La biografia
La bibliografia
Sándor Márai
La recita di Bolzano

"Credo nell'amore e nella mutevolezza della fortuna. E credo nella scrittura, perché la scrittura ha potere sul destino e sul tempo. Nulla di ciò che fai, desideri, ami e dici è destinato a durare. Passano le donne, tramontano gli amori. Sfumano le emozioni, e la polvere del tempo ricopre le tracce delle azioni compiute. Ma la scrittura rimane."


Per chi desidera leggere un romanzo, nel senso tradizionale e più elevato del termine, arriva questo lavoro di Sándor Márai, finalmente tradotto (è datato 1940) per Adelphi, la casa editrice che ha fatto conoscere lo scrittore ungherese in Italia. Dopo Le braci e L'eredità di Eszter, che hanno già catturato e coinvolto migliaia di lettori, La recita di Bolzano conferma la grande capacità narrativa dell'autore.
Protagonista del romanzo è un uomo di nome Giacomo, ma è anche, indubbiamente, l'amore. L'amore negato, l'amore sofferto, l'amore unico, che nella vita non si può ripresentare due volte. La vicenda è ispirata direttamente alla biografia di Giacomo Casanova, come l'autore stesso scrive in un'Avvertenza all'inizio del testo ("il mio eroe rassomiglia maledettamente a quel viandante intrepido, apolide e tutto sommato, io credo, infelice"). Giacomo è un personaggio affascinante, un avventuriero che piace alle donne. Non bello, non particolarmente prestante, ma dotato di un appeal misterioso, vive un'esistenza da libertino. Sempre alla ricerca della felicità, senza mai trovarla, Giacomo, nato in una povera casa di Venezia, ma orgoglioso della sua origine (i veneziani sono tutti gentiluomini di nascita, perché Venezia è la città più nobile del mondo) conduce una vita senza legami e senza regole, ma non priva di etica. La sua indole è incompatibile con il potere e lo porta allo scontro diretto e all'incarcerazione nei Piombi "perché il mondo esige ordine, consenso, remissività a tutti i costi, pretende la resa incondizionata all'ordinamento divino e umano. Ma in lui, profondamente radicata nel suo petto, divampava impetuosa la fiamma della resistenza; e questo era un fatto imperdonabile".
Riuscito a sfuggire dalle carceri veneziane, accompagnato da Padre Balbi, un monaco "depravato", giunge a Bolzano, tappa intermedia di un viaggio che, nelle intenzioni, dovrebbe portarlo verso Monaco e le corti europee. Ma a Bolzano l'aspetta il destino. La città non gli piace (anche se la gente lo tratta con riguardo e con curiosità dopo che la notizia della sua rocambolesca fuga si diffonde insieme alle leggende legate alla sua figura) ma Giacomo non riparte perché scopre che proprio a Bolzano risiede Francesca, l'unica donna che abbia amato. Per Francesca in passato Giacomo ha affrontato un duello, è stato gravemente ferito da quello che poi è diventato il marito della donna, il Conte di Parma. La sua figura, il suo viso, la nostalgia per un sentimento inespresso e impossibile l'hanno accompagnato nel tempo. Ma il destino gli gioca uno scherzo strano. Ora che la donna è vicina, ora che potrebbe riallacciare segretamente una relazione con lei, interviene il marito, un uomo anziano e gelosissimo, con una richiesta molto particolare, che rimescola le carte e trasforma la situazione. A Giacomo viene comandata una vera e propria recita che possa far "guarire" la donna dalla sua passione per il veneziano. "Pagherò un prezzo alto per te, Giacomo - dice il Conte di Parma andando a trovare il libertino direttamente nella sua stanza d'albergo - com'è giusto che sia quando uno compra un regalo perché la sua vita volge al termine ed egli, in segno di congedo, vuole offrire qualcosa alla donna, all'unica donna che ama". L'uomo accetta ("Allora che aspetti? Comincia a vestirti, vecchio commediante, illusionista avvizzito!"), ma non vuole compensi, non può essere pagato per una recita sui cui esiti non può garantire, per uno spettacolo che probabilmente non potrà dirigere.
L'amore non ha regole, segue un istinto indomabile e può essere la gioia più grande e la più terribile pena. L'amore domina le tre figure che nella parte finale del romanzo si fronteggiano, esprimendo lungamente i propri sentimenti l'uno all'altro. L'amore ne uscirà vincitore, ma gli uomini saranno sconfitti.


La recita di Bolzano di Sándor Márai
Titolo originale dell'opera: Vendégjáték Bolzanóban

Traduzione di Marinella d'Alessandro
Pag. 264, Lire 28.000 - Edizioni Adelphi (Biblioteca Adelphi n.388)
ISBN 88-459-1529-8

le prime pagine
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Un gentiluomo di Venezia



Si accomiatò dai gondolieri a Mestre. Balbi, quel monaco depravato, per poco non era riuscito anche stavolta a farlo cadere in mano agli sbirri: lo aveva cercato invano mentre la diligenza stava per partire e alla fine lo aveva rintracciato in un caffè dove, sorbendo allegramente una tazza di cioccolata, faceva il cascamorto con la cameriera. A Treviso si trovò a corto di quattrini; si dileguarono insieme attraverso i campi passando per Porta San Tommaso, avanzarono furtivi tra gli orti, al limitare dei boschi, e verso il tramonto raggiunsero le prime case di Valdobbiadene. Qui egli tirò fuori il pugnale, minacciò il fastidioso compagno di strada, quindi i due si diedero appuntamento a Bolzano e si separarono. Padre Balbi si avviò di malavoglia, con passo strascicato, fra i tronchi nudi degli ulivi; era magro e trasandato e si allontanò camminando di traverso, con lo sguardo losco e corrucciato, lanciandosi ogni tanto un'occhiata alle spalle, come un cane rognoso scacciato dal padrone.
Quando il monaco si fu finalmente tolto dai piedi egli entrò nel paese e, lasciandosi guidare ciecamente dall'istinto, chiese alloggio nella casa del capitano delle guardie. Fu accolto da una donna mansueta, la moglie del capitano, che provvide a servirgli la cena e a lavargli le ferite - aveva le ginocchia e le caviglie sporche di sangue rappreso, si era sbucciato i gomiti e le gambe saltando giù dai tetti di piombo durante la fuga -, e prima di coricarsi venne a sapere che il capitano era partito per cercare proprio lui, il fuggiasco. Tagliò la corda all'alba. Trascorse la notte seguente a Pergine e il terzo giorno - ormai in carrozza, perché strada facendo aveva estorto sei monete d'oro a un conoscente - arrivò a Bolzano.
Balbi lo stava già aspettando. Lui si fece aprire delle camere alla Locanda del Cervo. Non aveva bagaglio e si presentò vestito come un pezzente, con la sua bella marsina di seta variopinta tutta sbrindellata e senza soprabito. Nelle viuzze di Bolzano soffiava già il vento di novembre. Il locandiere squadrò perplesso gli ospiti cenciosi.
"Le camere più belle?" chiese con imbarazzo.
"Le camere più belle!" rispose l'altro a bassa voce, con severità. "E controlla la cucina. Qui da voi, invece dell'olio, per cucinare si usano grassi rancidi della peggior specie, e da quando ho lasciato il territorio della Repubblica non ho ancora mangiato un boccone decente. Per stasera fa' arrostire cappone e pollo, non uno ma tre, farciti di castagne. E procurati del vino di Cipro. Guardi i miei abiti?... Cerchi il mio bagaglio? Ti meravigli che ci siamo presentati a mani vuote? Da queste parti non arrivano i giornali? Non leggi la "Gazzetta di Leida"?... Somaro!" esclamò con voce rauca, perché si era raffreddato durante il viaggio e i suoi bronchi erano afflitti da una tosse insistente. "Non hai sentito che un gentiluomo veneziano è stato rapinato alla frontiera con il suo segretario e i suoi servi? La polizia non ha ancora chiesto di me?".
"No, signore" disse spaventato il locandiere.
Balbi se la rideva di nascosto. Alla fine ottennero le stanze migliori: un salottino con due grandi finestre a doppio battente che davano sulla piazza centrale, i mobili dalle gambe dorate, uno specchio veneziano sopra il camino, e un'alcova con un letto francese a baldacchino. A Balbi fu assegnata una stanza in fondo al corridoio, vicino alla scala ripida e angusta che conduceva in soffitta, agli alloggi della servitù. Questa sistemazione lo lasciò estremamente soddisfatto.
"Il mio segretario!" esordì lui presentando Balbi al locandiere.
"La polizia..." disse quello in tono di scusa. "La polizia è severa anche dalle nostre parti. Arriveranno da un momento all'altro. Tengono d'occhio tutti i forestieri".
"Riferisci" ribatté l'altro con noncuranza "che è giunto un ospite altolocato. Un gentiluomo...".
"Sì...?" lo incalzò il locandiere, e si sprofondò in un inchino, il berretto a frange stretto tra le mani, con un'aria insieme curiosa e sottomessa.
"Un gentiluomo di Venezia!".
Lo disse come se stesse annunciando qualche titolo o carica di straordinaria importanza. Persino Balbi rimase stupito dall'enfasi con cui pronunciò quelle parole. Quindi vergò il suo nome sul registro con una grafia agile e appuntita. Il locandiere arrossì per l'emozione: si strofinò le tempie con le dita grassocce, chiedendosi se dovesse correre a chiamare le guardie o cadere in ginocchio e baciare le mani all'ospite. Nel dubbio, rimase in piedi in silenzio, completamente frastornato.
Quindi accese una lampada e li accompagnò entrambi al piano di sopra. Le cameriere stavano già riordinando le stanze: portarono grandi candelabri dorati, acqua calda in una brocca d'argento, salviette in tela di Limburgo. Il forestiero cominciò a svestirsi lentamente, come un sovrano circondato dai cortigiani: passò, uno alla volta, i suoi indumenti sporchi all'oste e alle cameriere; le brache di seta, macchiate di sangue rappreso, gli erano rimaste incollate alla pelle, tanto che si dovette tagliarle sui due lati con le forbici; rimase a lungo con i piedi a mollo in una bacinella d'argento, sprofondato in poltrona, tramortito dalla stanchezza, con i capelli arruffati e un'espressione tetra.


© 2000, Adelphi Edizioni

biografia dell'autore
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Sándor Márai, scrittore ungherese, nacque a Kassa nel 1900 e morì in California, a San Diego, nel 1989. Visse a lungo a Vienna, in Svizzera, a Parigi e in Italia. Del 1917 la sua prima opera, una raccolta di poesie dal titolo Il libro dei ricordi. La sua fama è legata in particolare ai romanzi Le braci, apparso in Italia nel 1998 e L'eredità di Eszter (1999).

A cura di Giulia Mozzato


bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Marai Sandor, Le braci, a cura di D'Alessandro M., 18 ed., 1999, 181 p., Lit. 25000, "Biblioteca Adelphi" n. 358, Adelphi (ISBN: 88-459-1373-2)

Marai Sandor, L'eredità di Eszter, a cura di D'Alessandro M., 1999, 137 p., Lit. 22000, "Biblioteca Adelphi" n. 373, Adelphi (ISBN: 88-459-1455-0)

Marai Sandor, La recita di Bolzano, tr. di D'Alessandro M., 2000, 260 p., Lit. 28000, "Biblioteca Adelphi", Adelphi (ISBN: 88-459-1529-8)



21 aprile 2000