Elsa Osorio
I vent'anni di Luz

"Quel giorno Miriam entrò diverse volte in camera di Liliana. Si conobbero in poche ore come molti non arrivano a conoscersi in tutta una vita."


Questi ultimi mesi hanno richiamato alla memoria, e alla coscienza, di molti i tragici fatti accaduti in Argentina durante la cosiddetta "guerra sporca". Prima di tutto l'intensissimo film di Marco Bechis, Garage Olimpo e oggi questo libro di Elsa Osorio che, per certi versi, lo richiama e lo completa. Se Bechis mostra direttamente (pur senza far vedere direttamente le torture, ma solo evocandole attraverso suoni, luci, espressioni) il luogo dove venivano portati i prigionieri politici, qui la maggior parte del romanzo è memoria, narrazione differita. In entrambi i casi però la brutalità gratuita dei militari, la naturalezza della loro malvagità, il considerare "lavoro" e banale routine, atti che ripugnano anche alla più insensibile delle coscienze, crea un forte malessere, un disagio profondo, una ribellione rabbiosa in chi vede o legge.
Questi terribili terroristi che dovevano essere eliminati sono ragazzi, studenti, spesso addirittura adolescenti che, nella piena coscienza del rischio, avevano deciso di ribellarsi alla dittatura ed è ancora più stridente la rozza e barbara crudeltà degli adulti, dei potenti.
La storia che Elsa Osorio ci propone è collocata nel 1998, ma gli eventi, che prendono vita attraverso il dialogo tra Luz e Carlos, risalgono a ventidue anni prima, quel 1976 che per l'Argentina ha rappresentato l'anno della più feroce delle repressioni e del numero maggiore di desaparecidos. Luz si è recata in Spagna da Buenos Aires per ritrovare Carlos ed è il loro colloquio che fa da elemento conduttore del racconto. Ma chi è Luz? È una ragazza che, a vent'anni, ha scoperto di non essere davvero figlia della famiglia in cui è cresciuta, ma di essere stata strappata, poco dopo la nascita, alla vera madre, una desaparecida, uccisa poco dopo la sua nascita e di un uomo (Carlos), sfuggito miracolosamente all'agguato in cui la sua compagna era stata catturata, e rifugiato in Spagna. Gli eventi più lontani sono richiamati in capitoli che vengono collocati in quegli anni e che hanno in Miriam la narratrice. Miriam è appunto una figura chiave: all'oscuro, per superficialità come era accaduto a molti, di quello che stava accadendo nel suo paese, legata a un militare violento, desiderosa solo di avere un figlio (cosa per lei impossibile dopo una serie di aborti), accetta prima l'idea di poterne avere uno "in regalo", poi di accogliere per qualche tempo una ragazza prigioniera e la sua bambina. Miriam sa che la bambina verrà strappata alla madre per essere data alla figlia di un superiore del suo compagno a sostituzione del figlio che questa aveva avuto e che era morto nel parto. Giorno dopo giorno inizia a crearsi un legame tra la prigioniera e la sua carceriera che prende sempre più coscienza dell'orrore di cui si stava facendo complice. Giunto il momento della consegna, uccisa la ragazza e rapita la bimba, Miriam giura a se stessa che un giorno le avrebbe fatto conoscere la verità. La scena poi si sposta: è la famiglia in cui Luz cresce ad essere esaminata, nonni e genitori. Il nonno è uno dei generali responsabili della persecuzione contro i cosiddetti terroristi, la nonna ne è la più odiosa delle complici. L'unica figura positiva è quella di Eduardo, il padre "adottivo" in un primo tempo inconsapevole della vera origine di quella bambina e totalmente succube del suocero. Negli anni però, grazie anche all'incontro con una lontana innamorata, prende coscienza della verità, ha in odio se stesso per quello che ha fatto, decide di rivelare tutto e questo gli costerà la vita.
La vicenda ha un finale, per quanto è possibile, lieto: Luz ritrova la propria identità, il padre vero e la nonna materna, grazie anche all'aiuto delle Abuelas de Plaza de Mayo.
Se chiediamo, e lo chiediamo, che la memoria per fatti storici lontani ormai più di cinquant'anni resti viva, ancora di più siamo grati a chi, con l'arte, riesce a farci impallidire davanti alla violenza e alla crudeltà che in più recente epoca hanno insanguinato il nostro mondo.


I vent'anni di Luz di Elsa Osorio
Titolo originale: A veinte años, Luz

Traduzione di Roberta Bovaia
Pag. 355, Lire 28.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-230-7



Le prime righe

PROLOGO
1998



Luz e Ramiro con il figlio Juan arrivarono all'aeroporto di Barajas alle sette di mattina di un caldo giovedì. Nel taxi che li portava all'hotel Luz parlò loro di Plaza Mayor, di quelle stradine anguste e misteriose, dei bar aperti a qualsiasi ora, delle donne che ballano con lo sguardo altero e le mani simili a uccelli inquieti. Ti piacerà il flamenco, Ramiro, ti porterò al Parco del Retiro, Juan.
Forse Luz voleva far loro credere (o convincersene lei stessa, per un istante) che si trovavano lì solo per conoscere la Spagna e non per accompagnarla in una corsa che, da quando le era entrata quell'idea in testa, dopo la nascita di Juan, non aveva più potuto arrestare. Perché era stato lì, proprio in ospedale, che aveva cominciato a crescere in lei quel dubbio dal quale non si sarebbe più liberata. Tra pannolini, ruttini e ninne nanne. Luz aveva indagato e parlato con della gente, aveva chiesto informazioni, rovistato, frugato, cercato ostinatamente. Ed erano arrivati fino lì. A Madrid.
Quella stessa mattina, mentre Juan e Ramiro dormivano, il servizio informazioni le diede il numero di telefono di Carlos Squirru. Viveva, allora, esisteva, ed era lì, nella stessa città in cui si trovava lei. Il cuore le batteva come se volesse uscirle dal petto. Compose il numero dalla cabina telefonica dell'hotel. Una voce femminile dalla pronuncia spagnola diceva che non erano in casa, di lasciare un messaggio dopo il segnale. Riagganciò velocemente. Cercò di dare degli occhi, una bocca, un viso, un'espressione a quella voce ma non ci riuscì. Sarà stata la moglie? Le avrà raccontato Carlos del proprio passato?
Si era ripromessa di rimandare tutto all'indomani. Ramiro e Juan meritavano di passare un giorno in santa pace, di divertirsi, di passeggiare, come lei aveva continuato a ripetere da quando erano arrivati. Doveva concedersi una tregua, riposare, ma non poteva evitare che l'ansia si insinuasse nelle loro passeggiate, nei giochi e nelle risate. Come avrebbe affrontato quella difficile conversazione? Sarebbe stata concisa, breve, e Carlos non si sarebbe rifiutato di incontrarla dopo che lei gli avesse detto di dovergli riferire un messaggio di Liliana. Doveva trovare le parole giuste. Ramiro l'avrebbe aiutata a programmare tutto, come aveva fatto già in tante altre occasioni, da quando aveva iniziato la sua ricerca.

© 2000, Ugo Guanda Editore


L'autrice
Elsa Osorio è nata a Buenos Aires e risiede attualmente a Madrid dove insegna lettere. Ha scritto sceneggiature cinematografiche e televisive. Tra i suoi libri Mentir la verdad, Cómo tenerlo todo, Las malas lenguas.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




12 maggio 2000