Antonia S. Byatt
Zucchero ghiaccio vetro filato

"Quando mio padre ebbe il collasso a Schiphol, stavo scrivendo un romanzo in cui l'idea di Van Gogh si affacciava continuamente in un testo sul puritanesimo nella vita domestica nel Nord. Credo che nessun posto mi attirasse più del museo Van Gogh di Amsterdam."


Raramente accade di trovare in una raccolta di racconti o in un romanzo una prefazione oppure, come in questo caso, una postfazione dell'autore. Solitamente gli scrittori preferiscono lasciare completamente nelle "corde" del lettore l'interpretazione delle loro opere, riservandosi semmai di parlare delle ragioni della propria scrittura in altra sede. Invece Antonia Byatt, confermando ancora una volta la sua originalità di autrice fuori dagli schemi abituali, inserisce alcune pagine di chiarimento, molto interessanti, al termine del volume, come a non interferire comunque sul giudizio del lettore, ma a dichiarare la sua voglia di spiegare, a tutti, qualcosa di molto privato e personale. In particolare è una postfazione destinata espressamente ai lettori italiani, che sottolinea anche alcuni particolari della traduzione. Ma soprattutto esprime e, in qualche modo, giustifica la sua "necessità" di autobiografia. Autobiografico è il primo racconto, Zucchero, il fulcro della raccolta. In esso la Byatt racconta pagine della sua giovinezza, velate di malinconia perché dedicate in gran parte alla figura del padre e alla sua scomparsa. Coprotagonisti una madre bugiarda, un nonno produttore di zucchero e qualche altro parente. Il rapporto con il padre viene collegato con la sua passione per l'opera di Vincent Van Gogh, tristemente legata proprio ai suoi ultimi giorni di vita, ad Amsterdam. La figlia frequenta quotidianamente il museo Van Gogh, mentre il padre giace in un letto d'ospedale, aspettando le sue visite e le cartoline acquistate al museo, pallide riproduzioni di quei capolavori, ma unica possibilità di partecipare a quel piacere intellettuale. Le lunghe conversazioni sul pittore sono al centro dei loro incontri e i magnifici quadri visti e rivisti in quei giorni rimarranno strettamente legati al tema della morte. Inevitabile una considerazione: è nota la rivalità fra Antonia Byatt e la sorella, anch'essa scrittrice, Margaret Drabble, (riaccesa in questi ultimi tempi proprio dalla pubblicazione del libro di cui ci stiamo occupando e di una parallela opera autobiografica della Drabble, The Peppered Moth, nelle quali entrambe rivendicano l'"esclusiva" sui ricordi di famiglia); ebbene, in Zucchero la Byatt riesce a non parlare mai della sorella, citandola di sfuggita solo nell'ultima pagina. Nei ricordi di entrambe sarebbe interessante ritrovare le motivazioni di tanto rancore, aggravato con il corso degli anni, ma sicuramente nato nell'infanzia e quasi certamente causato da atteggiamenti dei genitori. Zucchero, datato 1987, è accompagnato da altri racconti apparsi in inglese nel 1998 con il titolo di Elementals. Autobiografici, almeno in parte, Freddo e Una lamia nelle Cevenne, "approcci obliqui alla necessaria solitudine dello scrittore - afferma la stessa Byatt - che, come diceva Graham Greene, ha sempre una scheggia di ghiaccio nel cuore". La pittura, invece, riappare in Cristo nella casa di Marta e Maria, mentre La barbona sembra la narrazione di un incubo notturno, in cui si perde non solo la capacità di uscire da una situazione difficile, ma addirittura la propria identità.


Zucchero ghiaccio vetro filato di Antonia S. Byatt
Titolo originale dell'opera: Sugar e Elementals

Traduzione di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi
Pag. 184, Lire 26.000 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-15462-1



Le prime righe

Zucchero



Del padre ho la statura,
la dirittura morale,
della mamma l'indole gaia
e il piacere di favoleggiare.
Il bisnonno inclinava al bel sesso,
e qua e là la tendenza rispunta;
la bisnonna amava gioie e oro
di cui il prurito non mi manca.
Ora, se gli elementi dal complesso
non si possono più separare,
cos'è dunque in tutto il poveruomo
che si può definire originale?
GOETHE, Xenie miti.

Mia madre aveva rispetto per la verità, ma non sempre i suoi racconti erano veritieri. Una volta, con labbra frementi e occhi indagatori mi disse: - Tuo padre dice che sono una terribile bugiarda. Ma io non sono una bugiarda, vero? Non lo sono -. Certo che non lo era, dissi io, complice. Facevamo sempre così, tutti, per amore di pace e di qualcos'altro, un mezzo desiderio di aiutarla, per far sì che le cose fossero come lei diceva. Ma lo era. Mentiva nelle piccole cose, per spazzare via gli equivoci, e in cose più importanti, per evitare verità spiacevoli. Mentiva floridamente e bellamente, nei suoi rari momenti di distensione, per rendere più bella una storia. Era una raccontatrice di grande respiro, e che toglieva il respiro, non spesso, e talvolta con troppo insistenza, ma al suo meglio era capace di ridurre il pubblico alle lacrime per le incontenibili risate. Raccontava anche un altro genere di storie, in anni recenti per tutto il tempo, tutto il tempo che passavamo con lei, lamentazioni monotone, malevole, non strutturate, disseminate di prove via via più artificiose di malvagità inesistenti. Ma questa è un'altra questione. Non è di questo che intendevo scrivere. Intendevo scrivere di mio nonno. Il mio nonno paterno, che ho conosciuto appena, e del quale so pochissimo.
Una volta, quando mio padre stava morendo, entrai nella sua stanza d'ospedale, e lui si mise a sedere appoggiandosi ai cuscini e mi guardò con il volto di suo padre. Non avevo mai pensato che si assomigliassero. Mio padre era un bell'uomo, in un modo molto inglese, occhi azzurri, carnagione chiara, sottili capelli d'oro fulvo che molto lentamente persero il loro fuoco per diventare rugginosi e infine bianchi. Ne aveva ancora molti quando morì, vivaci capelli argentei, fluttuanti. Aveva una bocca grande, diritta, decisa. Nessuna di queste parole ce lo può restituire. Suo padre, mio nonno, per quanto posso ricordare, non ha mai avuto capelli, e aveva guance pesanti e una bocca più piena, più impaziente. Vedendo il suo volto in quello di mio padre, mi sono domandata per la prima volta se i suoi capelli fossero rossi.

© 2000, Giulio Einaudi editore


L'autrice
Antonia Susan Byatt è nata a Sheffield, in Inghilterra, nel 1936. Scrittrice e critica letteraria, ha insegnato per molti anni letteratura inglese e americana all'University College di Londra. Attualmente ha lasciato in secondo piano l'impegno saggistico per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. La sua produzione letteraria comprende tre importanti raccolte di racconti e sei romanzi. Il suo libro più noto, Possessione, è stato tradotto in tutta Europa e ha vinto nel 1990 il prestigioso Booker Prize e l'Irish Times/Aer Lingus International Fiction Prize.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




28 aprile 2000