Carlos Fuentes
L'ombelico della luna

"Ixca aprì gli occhi alla notte. Il sole era tramontato. Nel buio, con lo sguardo turbato, l'uomo si sentiva correre in petto una miriade di ombre."


Un romanzo di ampio respiro, dalla struttura complessa e dai molteplici personaggi: una grande epopea della contemporaneità e nello stesso tempo un romanzo emblematico della letteratura latinoamericana.
Fuentes è, a ragione, considerato uno dei maestri della letteratura messicana, ma forse è più corretto considerarlo uno dei principali narratori contemporanei, particolare e raffinato interprete di quelle modalità narrative più attuali che, pur traendo dalla tradizione la propria linfa, hanno saputo interpretare la contemporaneità in tutte le sue sfaccettature.
Un mondo come quello che in L'ombelico della luna è stato rappresentato diventa davvero palcoscenico straordinario di passioni e sentimenti, di bassezze e meschinità, di aspirazioni e di frustrazioni che, pur originate da vicende dell'oggi, sono proprie dell'umanità di ogni tempo.
L'ambizione guida e travolge Federico Robles che sa trasformarsi da rivoluzionario in speculatore e in avvocato legato all'alta finanza, così come sua moglie Norma donna dall'infelice infanzia e dallo sfrenato arrivismo. L'utopia perdente è invece alla base della vita di Rodrigo Pola e il senso di sconfitta domina sua moglie, Pimpinela de Ovando.
Ma innumerevoli altri sentimenti guidano le azioni dei vari personaggi che, in un gioco di incroci, entrano inevitabilmente a contatto tra loro nel corso di questa storia.
Ma chi raccoglie le confidenze di tutti (con interventi diretti nel romanzo evidenziati anche da una forma grafica distinta), le rielabora con un linguaggio ambiguo e immaginifico, e unisce le varie vicende, dando unità compositiva alla complessa trama, sono Ixca Cienfuegos e Todula Moctezuma: origini indie e antichi dei, mistero di un popolo sconfitto che possiede una forza interiore che non appare domata da nessun nuovo mito.
Questo è il Messico, questa l'America latina, un intrico di culture e di civiltà, vittima dei vizi della modernità, ma ancora capace di poesia e di utopie, con un destino tragico che si esprime con il linguaggio dalle tinte forti dei suoi migliori interpreti e, primo fra tutti, di Carlos Fuentes.


L'ombelico della luna di Carlos Fuentes
Titolo originale: La región más transparente

Traduzione di Germán Quintero e Luigi Dapelo
Pag. 416, Lire 32.000 - Edizioni il Saggiatore (Scritture n. 81)
ISBN 88-428-0658-7



Le prime righe



Il mio nome è Ixca Cienfuegos. Sono nato e vivo in Messico, Distretto federale. Ma questo non è grave. In Messico non c'è tragedia: tutto si trasforma in oltraggio. Oltraggio questo sangue che mi trafigge come le foglie appuntite del maguey. Oltraggio la mia paralisi sfrenata che tinge di coaguli tutte le aurore. E il mio eterno salto mortale verso il domani. Gioco, azione, fede; giorno per giorno, non solo il giorno del premio o del castigo: vedo i miei pori oscuri e so che me lo hanno proibito giù in basso, in basso, in fondo al letto della valle. Spirito di Anáhuac che non calpesta uva ma cuori; che non beve liquori, balsami della terra, ma il proprio vino, gelatina di scheletri; che non insegue la pelle allegra ma dà la caccia a se stesso in un liquame nero di pietre tormentate e occhi di giada opaca. In ginocchio, coronato di fichi d'India, flagellato dalla sua (dalla nostra) mano. La sua danza (il nostro ballo) sospesa a una lancia ornata di piume, o al parafango di un camion; morto nella guerra sbocciata, nella rissa da taverna, all'ora della verità: l'unica ora che arriva sempre. Poeta senza commiserazione, artista del tormento, villano cortese, imbroglione ingenuo, la mia supplica disarticolata si perde, doppiosenso, strepito. Far del male a me stesso, a me sempre più che agli altri: oh mia sconfitta, sconfitta mia, che a nessuno saprei comunicare, che mi mette di fronte a quegli dèi che non mi hanno dispensato pietà, che mi hanno costretto a viverla sino alla fine per comprendere me e i miei simili! Oh volto della sconfitta, volto insopportabile di oro sanguinante e terra secca, volto di musica spezzata e colori torbidi! Guerriero nel vuoto, vesto la corazza dello sbruffone; ma le mie tempie singhiozzano e non rinunciano alla ricerca della gioia: la patria, il clitoride, lo zucchero degli scheletri, il cantico ritorto, mimesi della bestia chiusa in gabbia. Vita vissuta di spalle, per paura di voltarle; corpo fratturato, di parti centrifughe che gemono di alienazione, cieco alle invasioni. Vocazione di libertà che si rifugia in una rete di incroci senza vertebre. E nei loro resti intingiamo i pennelli e ci sediamo al margine della strada per giocare con i colori... Al momento della nascita, morto, hai bruciato le tue navi affinché altri costruissero l'epopea con la tua carcassa; al momento della morte, vivo, hai esiliato una parola, quella che ci avrebbe legato le lingue nella somiglianza.

© 2000, il Saggiatore


L'autore
Carlos Fuentes (1928) è considerato uno dei maestri della narrativa messicana e uno dei più importanti romanzieri contemporanei. Ha vinto il Premio Cervantes, massimo riconoscimento per un autore di lingua spagnola, e il Premio Príncipe de Asturias de las Letras. Fra i suoi romanzi ricordiamo: La morte di Artemio Cruz, Aura, Los años con Laura Díaz. Ha svolto anche una importante opera di giornalista e saggista ed è stato ambasciatore del Messico in Francia.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




21 luglio 2000