La biografia
La bibliografia
Antonello Gerbi
La disputa del Nuovo Mondo
Storia di una polemica (1750-1900)

"Inassimilabile, invece, anzi acidamente corrosiva d'ogni illusione di primato, era la tesi della degenerazione e impotenza del Mondo Nuovo. E quasi tutti i 'padri della patria' degli Stati Uniti scoccarono qualche frecciata contro Buffon o de Pauw."


La recente edizione de La disputa del Nuovo Mondo di Antonello Gerbi, per il prezzo, per la chiara introduzione del figlio Sandro, e il limpido saggio di Antonio Melis, ha reso quest'opera (ormai un classico della storiografia contemporanea) accessibile a un vasto pubblico di lettori.
La tesi che Gerbi contesta e della cui falsità porta numerose prove e argomentazioni, è quella sostanzialmente sostenuta da Buffon e da un altro storico, oggi poco conosciuto, l'abate Pauw: le Americhe mostrano la loro assoluta e sostanziale inferiorità rispetto al Vecchio Continente sia nella fauna, che nella flora, che nelle popolazioni che le abitano.
Tale visione decisamente ridicola (oggi a noi sembra addirittura impossibile che qualcuno abbia sostenuto una simile tesi) ebbe però un peso e un rilievo maggiore di quello che può apparire unicamente un ozioso dibattito tra raffinati intellettuali: erano messe in gioco alcune considerazioni di fondo sull'uguaglianza degli uomini e sul concetto stesso di "superiorità" e "inferiorità". La stessa flora, così diversa nel Nuovo rispetto al Vecchio Continente non può essere posta in un confronto qualitativo, quanto nella realtà di un ecosistema armonico e funzionale: è cioè da connotarsi positivamente ciò che la natura pone in relazione utile al resto del reale. Lo stesso vale per la fauna: è possibile giudicare il puma inferiore al leone? Che cosa intendiamo per inferiore? E non c'è il rischio del ridicolo ad affermare che i grandi mammiferi sono oggettivamente animali superiori? Tutto ciò viene ampiamente e riccamente argomentato da Gerbi che in ampi excursus costruisce anche una vera e propria storia delle Americhe e della loro colonizzazione. Intellettuale raffinatissimo, ma non pedante, utilizza i numerosi riferimenti, offre al lettore rare citazioni, propone letture di testi e autori meno noti, il tutto non per sfoggio di erudizione ma per esigenza di chiarezza e di sostegno alle proprie posizioni.
Con ancora maggiore passione l'autore porta le sue argomentazioni contro la tesi dell'inferiorità delle popolazioni native delle Americhe. Gerbi visse a lungo (più di dieci anni) in Perù, non per libera scelta, quanto perché venne generosamente mandato in quel Paese da Mattioli, suo superiore alla Banca Commerciale, per permettergli di sfuggire alle famigerate leggi razziali che nel 1938 erano entrate in vigore in Italia. Tutto ciò quindi che, a ragione, sentiva facilmente collegabile alla cultura razzista era da lui fortemente rifiutato. Nulla però di personale in questo ampio testo, nulla di emotivo, quanto piuttosto la razionalità e l'intelligenza di un vero intellettuale, un maestro nella storiografia e nella storia delle idee.


La disputa del Nuovo Mondo. Storia di una polemica (1750-1900) di Antonello Gerbi
Nuova edizione a cura di Sandro Gerbi

Con un saggio di Antonio Melis
Pag. 1017, Lire 28.000 - Edizioni Adelphi (gli Adelphi n.164)
ISBN 88-459-1523-9

le prime pagine
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Prologo



In più di un passo delle sue opere, Hegel considera le Americhe come un continente immaturo, o impotente, o altrimenti 'inferiore' al Vecchio Mondo. Gli esegeti, anche un Croce, anche un Ortega y Gasset, al commentare quei passi, vi han visto una tipica stortura della mente di Hegel, una traccia bizzarra del suo sforzo di ridurre nello schema delle triadi l'infinita varietà del mondo. Ma in realtà la tesi è stata adottata, non inventata da Hegel. E nella sua breve storia ha riflettuto tendenze così varie che non è forse del tutto ozioso ricercarne le vicende. Le pagine che seguono vorrebbero darne una prima idea d'insieme.
Se prendon le mosse da Buffon, non è tanto per introdurre il lettore in medias res quanto perché nei suoi scritti raggiungono per la prima volta una forma coerente e scientifica osservazioni e giudizi e pregiudizi che sin allora s'erano espressi come sorprendenti notizie di terre lontane nelle prime relazioni dei viaggiatori e naturalisti nel Nuovo Mondo, o come paradossi e favole polemiche nei racconti dei missionari, nelle utopie e nei miti del buono o del cattivo selvaggio; e soprattutto perché solo da Buffon in poi la tesi dell'inferiorità delle Americhe ha una storia ininterrotta, una traiettoria precisa che, attraverso Pauw, tocca il suo vertice con Hegel s'allunga poi nella sua caduta fino alle reciproche recriminazioni e alle puerili vanterie, alle sommarie condanne e alle fumose esaltazioni tanto comuni ancora ai giorni nostri.
Gli antichi descrittori della natura americana, e in particolare il maggiore tra loro, Gonzalo Fernández de Oviedo (1526-1535), già avevan notato con acume assiduo le molte peculiarità fisiche del Mondo Nuovo, le molte differenze tra gli animali d'America e quelli delle nostre parti. Ma, anche quando segnalavano certi aspetti relativamente deboli, certe specifiche deficienze delle Americhe, come fecero tra gli altri il padre Acosta (1590), lo Herrera (1601-1615) e il padre Cobo (1653), non giunsero mai a coordinare le loro osservazioni in una teoria generale dell'inferiorità della natura americana (che anzi ammiravano e illustravano amorosamente), né tanto meno a teorizzare circa una sua pretesa 'immaturità' o 'degenerazione' usando concetti che suggeriscono uno sviluppo troncato agli inizi o un esaurimento per vecchiaia.
Questo fece Buffon. E, sotto la quadruplice fortissima suggestione della sua autorità; di un concetto così dinamico e storicizzante della natura; di altre secolari teorie e correnti semi-scientifiche confluenti in quella nuova valutazione dell'uomo, degli animali, delle piante e del clima stesso d'America; e, infine, della più alta e chiara coscienza di sé raggiunta dall'Europa simultaneamente alla nascita di un orgoglio nativo e di un patriottismo americani, - la polemica sull'America divampò su diversi piani, per qualche decennio, da una parte e l'altra dell'Atlantico.
Le fila ne sono mischiate ed attorte, policrome, di vario spessore e di varia lunghezza. Ce n'è di quelle che risalgono addirittura ad Aristotele ed anche più indietro. Ma dipanarle bisogna, se non si vuol restar di nuovo accalappiati nei loro lacci.
Da un punto di vista più generale, la storia di quest'errore presenta un altro interesse. Gli elementi di fatto che serviron di base alle teorie dell'inferiorità del Nuovo Mondo eran in molti casi reali. È vero secondo la geologia che le catene montagnose d'America sembrano relativamente recenti e non ancora del tutto stagionate. È vero che in molte sue parti prevale una malsana umidità. È vero che alberga una profusione di insetti nocivi, mentre vi mancano, oltre ai grandi carnivori, molti altri dei maggiori mammiferi. È vero che molte tra le sue genti sono imberbi, altre relativamente deboli, e altre ancora sembrano incapaci di progresso civile. Ed è vero che certe specie di animali non vi si sono acclimatate, o son risultate sterili alla seconda generazione. È verissimo, poi, che tutte quelle discussioni, per quanto male impostate, valsero a far progredire la scienza della natura, affinandone i metodi, staccandola faticosamente da vecchi errori ed arricchendone la materia.
Perché dunque, volgendoci oggi a riconsiderarla, diciamo un 'errore' la tesi della inferiorità delle Americhe? Per una ragione sostanziale e (se vogliamo esser un poco pedanti) per tre ragioni formali. Substantialiter, perché quegli elementi di fatto perdon la loro verità quando sono utilizzati in suffragio d'una tesi. Formaliter, perché molte volte, troppe volte, l'esempio singolo è stato generalizzato in regola universale, e la fiacchezza d'un indigeno, la paludosità d'una valle, l'aspetto incondito d'un gruppo montuoso sono stati estesi, come per un contagio paralizzante, a tutte le stirpi e le valli e le montagne del Continente.
Per di più, in altri casi, e spesso anzi nei medesimi casi, quei dati di fatto obbiettivamente certi son stati ipostatizzati in giudizi di valore, e all'indebita generalizzazione si è aggiunta una indebita qualificazione peggiorativa: assumendosi, ora implicitamente ora esplicitamente, che l'uomo imberbe è inferiore al barbuto, che la palude è peggiore del deserto, che l'assenza di belve o di profonde stratificazioni geologiche è uno stigma di impotenza tellurica, che la 'giraffa' è 'bene', e la 'cucaracha' è 'male'.
Infine, nella gran maggioranza dei casi, si sono indebitamente polarizzati dati, notizie e particolari di geografia, zoologia e botanica, che erano e sono veri in sé, ma non sono né veri né falsi in opposizione ad altri dati, elementi e particolari. La stessa antitesi basica di Mondo Antico e Mondo Nuovo, radice di tutte quelle altre antitesi singole, non sussiste se non in una mentalità schematizzante e appassionata, astratta e polemica ora contro il Vecchio, ora contro il Nuovo Mondo. La tigre, il selvaggio, la palude e la barba, realtà empiriche e non concetti, son state pensate in opposizione a qualche altro fenomeno individuale, da cui eran certamente distinte: errore che nasce da un abuso della logica formale, e anticipa quella corruzione della dialettica, che giungerà in Hegel appunto al fatuo splendore di un'architettura immateriale, alla gloria sinfonica della chimaera bombinans in vacuo.


© 2000, Adelphi Edizioni

biografia dell'autore
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Filosofo del diritto, giornalista, studioso anti-accademico per eccellenza, Antonello Gerbi (Firenze 1904-1976) associò per tutta la vita il lavoro scientifico a quello di economista della Banca Commerciale. Il decennio trascorso in Perù per sfuggire alle leggi razziali lo indusse ad abbandonare il primitivo campo di indagine, le idee politiche del Settecento, e a dedicarsi - come egli stesso ricorda - "dapprima alla situazione economica del Perù... e poi a vari aspetti della vita peruviana e americana in genere".

A cura di Grazia Casagrande


bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Gerbi Antonello, La disputa del nuovo mondo. Storia di una polemica (1750-1900), a cura di Gerbi S., 1983, CVIII-1038 p., Lit. 150000, "Opere di cultura storica e letteraria", Ricciardi

Gerbi Antonello, Germania e dintorni (1929-1933), a cura di Gerbi S., 1983, 376 p., Lit. 55000, "Sine titulo", Ricciardi (ISBN: 88-7817-800-4)

Gerbi Antonello, Il mito del Perù 1988, 360 p., Lit. 45000, "Saggi di storia" n. 5, Franco Angeli (ISBN: 88-204-3028-2)

Gerbi Antonello, La natura delle Indie nove. Da Cristoforo Colombo a Gonzalo F. De Oviedo, 1975, X-634 p., Lit. 100000, "Opere di cultura storica e letteraria", Ricciardi

Gerbi Antonello, Il Perù una storia sociale. Dalla conquista alla seconda guerra mondiale, 1994, 320 p., Lit. 45000, "Saggi di storia" n. 12, Franco Angeli (ISBN: 88-204-8567-2)



14 aprile 2000