La biografia
Jhumpa Lahiri
L'interprete dei malanni

"Prende piede l'ipotesi che abbia lavorato per un facoltoso zamindar, a oriente, e che attinga da quell'esperienza per esagerare il suo passato in modo così articolato."


Se in epoca di globalizzazione trionfa il meticciato culturale, non possiamo non restare incantati da tutta quella letteratura che rivendica le specificità nazionali, che mostra la difficoltà dell'integrazione e il desiderio di tenere saldi i legami con le proprie radici. L'India contemporanea ha saputo offrire all'Occidente romanzi di grande spessore, autori (e in particolare autrici) di forte intensità narrativa, quali Arundhati Roy o l'universalmente noto Salman Rushdie. E proprio il riferimento ad uno dei romanzi di Rusdhie (Est, Ovest) appare immediato. Tema fondante di quel romanzo è l'uniformità di alcuni miti contemporanei, la banalizzazione culturale e la superficialità che dall'opulento Occidente si è diffusa anche nel più arcaico Oriente. Per cui la salvezza può essere il restare: culture comunque divise, quella indiana e quella inglese.
In questa raccolta di racconti il tema dominante è l'urgenza di tenere viva la propria identità originaria una volta che l'integrazione sociale e culturale nel Paese d'arrivo (in questo caso gli Stati Uniti) sia avvenuta.
Quasi sempre i protagonisti sono giovani, quindi il rischio maggiore è proprio la perdita della memoria, della tradizione e l'assimilazione tout court alla nuova, travolgente realtà americana. Nulla di passatista o di romanticamente rivolto all'indietro in queste storie, quanto un perfetto equilibrio, quasi sempre armonico, di scambio e di integrazione tra la millenaria civiltà indiana e la giovane e aggressiva cultura made in Usa.
La vicende narrate però hanno un valore in sé, non cadono nell'essere strumento di una tesi, mostrano uomini e donne travagliati e tormentati dalla quotidianità del loro vivere, da sentimenti e rapporti stanchi o da passioni brucianti che si estinguono con altrettanta rapidità. Rapporti amorosi, ma anche esperienze di lavoro e di vita, ricchezza, benessere, ma anche esclusione e povertà: è l'universo degli emigrati, spesso di seconda generazione, che hanno superato l'impatto con la diversità. L'abito, il cibo, il trucco femminile, la lingua, rimangono, storia dopo storia, a documentare le radici culturali dei vari personaggi che avvertono il pericolo della totale integrazione nella generazione successiva. Nell'ultimo racconto il protagonista-narratore, che ormai vive la normale vita di un americano medio con un tranquillo lavoro, una bella casa, un figlio che studia ad Harvard, non vuole però dimenticare il difficile impatto iniziale quando, giovane bengalese, era giunto a Londra e poi era definitivamente emigrato negli Stati Uniti: emozioni, paure, speranze, entusiasmi che vorrebbe poter trasmettere al figlio. "Allora andiamo a trovarlo a Cambridge, lo portiamo a casa per il fine settimana, a mangiare il riso con le mani insieme a noi, a parlargli bengali, perché ci viene il timore che smetterà di farlo dopo la nostra morte".
Se questo è il tema che chiude la raccolta, più intimista è quello di Disagio temporaneo, il primo racconto. Una coppia è in crisi dopo un forte trauma, la morte del figlio neonato, non riesce più a parlarsi, a comunicarsi la sofferenza che ha cambiato la vita di entrambi, rendendo la donna iperattiva e rivolta verso l'esterno, e paralizzando il giovane marito, ancora studente, che ha scelto la chiusura nei confronti del mondo esterno. Per alcune serate sono costretti, dalla mancanza di energia elettrica, ad una ormai dimenticata intimità e, alla luce di qualche candela, si dicono cose taciute da tempo. Non c'è però il "lieto fine", la crisi è irreversibile. La grandezza di Jhumpa Lahiri sta proprio in questo: come non eccede mai nel "tragico" del vivere, così non si abbandona alle false soluzioni positive che oggi definiremmo "buoniste".
Esempio ne sia il racconto che dà il titolo alla raccolta. Il curioso lavoro di "mediatore linguistico" alle dipendenze di un medico, lavoro scelto per il buon stipendio ma vissuto come umiliante dal signor Kapasi, viene improvvisamente rivalutato da una giovane donna americana di origini indiane che, con marito e figli, viene accompagnata per un giro turistico proprio da Kapasi nella sua qualità di interprete. Sentendosi finalmente apprezzato nella professione è subito dominato da un turbamento sentimentale: quella donna lo attrae, sogna un contatto futuro, la desidera. Ma ben presto quella fascinazione si interrompe, il segreto che lei gli rivela gratuitamente, il malessere ozioso che gli chiede di risolvere, la scoperta della leggerezza aggressiva di lei, lo allontanano dal sogno.
La ricchezza di temi e personaggi di questo libro ne rende la lettura coinvolgente come se ogni racconto fosse un breve romanzo perfettamente coerente, di certo meritati quindi i riconoscimenti che ha avuto dalla critica internazionale e la recentissima vittoria del Premio Pulitzer.


L'interprete dei malanni di Jhumpa Lahiri
Titolo originale: Interpreter of Maladies

Traduzione di Claudia Tarolo
Pag. 229, Lire 24.000 - Edizioni Marcos y Marcos (Gli Alianti n. 73)
ISBN 88-7168-295-5

le prime pagine
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Disagio temporaneo



L'avviso precisava che si sarebbe trattato di un disagio temporaneo: nei cinque giorni successivi avrebbero sospeso la corrente per un'ora, a partire dalle otto di sera. Era caduta una linea elettrica durante l'ultima tormenta, i tecnici avrebbero approfittato delle serate più miti per rimetterla in sesto. I lavori avrebbero coinvolto soltanto le case della tranquilla strada alberata, a un passo dai negozi e dalla fermata del tram, dove Shoba e Shukumar abitavano da tre anni.

"Sono gentili ad avvisarci," concesse Shoba dopo aver letto l'avviso ad alta voce, rivolta più a sé che a Shukumar. Fece scivolare dalla spalla la cinghia della sua borsa di cuoio, gonfia di bozze, e la lasciò cadere nell'ingresso entrando in cucina. Portava un impermeabile blu marina sopra una tuta grigia e scarpe da tennis bianche; corrispondeva in tutto, a trentatré anni, al tipo di donna cui un tempo dichiarava di non voler somigliare.
Veniva dalla palestra. Del rossetto mirtillo restava traccia soltanto sull'orlo delle labbra, e l'ombretto era colato sotto le ciglia. Un tempo le capitava di avere quell'aspetto, pensò Shukumar, la mattina dopo una festa, una serata in un locale, quando era troppo pigra per struccarsi, troppo desiderosa di abbandonarsi nelle sue braccia.
Lasciò cadere la posta sul tavolo senza guardare, gli occhi fissi sull'avviso che teneva in mano. "Comunque dovrebbero farlo di giorno".
"Quando ci sono io, intendi", disse Shukumar. Coprì la pentola dell'agnello con un coperchio di vetro, appoggiandolo in modo da farne uscire un filo di vapore. Da gennaio lavorava in casa, cercava di finire gli ultimi capitoli della sua tesi sulle rivolte agrarie in India. "Quando iniziano i lavori?"
"Dice il diciannove marzo. È oggi, il diciannove?" Shoba si avvicinò al pannello di sughero appeso al muro vicino al frigorifero, con attaccato soltanto un calendario illustrato di William Morris. Lo guardò come se lo vedesse per la prima volta, osservò attentamente le immagini prima di soffermarsi su numeri e giorni. Un amico aveva mandato un calendario come regalo di Natale, anche se Shoba e Shukumar non avevano festeggiato il Natale, quell'anno.
"Allora oggi", annunciò Shoba. "A proposito, hai un appuntamento dal dentista, venerdì".
Lui si passo la lingua sui denti; si era dimenticato di lavarli, quella mattina. Non era la prima volta. Non si era mosso di casa tutto il giorno. Lo stesso il giorno precedente. Più Shoba si tratteneva fuori, faceva gli straordinari e accettava nuovi incarichi, più lui desiderava restare a casa; non usciva nemmeno a ritirare la posta, a comprare il vino o la frutta nei negozi vicino alla fermata del tram.
Sei mesi prima, in settembre, Shukumar stava partecipando a un congresso a Baltimora quando Shoba era entrata in travaglio, con tre settimane di anticipo rispetto alla data prevista. Lui avrebbe rinunciato al congresso, ma lei aveva insistito; era importante per stabilire contatti, l'anno successivo sarebbe entrato nel mondo del lavoro. Aveva annotato il numero dell'albergo, l'agenda dei suoi spostamenti e i numeri dei voli, si era messa d'accordo con la sua amica Gillian per un passaggio in caso di emergenza. Quando quella mattina il taxi si era avviato verso l'aeroporto, l'aveva salutato in accappatoio, un braccio appoggiato con naturalezza sulla sommità del ventre.
Ogni volta che ripensava a quel momento, l'ultimo momento in cui aveva visto Shoba incinta, ricordava soprattutto il taxi, una station wagon rossa con le scritte in blu; enorme, in confronto alla loro automobile. Con il suo metro e ottanta d'altezza, le mani troppo grandi persino per le tasche dei jeans, Shukumar si sentiva minuscolo, sul sedile posteriore. Mentre il taxi accelerava in Bacon Street, immaginava il giorno in cui anche lui e Shoba avrebbero dovuto comprare una station wagon, per accompagnare i bambini avanti e indietro, a lezione di piano, dal dentista. Si vide al volante, con Shoba che si girava per passare il succo di frutta ai bambini. Un tempo, queste immagini di vita familiare lo avevano preoccupato, accrescendo la sua ansia di essere ancora studente a trentacinque anni. Ma quella mattina d'inizio autunno, con gli alberi ancora grevi di foglie gialle, l'immagine gli sorrise per la prima volta.
Qualcuno dell'organizzazione riuscì a trovarlo tra le tante aule identiche del centro congressi e gli porse un biglietto. Soltanto un numero di telefono, ma Shukumar capì che era l'ospedale. Quando arrivò a Boston era tutto finito. Il bambino era nato morto. Shoba giaceva a letto, addormentata, in una stanza singola talmente piccola che si faceva fatica a stare in piedi accanto a lei, in un'ala dell'ospedale che al corso per il parto non avevano visitato.


© 2000, Marcos y Marcos

biografia dell'autrice
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Jhumpa Lahiri è nata a Londra da genitori indiani nel 1967 e risiede negli Stati Uniti a New York. Selezionata da The New Yorker tra gli scrittori che lasceranno il segno nel nuovo secolo, è stata proclamata migliore esordiente dell'anno da giurie di critici e di pubblico. Ha appena vinto il Premio Pulitzer per la Letteratura.

A cura di Grazia Casagrande




21 aprile 2000