Roberto Vecchioni
Le parole non le portano le cicogne

"Ogni parola ha mille, infiniti significati: perduti, nascosti, lì lì per nascere, già viventi. E in ogni significato ci siamo noi tutti che li abbiamo voluti: e in ogni significato, anche nel più piccolo, c'è un senso, un motivo."


Sulla copertina allegri disegni in stile "simpsoniano" raccontano già qualcosa del tema del romanzo. Sono opera della figlia dell'autore e ci fanno pensare che ci sia qualcosa di vagamente autobiografico tra le righe della storia, anche solo la conoscenza di una generazione da parte di un padre che, per di più, è anche insegnante nelle scuole superiori. Il romanzo, tra l'altro, appare contemporaneamente al nuovo album live del cantautore, non a caso intitolato Canzoni e cicogne. "In questo libro i luoghi più importanti hanno nomi finti, - scrive l'autore in una brevissima nota introduttiva - le cose più vere sembrano false, le persone inventate sono esistite (io lo so) in qualche posto, qualche volta." Anche Vera, la protagonista della storia, una diciassettenne come molti altri, è frutto della realtà e della fantasia contemporaneamente. Condivide con i coetanei molte illusioni e speranze, ma se ne discosta in larga parte per i gusti. I suoi compagni non la capiscono, la chiamano "nonna" e la guardano con un po' di diffidenza, anche se molti le vogliono bene. Ama la musica sinfonica, indossa le gonne della madre, legge Campanile, Ionesco e i fumetti anni Sessanta. Ha un papà musicista perennemente all'estero e una bella mamma molto assente. Così Vera ha dovuto crescere in fretta ed è già quasi un'adulta, ma ancora molto confusa e frastornata dall'assenza di una figura adulta di riferimento. Le amicizie e gli amori di Vera non possono prescindere dagli interessi, dalla cultura, dalla possibilità di instaurare una disputa intellettuale con l'altro. In questo modo conosce il suo primo grande amore, Julian, un ragazzo appassionato, come lei, del teatro napoletano e di Scarpetta in particolare. Così, in maniera casuale, incontra anche un personaggio che diventerà fondamentale nella sua crescita: Otto November, un anziano linguista estremamente aperto ai giovani e disponibile a insegnare, senza pedanteria. Attraverso le sue parole Vera scopre la linguistica come strumento di crescita e di conoscenza e Otto diventa maestro di vita e amico (affidabile e sincero), ma anche il nonno, ma un nonno d'adozione, non quello "qualunque" che il destino ha designato, ma quello scelto e voluto.
Un libro che richiama in qualche modo titoli come Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder o Il mago dei numeri di Hans M. Enzensberger, distaccandosi tuttavia dai saggi (ormai troppi e troppo sfruttati) nati su quell'onda e dedicati ai figli (tutti i vari argomenti "spiegati a mio figlio o a mia figlia"...). Le parole non le portano le cicogne è soprattutto un romanzo di formazione, il racconto della crescita spirituale, morale e culturale di una ragazza un po' speciale. E che tutto ciò accada attraverso un'esperienza non comune è solo un modo per comunicare che il rifiuto di ciò che non si conosce (che sia una "materia" come la linguistica, una manifestazione artistica o una persona anziana) è sciocco e solo attraverso l'apertura, la disponibilità nei confronti degli altri si può trovare equilibrio e serenità.


Le parole non le portano le cicogne di Roberto Vecchioni
Pag. 206, Lire 22.000 - Edizioni Einaudi (I coralli n.128)
ISBN 88-06-15531-8



Le prime righe


Da lassù la bambina aveva di fronte il mondo: non altro che vento e fiori e misurarsi di montagne e sperdersi di calanchi e canali in zone d'ombra o rossi al riflesso tardivo del sole. La giacca a vento le tirava tutta a sinistra, i capelli le spazzolavano la fronte e andavano e venivano a piccoli schiocchi e frustate; il ghiacciaio abbacinava, si beveva la luce e la restituiva in campo ipnotico. Al silenzio quasi perfetto faceva contrasto un rombo ovattato, circolare, più intuito che inteso: quasi una voce, una litania, un corale inintelleggibile che le vette intonavano insieme, una bassa profonda compièta nella consunzione serale del cielo.
La bambina aveva le lacrime agli occhi; non di paura, non di freddo. Era abituata a mettersi il sacco in spalla e andare per prati, per colli, finché l'ora lo permetteva. Stava lì a guardare incantata, ascoltandosi il cuore battere forte davanti a qualcosa di troppo grande, troppo immenso da abbracciare. Non ricordava altri posti, altri momenti simili. Aveva camminato per ore nella valle di Grimm costeggiando colline moreniche, strati di silicio friabili a piastra, belli da intagliare; aveva visto la neve del Balacal così bianca da accecarla, bloccare i muscoli, riempirla di torpore, di sonno: aveva incontrato i camosci sul Vetzel a distanza di voce, a distanza di sorriso: era stata già felice ad altre altezze. Ma non allo stesso modo. Era come se non esistessero confini, così a perdita d'occhio in uno sproposito di edelweiss, campanule, bocche di leone.
Il cielo era altissimo, là, in fondo in fondo, di un blu elettrico, uniforme, senza una sbavatura, una macchia, un filamento di nuvole. Avrebbe voluto in quel preciso momento avere una scala per salirci su e reggiungerlo e vedere chi c'era, cosa c'era oltre, se una faccia, un sogno, un canto vivente o magari altre montagne all'incontrario con le valli in fondo e al limite di viottoli, e poi mulattiere e poi strade, casupole e case sempre all'incontrario con un'altra vita, un'altra felicità.
Dal ciglio, dal margine di un vuoto bello, buono, laggiù, appoggiato, incastrato, come un grande specchio verde si allungava il Dovel, il lago finalmente. Non c'era montagna, ghiacciaio, ferita tra i dossi, pietraia, ruscello che non vi si riflettesse con immobile certezza; e lei ebbe per un istante un pensiero da grande: solo le cose meravigliose sono così sicure, intatte.

© 2000, Giulio Einaudi editore


L'autore
Roberto Vecchioni è nato nel 1943 a Carate Brianza, in provincia di Milano, da genitori napoletani. Come cantante e musicista ha inciso molti dischi, tra i quali Samarcanda, Robinson, Milady, Blumun, Il cielo capovolto, Sogna, ragazzo, sogna. Da 25 anni insegna lettere nei licei classici. Ha pubblicato anche alcuni libri, tra i quali la raccolta di racconti Viaggio del tempo immobile.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




2 giugno 2000