Paolo Jedlowski
Storie comuni
La narrazione nella vita quotidiana

"Senza le storie che conosciamo, la vita non ci apparirebbe così come ci appare. Ma la vita non è un romanzo - non è un film, non è un racconto - perché nella vita siamo coinvolti e rischiamo."


"Se è vero che si vive per raccontarlo, l'interlocutore è una figura essenziale": Questa affermazione di Jedlowski fa sì che nello scrivere di Storie comuni, si pensi e si desideri avere come interlocutore lo stesso autore. Ho condiviso infatti l'emozione dichiarata da Giulio Mozzi (nella recensione al libro apparsa su "la talpa libri" qualche settimana fa) di "riprendere il discorso", una volta conclusa la lettura del saggio, direttamente con chi l'ha scritto.
Diviso sostanzialmente in tre parti (anche se non mancano contaminazioni tra di esse), il libro si compone di una prima sezione essenzialmente teorica che indica gli elementi propri di una narrazione, ne dà le coordinate, cita i più significativi studi di narratologia, offre cioè al lettore alcuni strumenti interpretativi per leggere con maggiore consapevolezza la seconda parte del saggio. Questa si articola in alcuni esempi di situazioni narrative, mostrando le differenze essenziali, ad esempio, tra il narrare femminile e quello maschile, all'interno di una coppia o di una comunità, tra il parlare di sé o di altri, come momento di autoriconoscimento o di mediazione sociale.
La terza parte infine è prettamente sociologica: da tutto quanto detto, quale ruolo ha la narrazione di storie, quali funzioni assolve? L'autore così disegna "una mappa di ciò che narrare può significare per le persone coinvolte, di ciò che rappresenta per la relazione fra loro".
Grazie alle funzioni che svolge, la narrazione penetra nella vita quotidiana: un incredibile gioco di specchi creato dai racconti che ci facciamo l'un l'altro.
Interessante è la notazione distintiva tra "vita quotidiana" e "quotidianità": la prima è ricca di eventi, in genere di routine, forse banali, ma numerosi e tali da far sì che si possa giungere a definire la nostra vita "felice" o "infelice". "Quotidianità" è invece l'atteggiamento di sistematica distrazione con il quale guardiamo (e viviamo) la maggior parte delle nostre attività di ogni giorno. Questa ovvietà delle cose di ogni giorno, talvolta si infrange o contro eventi particolari, o contro momenti di crisi personali pur nella ripetizione di atti mille volti compiuti. Gran parte dei racconti portati come esemplificazione nella seconda parte rientrano nella "quotidianità" e sono artefici di quel "senso comune" che dà vita alla costruzione sociale. L'elemento particolare però è dato dalla caratterizzazione della storia nel tempo e nella sua singolarità (cosa che non avviene quando l'evento è direttamente vissuto). Nell'atto del raccontare, il narratore elabora l'"esperienza" perché ha la possibilità di rielaborare, ripercorrere quello che ha vissuto o a cui ha assistito.
E forse anche per questo lo scrittore dà senso al suo scrivere: "se scrivo libri è anche perché ritengo che questo è ciò che un 'intellettuale' dovrebbe fare", e siamo di certo grati a Jedlovski per aver con tanta forza comunicativa risposto a tale imperativo.
Una curiosità: a Vallo di Nera, in Umbria, sta nascendo un festival che prevede una sezione che si intitola "I racconti nelle case", in cui gente più o meno comune viene ospitata nelle abitazioni del paese per raccontare le proprie esperienze o le proprie "storie" al pubblico o a un gruppo di autori che elaboreranno liberamente questi materiali narrativi. Tutto ciò a riprova dello stretto legame tra vita, narrazione e letteratura.


Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana di Paolo Jedlowski
Pag. 212, Lire 22.000 - Edizioni Bruno Mondadori (Testi e pretesti)
ISBN 88-424-9516-6



Le prime righe

I. Narrative

1. Raccontare una storia


Una volta

Una volta volevo diventare uno scrittore di romanzi. Intorno ai quindici anni scrissi diversi racconti: a dire il vero non vi succedeva molto, erano storie assai brevi, ma mi è rimasto a lungo il ricordo della soddisfazione con cui scrivevo la parola "fine" in fondo all'ultima pagina, e poi anche la firma, e la data.
Crescendo, lasciai perdere. Poco dopo i vent'anni, però, ricordo che una sera ripresi in mano i quaderni su cui avevo scritto le mie storie. Mi chiedevo se non avrei potuto scrivere ancora rielaborando quei vecchi racconti. Non c'era fretta. Dopo averli tirati fuori e sfogliati, misi i quaderni in una borsa e andai a trovare qualcuno. Lasciai la borsa nell'auto.
Ma quando tornai in strada, a notte inoltrata, il finestrino dell'auto era rotto e la borsa non c'era più.
Così ho perso i racconti che avevo scritto. Mi sono chiesto a lungo se chi me li ha rubati li ha letti, e se gli sono piaciuti. Quanto a me, adesso ne posso pensare quello che voglio. In ogni caso, non sono diventato un romanziere.

Quello che sto per cominciare non è un libro di storie: è una conversazione a proposito delle storie, soprattutto di quelle che si raccontano nella vita quotidiana. Ma il frammento di discorso che avete letto era effettivamente una storia. Bella o brutta che fosse non ha importanza: che fosse una "storia" non ci sono dubbi. Un modo di cominciare ad affrontare il nostro tema è così domandarci: che cosa fa sì che l'abbiamo potuta identificare in tal modo?
La risposta - una prima risposta - sta nelle due prime parole. La frase con cui cominciava la storia diceva: "Una volta...". Non tutte le storie cominciano per forza così, ma è sempre come se lo facessero. Certo, nella storia che ho raccontato c'era un personaggio (in questo caso coincidente con il narratore, ma ciò qui non importa) e a questo personaggio è successo qualcosa. Senza questi elementi - dei personaggi e delle azioni o degli accidenti - una storia non ci sarebbe. Ma dire o lasciar intendere "Una volta..." è altrettanto essenziale.

© 2000, Paravia Bruno Mondadori Editori


L'autore
Paolo Jedlowski è professore di Sociologia presso l'Università della Calabria. Tra le sue opere: Memoria, esperienza e modernità, Il sapere dell'esperienza (Menzione speciale al Premio Europeo Amalfi per le Scienze sociali nel 1996) e Il mondo in questione. Introduzione alla storia del pensiero sociologico. Ha curato inoltre le opere di diversi classici della sociologia e l'edizione italiana del Dizionario delle Scienze sociali.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




21 aprile 2000