quella dei montanari e con difficoltà affrontano l'imprevisto. Ma l'imprevisto ogni tanto arriva, questa volta nella forma di un quadruplice omicidio: padre, madre, figlia quindicenne e nonna. Un'intera famiglia sterminata all'istante da qualcuno o qualcosa che appare misterioso. Quando nell'alpeggio che è stato lo scenario della tragedia arriva Ippolito Berthe, giudice a Chiomonte incaricato del sopralluogo, è immediatamente esclusa la prima causa di morte supposta, la peste. Non vi sono bubboni sui cadaveri e, anzi, sembra che non presentino segni particolari. Così, immediatamente, la popolazione trova un assassino, un colpevole, lo individua senza avere alcuna prova: è stato senza dubbio Colombano Romean al ritorno dalla Provenza nella sua Chiomonte, che nelle estati lavorative veniva ospitato da Isorado nel suo alpeggio, per poter lavorare alla ciclopica impresa che si era prefissato. È una strana persona Colombano. Ha deciso di portare l'acqua nella zona arida dei Quattro Denti, dove, per poter pascolare bene gli animali e coltivare vigneti e frutteti sarebbe proprio necessaria. L'unico modo per trovarla è scavare un lungo canale interno alla montagna e andare a prenderla dall'altra parte. "Da otto anni, dall'estate del millecinquecentoventisei, Colombano lavorava da solo a quell'opera che già sarebbe parsa meravigliosa se a compierla fosse stato l'intero paese". Un uomo capace di un'impresa del genere potrebbe anche uccidere... La rabbia e anche l'invidia dei paesani ("se davvero le acque della Thullie avessero bagnato i prati che scendevano dai Quattro Denti, Colombano avrebbe ricevuto ogni anno, dalla comunità medesima, duecentoventi sestari di segale, cento di avena, quaranta di castagne e noci e soprattutto cento brente di vino") si scatenano e il giudice Ippolito riesce a stento a frenarne l'ira. Il romanzo prosegue, capitolo dopo capitolo, seguendo le strofe della canzone, verso un epilogo drammatico, inevitabile, ma in una direzione imprevista.
Al di là della storia è da sottolineare l'abilità di Perissinotto nel ricreare un mondo, quello contadino e montano del Cinquecento, che si è mantenuto nei secoli successivi lungo le valli chiuse, refrattarie a ogni novità, ostili nei confronti di qualunque "straniero". Attento ai particolari storici, linguistici e psicologici, l'autore si riferisce anche ad alcuni dei miti e delle leggende che a lungo sono circolate tra quei boschi, come quella dell'Uomo Selvatico che terrorizzava uomini, donne e bambini.


La canzone di Colombano di Alessandro Perissinotto
Pag. 206, Lire 18.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n.475)
ISBN 88-389-1610-1




Le prime righe

I
Strofa prima


Di là da cui boscagi
j'è quart mort da suterè.
E 'l pare e la mare
e la veja l'an massà;
e na fia d' quìndes ani
ch'a smija penha endurmentà.


Muli: razza maledetta e traditrice.
Ancora una volta aveva dovuto smontare dalla sua cavalcatura, là dove la mulattiera si faceva sentiero e il sentiero si faceva scala di pietre. Imprecava contro la bastarda, ma era soprattutto per dimenticare la paura e i pensieri più foschi.
Era peste? Sarebbe stata peste?
Per la prima volta la fiducia che i villani riponevano in lui gli diede un senso di fastidio che lo prese poco sotto lo stomaco.
I margari che avevano trovato i quattro morti si erano rivolti a lui come a chi ha il potere di salvare il paese dalla rovina; come se lui e solo lui avesse potuto fermare il maleficio o il contagio.
La fiducia dei montanari se l'era guadagnata appena assunto il suo ufficio di giudice lì a Chiomonte. Non diversamente dagli altri, era giunto a cavallo, con le vesti rosse e nere e con le insegne della Prevostura di Oulx, ma i valligiani avevano capito subito che era uno di loro. La notizia del nuovo arrivo correva più veloce del suo cavallo, in quel giorno di novembre. Il vento eterno che spazza la valle addensava le nuvole a metà della montagna, come se avesse voluto riempire quel solco di tutti i vapori dell'universo. La strada del paese era deserta, gli usci chiusi; dai viottoli, al suo passaggio, rumore di zoccoli di legno che si affrettavano sull'acciottolato. Anche allora aveva provato inquietudine; non la stessa inquietudine di oggi, ma di eguale intensità. E poi quell'immagine che dopo tre anni rivedeva distinta e viva: la comunità intera sul sagrato, centinaia di occhi scuri lo fissavano, infossati nei volti smagriti. L'aria violenta e gelida illividiva le labbra serrate e sotto le vesti di bigello, sotto le pelli di pecora gettate sulle spalle, si intuiva il tremore di corpi costretti ad un'inconsueta immobilità.

© 2000, Sellerio editore


L'autore
Alessandro Perissinotto è nato a Torino nel 1964. È semiologo e folclorista e conduce ricerche su fiabe e tradizioni delle Alpi. Tra le sue pubblicazioni i saggi Studiare con metodo e Il testo multimediale. Con Sellerio ha pubblicato il poliziesco L'anno che uccisero Rosetta.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




1 settembre 2000