Ngugi wa Thiong'o
Spostare il centro del mondo
La lotta per le libertà culturali

"Il sapere locale non è un'isola, ma parte del mare. I suoi confini stanno nell'universalità senza limiti della nostra potenzialità creativa di esseri umani".


Proprio quest'anno la Fiera del Libro di Torino ha affrontato il tema della multiculturalità, direttamente collegato alla crescente globalizzazione socio-culturale. Gli scrittori intervenuti ai dibattiti hanno portato esperienze personali in un discorso generale di difesa delle tradizioni, delle individualità, delle caratteristiche intellettuali di ogni popolo. La particolare situazione degli scrittori africani in periodo post-coloniale (come il caso di Ngugi wa Thiong'o) sposta ulteriormente il discorso sulle appartenenze. Com'è possibile una comunicazione con le popolazioni quando gli scrittori si rinserrano in una élite contrassegnata dall'uso della lingua inglese? Ngugi wa Thiong'o ha fatto sul proprio cammino questo salto, questo avvicinamento nei confronti del popolo, passando proprio dalla lingua inglese alla sua lingua natale, il kikuyu, fatto che gli ha causato non pochi problemi con il regime ("Come mi ero permesso di scrivere una cosa simile sul popolo e in una lingua che il popolo potesse capire?"). Lo scrittore keniota ribadisce l'importanza dell'uso della lingua madre e il forte legame esistente tra l'egemonia linguistica e la distribuzione del potere, considerazioni che possono valere in parte anche per paesi come l'Italia, ai margini della "galassia" anglosassone. Ngugi parla di "decolonizzazione della mente" e dell'importanza di mantenere l'orgoglio delle proprie radici culturali. Il mondo può essere narrato da un punto di vista differente da quello europeo e non per questo la narrazione sarà meno significativa, meno "vera", meno obiettiva. Dare a cento fiori lo spazio per sbocciare. La ricchezza di una cultura globale comune è il titolo, bello e indicativo, di uno dei capitoli del volume. L'autore traccia una storia dell'evoluzione anche dell'insegnamento della letteratura nei paesi africani, con il superamento dell'eurocentrismo, che significa dimenticare, ignorare tutto ciò che non sia appartenuto alla storia dei bianchi occidentali. E, per assurdo, anche in territori ex-coloniali le scuole di lingua inglese basano (o per lo meno basavano sino a poco tempo fa) l'insegnamento della letteratura sugli autori delle isole britanniche. Non si può sottovalutare la rabbia che suscita una descrizione "di parte" del colonialismo in chi sa che questo ha causato tanti drammi, morti, infelicità ai propri avi. E per sostenere queste tesi parte da lontano, analizza classici come la Tempesta di Shakespeare o Robinson Crusoe di Defoe, arriva a Cuore di tenebra di Conrad (romanzo che muta l'atteggiamento dello scrittore verso i popoli colonizzati) e Foe di Coetzee, tutte opere colpevoli di essere comunque "collaborazioniste". E anche in queste l'elemento della lingua è fortemente indicativo del razzismo implicito in ogni momento del racconto: la lingua originaria dell'indigeno non viene considerata, ma viene immediatamente sostituita con la lingua dell'occupante, del bianco, l'unica lingua considerata tale. Interessante il punto di vista su un altro romanzo generalmente considerato da noi occidentali in modo differente: La mia Africa di Karen Blixen, accusato di essere uno dei più pericolosi che siano mai stati scritti sull'Africa. "Il razzismo del libro è contagioso, perché è persuasivamente proposto come amore". Ngugi giustifica queste affermazioni con esempi illuminanti che ci fanno "aprire gli occhi" su un pregiudizio mascherato da apertura mentale. Pericoloso sì, perché spesso impercettibile per un occidentale. Solo con la conoscenza della letteratura, della cultura e dello spirito nazionale dei paesi africani potremo davvero superare queste forme di razzismo che si nascondono subdolamente in gran parte delle nostre descrizioni di quei paesi. Per questo la letteratura nazionale, la nuova letteratura in lingua locale deve avere i suoi tempi di riscatto. "Credo che muoversi in direzione di un pluralismo letterario, culturale e linguistico - scrive l'autore - sia importante ancor oggi, dato che il processo di globalizzazione si fa sempre più veloce".


Spostare il centro del mondo. La lotta per le libertà culturali di Ngugi wa Thiong'o
Titolo originale dell'opera: Moving the centre. The Struggle for cultural freedom

A cura di Cristina Lombardi-Diop
Traduzione di Carmen Nocentelli Truett
210 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Meltemi (Ricerche. Poetiche n.7. Sezione diretta da Armando Gnisci)
ISBN 88-8353-032-2



Le prime righe

Capitolo primo
Matigari ed il sogno di un'Africa orientale unita


Si facevano chiamare il Club della felicità, e per un keniota come me, che tornava nella regione dov'era nato per la prima volta dopo l'esilio imposto dal regime dittatoriale di Daniel arap Moi nel giugno 1982, simboleggiavano la quintessenza dell'Africa orientale. Era l'aprile del 1987. Ero appena giunto a Dar es Salaam da Londra passando per Harare, su invito di Walter Bgoya, ed eccomi nel mezzo di un circolo dedicato alla felicità. Solo due mesi prima, in febbraio, la polizia keniota aveva confiscato il mio romanzo Matigari, ed io mi domandavo che cosa ne sarebbe stato dell'autore se si fosse saputo che si trovava dall'altra parte del confine con il Club della felicità. I soci ed i loro ospiti non erano tutti musulmani, ma si erano radunati per celebrare la fine del digiuno di Ramadan con una cena nella casa di una tanzaniana d'origine asiatica. La padrona di casa indossava un lungo kanga e parlava lo swahili perfettamente. I miei occhi continuavano a fissarsi prima su di lei e poi su un'altra donna, una tanzaniana d'origine arabo-africana, il cui collo e volto color dell'ebano erano profilati con incantevole noncuranza da un panno di satin le cui pieghe le ricadevano con eleganza sulle spalle. Era nata a Zanzibar, e viveva a Dar es Salaam. Gli uomini provenivano per lo più dalla Tanzania, dall'Uganda, dalla Somalia, ed io dal Kenya. Due di loro indossavano kanzu bianchi e copricapi musulmani, il resto vestiva abiti di taglio occidentale.
La cena fu un banchetto a base di pesce, agnello, pollo in salsa di cocco e curry, chapati, paratha, spinaci, pawpaw ed altre varietà di verdure e frutti tropicali. Ed ovviamente riso. Dalla stanza in cui si trovavano gli ospiti più giovani proveniva musica Tarabu, con il suo miscuglio d'influenze arabe, indiane, africane, e persino cubane. Assaporavo l'aroma del cibo, la musica delle voci, i colori degli abiti, gli aneddoti e le storie, il calore delle risate di quella sera, perché tutte queste cose, persino la festa del Ramadan, evocavano l'Africa orientale della mia educazione ed esperienza.

© 2000, Meltemi editore srl


L'autore
Ngugi wa Thiong'o, poeta, romanziere, saggista è professore di Letterature africane all'Università di Yale. Tra le sue opere: il saggio Decolonising the Mind (1986), i romanzi Petals of Blood (1977) e Matigari (1986).


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




19 maggio 2000