Louise Rafkin
Lo sporco degli altri
Avventure di una donna delle pulizie da New York a Kyoto

"Il piacere che provo nel pulire dipende dall'idea di lasciare un posto migliore di come l'ho trovato, ricco di opportunità, offrendo a chi ci abita un'occasione per ricominciare daccapo."


Che strano, strano libro! Non per la scelta linguistica e nemmeno per la forma narrativa. È il contenuto che incuriosisce e cattura l'attenzione. Non so se succederebbe altrettanto a un lettore uomo, ma per una donna è un libro da amare e odiare, che attira come una calamita anche se già è chiaro dalle prime pagine che nasconde anche qualcosa di sgradevole, una sensazione di stress, fatica e frustrazione da cui non è possibile liberarsi: l'incubo delle pulizie. Eppure Louise Rafkin non drammatizza, non la "prende male": è maestra nel raccontare la vita di una donna delle pulizie "per scelta": lei. E fa della pulizia una filosofia di vita, un modo di comunicare, un modo di dimostrare gratitudine o disprezzo, affetto o noncuranza. Ma come fa una ragazzina desiderosa di trasformarsi in spia ai servizi della Cia, a diventare una professionista del pulito? Eppure un legame, anche se imprevedibile, tra le due mansioni c'è. Ed è proprio quel piccolo legame ad aver creato la svolta nella vita di Louise: la curiosità. Dallo spiare esternamente nelle case dei vicini a entrarci per fare le pulizie il passo è stato breve. Perché in fondo, cosa significa pulire "lo sporco degli altri"? Entrare nel loro intimo, conoscerli a fondo, poter addirittura leggere la corrispondenza privata, gli estratti conto della banca, conoscerne le abitudini sessuali, le amicizie, i gusti musicali o cinematografici... sì, tante curiosità che Louise cerca di soddisfare sono al limite dell'indiscrezione, o superano questo limite. Ma per lei questa è la norma.
In molte case non deve faticare particolarmente. "Io sono specializzata nella pulizia delle case pulite", scrive nel suo libro. Descrive appartamenti e ville curati come musei, lustrati a specchio, sempre in ordine. In altri luoghi il disordine e la sporcizia sono insopportabili. Louise è una donne delle pulizie che può permettersi di rifiutare un lavoro, che può scegliere anche in base alla simpatia del proprietario, che guadagna cifre notevoli. È quel tipo di domestica ricercata dalle famiglie bianche, benestanti, politicamente corrette e un po' razziste che preferiscono una ragazza americana, bianca e colta, per non avere sensi di colpa, per non sentirsi in qualche modo sfruttatori di manodopera immigrata o di colore. Louise è anche fortunata perché sa scrivere e sa cogliere nelle situazioni che vive gli elementi utili per costruire piccoli episodi di cronaca da vendere a qualche giornale che voglia pubblicare pezzi di costume (scriverà addirittura un romanzo, Lo sporco degli altri...). Insomma, è una privilegiata nel mondo delle pulizie, circondata da altri come lei e pronta a cogliere anche in loro aspetti curiosi o momenti di vite difficili.
Louise Rafkin sa riconcigliarci con certi lavori domestici così odiosi, insopportabili. E sa farci sentire un po' in colpa per non riuscire, come lei, a vedere molti aspetti positivi nascosti dietro un lavoro manuale, ripetitivo e noioso come questo. Eppure anche un tavolo lucidato, un vaso risistemato, un letto rifatto possono nascondere una buona dose di appagamento. "Pulire mi aiuta a fare i conti con i sentimenti che si agitano dentro di me", scrive, cercando di spiegare la sua propensione per un lavoro difficilmente amato. E le pulizie come ricerca interiore, sono anche un modo per occupare il tempo delle vacanze e del riposo: "alcuni vanno in vacanza a Yellowstone, Aruba, o New Orleans. Altri vanno a Bali a sdraiarsi su spiagge bianche o sull'Himalaya, attratti dalle sue ripide montagne. Io me ne andai in Giappone a pulire cessi". Ma, anche qui, non in case comuni e non in un contesto normale, ma circondata da una comunità di volontari buddisti che della generosità hanno fatto una legge di vita e delle pulizie una pratica zen. L'unico modo per affrontare in pace con se stessi e con gli altri un lavoro che, anche Louise non può che ammetterlo, tanto gradevole non è.


Lo sporco degli altri. Avventure di una donna delle pulizie da New York a Kyoto di Louise Rafkin
Titolo originale dell'opera: Other people's dirt

Traduzione dall'inglese di Stefano Viviani
pag. 163, Lire 13.000 - Edizioni Feltrinelli (Universale Economica Feltrinelli n. 1603)
ISBN 88-07-81603-2



Le prime righe

1.
007 o 409? Gli umili esordi di una donna
delle pulizie


"Né l'ospite s'oltraggi, o alcuni de'
servi."
OMERO, Odissea

Non ero una bambina particolarmente ordinata. Non mi sono mai immaginata a lustrare i frigoriferi altrui, preferire un tipo particolare di carta da cucina, o nutrire sentimenti di vendetta personale contro i peli pubici smarriti. Ero una di quelle ragazzine dotate, leggermente precoci, molto curiose, che i più definirebbero normale. Avevo delle tartarughe. Ed ero una scout.
Tra le scout mi guadagnai distintivi, rapidamente e senza troppa fatica. C'erano distintivi per l'esplorazione e la pittura, per il nuoto e la bella scrittura. Si trattava di pezze colorate, rotonde, ricamate con simboli enigmatici.
C'era un distintivo anche per la cura della casa. La motivazione ufficiale per quella decorazione era "avere imparato le cose che devono essere fatte per rendere una casa accogliente, pulita e ordinata". Io dimostrai di saper usare correttamente gli attrezzi per la pulizia - moccio, aspirapolvere e scopa -, di sapere come si rifà un letto e come si lavano i vetri senza lasciare strisce. Dovetti imparare a dividere la roba da lavare e a gestire i soldi, e anche a scegliere il negozio migliore per gli alimentari. La pezza in sé non era entusiasmante: un paio di chiavi scheletriche incrociate (una premonizione delle chiavi delle case che adesso mi porto dietro nei miei giri per le pulizie) in campo verde. Al loro posto avrebbero dovuto metterci delle catene; quel regime era un addestramento perfetto per sistemarsi come moglie postbellica ideale.
In ogni caso, nel gennaio del 1968, quando avevo dieci anni, la capa del gruppo, Velma Bufford, firmò tutti gli otto requisiti ufficiali della Girl Scout, e io divenni una Casalinga Certificata.
Ma in realtà io volevo fare la spia, e per quell'attività non era previsto nessun distintivo.
Così guardavo con attenzione I Spy e The Man from U.N.C.L.E. e Max e 99 di Get Smart. Dopo aver letto il classico di Louise Fitzhugh, Harriet the Spy, cominciai a prendere nota di tutto quello che vedevo intorno a me nelle strade sfavillanti della città californiana che stava crescendo insieme a me e alla sua spiaggia, proprio come Harriet nel libro. Mi portavo dietro dei piccoli taccuini agganciati ai passanti della cintura con cordini di plastica intrecciati, che cambiavo regolarmente perché fossero in tinta con quello che indossavo.

© 2000, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autrice
Louise Rafkin, scrittrice per bambini e giornalista, tra una pulizia e l'altra collabora con diversi periodici, come "The New York Times", "Cosmopolitan", "Ladies Home Journal", "Working Women", "Los Angeles Times" e "The Boston Phoenix", e ha fatto la commentatrice radiofonica. Attualmente vive a San Francisco.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




30 giugno 2000