Dacia Maraini
Fare teatro. 1966-2000

"Facendo teatro si può cambiare il mondo? forse no, ma si può aiutare qualche testa a riflettere, si può risvegliare qualche coscienza, si può suscitare qualche nuovo pensiero, qualche sospetto, qualche moto di sdegno o di protesta."


Quanti lettori conoscono bene la produzione teatrale di Dacia Maraini e quanti sanno come sia importante e cospicua? Probabilmente non molti, perché, come spesso accade, l'attività di narratore e romanziere rende maggiormente popolare un autore e prevale su quella di drammaturgo, relegandola un po' in ombra. È dunque molto interessante prendere in mano questi due volumi in cui tutto il teatro di Dacia Maraini viene riproposto, suddiviso cronologicamente. La prima opera, La famiglia normale, un atto unico, risale al 1966 e appartiene, insieme a Il ricatto a teatro (due atti del 1967) al periodo del teatro di via Belsiana, a Roma, la cantina di una chiesa sconsacrata in cui l'autrice ha fatto i primi esperimenti con attori del calibro di Paolo Bonacelli, Carlo Cecchi, Laura Betti, Paolo Graziosi, Angelica Ippolito e registi come Peter Hartman, del Living Theatre. "Sono gli anni della passione politica" scrive la Maraini in una breve introduzione ai primi testi. Sono anche gli anni del teatro di Centocelle, un quartiere difficile all'estrema periferia romana, dove era importante portare un impegno culturale, ma soprattutto sociale. Di questo periodo sono Recitare (1968) e Il manifesto (1969). Invece Viva l'Italia (1971) rappresenta un punto di svolta nel lavoro dell'autrice: è infatti il primo testo messo in scena su un palcoscenico ufficiale, il Teatro delle Arti di Roma, con la regia di Bruno Cirino e le musiche di Tito Schipa junior. È la prima tappa di un viaggio lungo gli anni Settanta. Anni di grande trasformazione e sperimentazione, a metà strada tra la tradizione e il nuovo. Anni di collaborazione con attori e registi sconosciuti o con i "mostri sacri" italiani come Ronconi o Gassmann. Anni di "voce alle donne" e gruppi teatrali autogestiti. Nei 12 testi risalenti a questo periodo e raccolti nel volume, si leggono tutte le contraddizioni del decennio e tutti i temi sociali e politici che rendevano vivo e fertile il dibattito culturale italiano.
Con la sparizione di molti teatri "di cantina" nei primi anni Ottanta lo spettacolo ritornava in canoni che (seppur non sempre tradizionali) rispecchiavano le nuove esigenze di interpretazione. È di questo periodo Maria Stuarda (1980) il più rappresentato dei suoi testi, messo in scena nel tempo con quarantotto regie diverse. Un dramma tutto al femminile, come del resto lo sono molti altri di questi anni e non. Ultimo testo del decennio: Charlotte Corday, due atti scritti nel 1989. È possibile a questo punto tirare le fila anche degli anni Novanta, ormai conclusi. Nove titoli di cui molti scritti dietro l'esplicita richiesta o lo stimolo di vari "committenti": dallo scrittore Michele Perriera, per il cui teatro (Teatés) la Maraini ha creato Celia Carli, ornitologa, a Pippo Baudo, direttore del Teatro Stabile di Catania, per cui ha realizzato nel 1991 la trasposizione del romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa, a Luca Ronconi, per il quale nel 1997 è nato l'atto unico Memorie di una cameriera. "Lavorare su richiesta altrui può sembrare una forzatura, ma non lo è: il teatro è sempre stato un impegno collettivo". La terza moglie di Mayer, scritto per Adriana Asti nel '94, Veronica, meretrice e scrittora, in scena al Festival di Taormina nel '91, Fotografie di casa Florio, mai rappresentato, Camille, dramma biografico su Camille Claudel (al Festival di Spoleto nel '85 con Mariangela d'Abbraccio e Remo Girone), Storia di Isabella di Morra raccontata da Benedetto Croce (atto unico del 1998 con Michele Mirabella nei panni di Croce) e I digiuni di Catarina da Siena per la regista Silvana Strocchi, sul tema dell'anoressia, chiudono l'elenco.
Tanti i personaggi femminili nell'opera della Maraini: "Mi interessa l'identità femminile perché sono donna, mi sembra ovvio. - ci ha detto in un'intervista tempo fa - Poi perché quando si scrive si assume una soggettività storica, una prospettiva, un punto di vista. E certamente, per storia, donne e uomini hanno diversi punti di vista, non dipendenti dalla loro biologia ma dall'educazione separata che hanno avuto, dalla stratificazione di esperienze che hanno finito per costruire due psicologie leggermente diverse e separate." Ma perché ancora è necessario parlare e scrivere dell'identità femminile? "Perché non basta un atto di volontà per uscire da migliaia di anni di storia di divisione e di esclusione".
Così come non basta un elenco di titoli e date per offrire un panorama sulla produzione teatrale di questa scrittrice e, anche se "non si scrive per fare leggere i propri scritti ma per farli rappresentare", la lettura può fornire un approfondimento interessante per chi ha avuto la fortuna di vedere questi spettacoli sui palcoscenici italiani, e un buon approccio all'opera drammaturgica complessiva della nostra grande autrice per tutti gli altri.


Fare teatro. 1966-2000 di Dacia Maraini
2 vol., pag. XII-1638, Lire 120.000 - Edizioni Rizzoli (Piccola Biblioteca La Scala)
ISBN 88-17-86314-9



Le prime righe

UN SOGNO TEATRALE


Spesso faccio questo sogno: sono sopra un palcoscenico in cui si sta rappresentando un testo teatrale, devo dire una battuta ma non mi viene, ce l'ho sulla punta della lingua ma mi sfugge. Vedo gli attori che aspettano la mia frase per rilanciare la loro e vengo presa da una paura cieca e disperata. Cerco freneticamente, cerco nella memoria la battuta che pure so di conoscere e che ho già ripetuto tante volte ma non riesco a trovarla. A questo punto mi sveglio in preda al panico, con la gola stretta per l'angoscia. Eppure io amo il teatro e considero l'atto rituale dell'apertura del sipario un momento di grande emozione. Prima di tutto come spettatrice, e poi come autrice. Forse fare teatro significa proprio questo: vincere una paura profonda, ridare la parola ad un silenzio primordiale che ancora minaccia i nostri sogni infantili.
Il teatro, si sa, ha origini religiose e per quanto si sia trasformato nei millenni in qualcosa di molto più laico e ricreativo, ha mantenuto nel fondo quel carattere di sacralità che le altre arti hanno perduto. Il teatro, anche quando si ripromette soltanto di "divertire" non può nascondere del tutto i suoi echi profondi: il suo interrogare, anche se ormai in sordina, gli dei, il suo proporre solenni dialoghi con la coscienza sui difficili rapporti fra doveri e piaceri, fra individuo e collettività. I più bei testi del teatro di tutti i tempi sono prima di tutto una dolorosa investigazione sulle grandi questioni sociali. Come l'Antigone, come l'Edipo re, due testi su cui si è molto soffermata la mia immaginazione etica. L'uomo (o nel caso di Antigone la donna) deve seppellire i suoi morti o deve obbedire ciecamente alle leggi della città? e quali sono le gerarchie fra i doveri? esistono dei doveri-piaceri come quello di seppellire un corpo amato che sono investiti da una sacralità che li trasforma in diritti inalienabili, per cui si può disobbedire alle regole della città?
Dell'Edipo re invece mi ha sempre impressionata quell'ossessivo chiedersi se il male stia fuori di noi o dentro di noi. E se le responsabilità del desiderio siano altrettanto gravi delle conseguenze di azioni dettate dalla volontà e dalla consapevolezza.
Ho sempre avuto una grande attrazione per il teatro, da principio assolutamente istintiva e inspiegabile, poi, man mano che mi inoltravo nel complicato mondo delle scene, più consapevole e ragionata. Ma poiché mi considero prima di tutto una raccontatrice di storie e poiché il mio rapporto con la scrittura è nato e cresciuto soprattutto all'ombra del romanzo, rimane per me un poco misterioso questo mio amore ostinato e granitico per il teatro. Che fra l'altro, per anni e anni, mi ha dato soprattutto dispiaceri e delusioni.

© 2000, RCS Libri


L'autrice
Dacia Maraini è autrice di dieci romanzi tra cui La vacanza, L'età del malessere, Memorie di una ladra, Donna in guerra, Isolina, La lunga vita di Marianna Ucrìa (da cui è stato tratto il film di Roberto Faenza Marianna Ucrìa), Dolce per sé. Nel 1999 ha vinto il Premio Strega con la raccolta di racconti Buio.
I suoi testi teatrali hanno vinto premi prestigiosi: Vitaliano Brancati-Zafferana Etnea, Città di Padova, Internazionale per la Narrativa Flaiano-Telecom Italia, Mediterraneo, Città di Penne, Rapallo-Carige, Scanno, finalista allo Strega, Joppolo.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




2 giugno 2000