La biografia
La bibliografia


Patrick McGrath
Grottesco

"Perdonatemi se a volte sembro contraddirmi o violare in altro modo l'ordine naturale degli eventi che sto narrando; questa di scegliere e organizzare i propri ricordi in maniera tale da descrivere con precisione cosa accadde è un'impresa delicata e rischiosa e comincio a chiedermi se, in effetti, non vada oltre le mie capacità."


Una paralisi lo inchioda a una sedia a rotelle, è da tutti considerato un vegetale senza coscienza (solo la figlia sa che non è così), eppure da quell'immobilità forzata e crudele Hugo Coal ricostruisce nella mente, con logica spietata e con lucidità assoluta, tutti gli eventi che hanno determinato la sua attuale infermità, osserva ciò che lo circonda e anche quando, con raffinata crudeltà, la sua poltrona a rotelle è rivolta al muro e può vedere la sola spoglia parete, intuisce ciò che avviene alle sue spalle, anzi interpreta i minimi rumori della stanza così da poter decifrare la trama malefica che continua a svilupparsi intorno a lui.
Coal, protagonista e narratore, non fa mai dimenticare al lettore che quanto viene da lui descritto fa parte della memoria o nasce da una sua interpretazione del presente: tutto ciò fa sì che si rimanga sempre sospesi tra l'accettare pienamente le tesi esposte dal vecchio paralizzato o considerarle, almeno in parte, un prodotto della sua fantasia e delle sue angosce. Lo stesso Coal, in alcune occasioni, dichiara di aver male interpretato rumori o gesti e tutto ciò accresce l'ambiguità della narrazione, il senso di soggettività di tutto il romanzo.
Ma qual è la mente perversa che ha elaborato un piano spregiudicato e delittuoso pur di raggiungere il proprio scopo? È quella di Fledge, entrato nella casa di Coal in qualità di maggiordomo, non certo per scelta del proprietario, ma di Harriet, la moglie, che si dimostrerà ben presto facile preda dell'astuto cameriere. Sir Hugo aveva, quando era un uomo sano, una sola passione e a quella dedicava tutto il suo tempo e le sue energie: ricostruire un enorme scheletro di sauro che aveva fatto trasportare nella sua tenuta dal lontano luogo del ritrovamento. Così aveva anche interrotto da tempo i rapporti intimi con la moglie, aveva trascurato la figlia adolescente e delegato a Harriet ogni incombenza pratica. Questa situazione aveva offerto al malefico Fledge la possibilità di assumere un ruolo sempre più forte nella realtà di quella casa, di fascinare la padrona risuscitando in lei passioni ormai sopite. La figlia Clo, una sensibile diciottenne, annuncia il suo fidanzamento con un giovane ospite, ben poco apprezzato dal padre, che però sarà (suo malgrado) l'elemento scatenante la tragedia. Un giorno Sir Hugo scopre, non visto, il futuro genero in atteggiamento intimo con Fledge, non rivela la sua scoperta alla moglie e alla figlia per non sconvolgerla, ma dopo pochi giorni il neofidanzato sparisce. Ricostruendo, dall'immobilità a cui è costretto, gli eventi Coal crea una vera e propria vicenda gialla alla cui suspence il lettore non può sottrarsi e che porterà, dopo innumerevoli colpi di scena, alla più amara conclusione verso la quale tutta la trama tendeva: Fledge si sostituisce ogni giorno di più al padrone, prende il suo posto nel letto di Harriet e il suo ruolo nell'elegante salotto di casa, e man mano che il maggiordomo sale di ruolo e di potere, parallelamente il padrone cade negli abissi della disperazione. Ma padrone e servo non sono due aspetti diversi di uno stesso individuo? In fondo dentro ogni essere non c'è anche abiezione? Così il sesso che è fonte di vita, in questa dimensione ambigua e contraddittoria, diventa causa di morte e la pazzia si può confondere con la disperazione. McGrath è maestro nel descrivere i lati oscuri della mente umana e della vita e già da questa prova, tradotta ora in Italia ma scritta nel 1989, ne ha dato ampia dimostrazione.



Grottesco di Patrick McGrath
Titolo originale: The Grotesque

Traduzione di Claudia Valeria Letizia
Pag. 214, Lire 26.000 - Edizioni Adelphi (Fabula n.128)
ISBN 88-459-1582-4

Di Grazia Casagrande



le prime pagine
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Ho avuto molto tempo libero, negli ultimi mesi, per riflettere sul mio primo incontro con Fledge e sul perché egli abbia sviluppato nei miei confronti un'antipatia così immediata e intensa. Maggiordomo, a mio parere, si nasce, non si diventa; le doti di un bravo maggiordomo - deferenza, capacità, un certo servilismo dignitoso - sono qualità caratteriali che si manifestano nelle culture in cui da secoli esiste, sostanzialmente indisturbata, una gerarchia sociale stabile. È raro, ad esempio, trovare un bravo maggiordomo in Francia, e un bravo maggiordomo americano è una contraddizione in termini. Fledge non è un maggiordomo nato: non è deferente per natura, né gli è naturale servire. Nel suo intimo, anzi, credo che nutra un furibondo risentimento per il fatto di dover svolgere questo lavoro. Non che la sua condotta lasci trapelare qualcosa; eppure, quel qualcosa c'è, eccome. Con il tempo mi è apparso chiaro non solo che egli si sentiva umiliato dalle sue mansioni, ma che verso di me covava un antagonismo feroce proprio perché ne ero io lo strumento. D'altro canto, io non mi sono mai dimostrato particolarmente cordiale: se quest'uomo entra in casa mia da maggiordomo, ho pensato, da maggiordomo lo tratterò. Come potevo indovinare fino a che punto lo avrebbe spinto l'ambizione?
Ho ricostruito tutto ciò da quando mi trovo costretto su una sedia a rotelle. Allora avevo unicamente la sensazione che quell'uomo emanasse qualcosa e ricordo di aver pensato che, quand'anche fosse stato un po' indocile, un po' bolscevico, se rendeva felice Harriet potevo senz'altro sopportare un'ombra di pacato rancore, fintanto che, naturalmente, fosse rimasto pacato. Dopotutto, mi dicevo, che rapporti ho con lui? La maggior parte del tempo la passavo nel fienile insieme alle mie ossa e, quando ero in casa, ricorrevo a lui soltanto perché mi mettesse sotto il naso un piatto con qualcosa da mangiare e un bicchiere con qualcosa da bere. Che resti pure bolscevico, mi dicevo (senza peraltro il minimo altruismo), se fa felice Harriet. Da esperto di ironie della vita quale sono, non posso non riconoscere adesso quanto gustosa sia quella che ho appena rievocata.
Dall'inizio della paralisi ho perso molto peso e i miei completi di tweed cadono flosci e informi su questo mio fisico ormai scheletrico. Anche la mia faccia è cambiata, come ho potuto accertare da quelle visioni fugaci che riesco a afferrare quando per avventura mi si fa passare davanti a uno specchio. Sono ingobbito e cadaverico; le mie mani poggiano inerti sui braccioli della carrozzella come due artigli e i miei occhi guardano spenti nel vuoto dalle orbite di un volto ossuto, scavato, la mascella del quale riposa ormai perennemente su una clavicola. Nel periodo di cui parlo, tuttavia, avevo la testa ben eretta e dai miei occhi grigi come l'acciaio balenavano scintille di un'intelligenza acuta, non meno acuta, aggiungerei, delle frecciate che scoccavano incessanti dalle mie labbra sottili e beffarde.


© 2000, Adelphi Edizioni

biografia dell'autore
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Patrick McGrath è cresciuto in Inghilterra e vive tra Londra e New York.


bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Mcgrath Patrick, Follia, tr. di Codignola M., 17 ed., 1999, 294 p., Lit. 28000, "Fabula" n. 107, Adelphi (ISBN: 88-459-1360-0)

Mcgrath Patrick, Grottesco, tr. di Letizia C. V., 2000, 214 p., Lit. 26000, "Fabula" n. 128, Adelphi (ISBN: 88-459-1582-4)

Mcgrath Patrick, Il morbo di Haggard, tr. di Raffo A., 1999, 208 p., Lit. 26000, "Fabula" n. 117, Adelphi (ISBN: 88-459-1446-1)



25 agosto 2000