Rodrigo Fresán
Esperanto

"Questa notte di questo lunedì i vicini non poterono minacciare di chiamare la polizia come quando Esperanto prende a calci le pareti di casa e lancia quegli ululati così lunghi e così delicati e così irrimediabilmente tristi come quelli degli ultimi coyote che cantano alla prima luna di un giorno qualunque."


Abbiamo recentemente parlato di un saggio intitolato Cinema e psichiatria che analizza attentamente le relazioni complesse che legano la psicoanalisi e la sua rappresentazione filmica. Sarebbe interessante affrontare sulla medesima traccia anche l'analogo rapporto che ha attraversato la storia letteraria del nostro secolo. Quanti romanzi vedono il tema della psicologia e della psichiatria come traccia fondamentale della storia? Quanti sfiorano in qualche modo l'argomento? Esperanto è proprio uno di questi: esordisce con il rapporto tra un paziente e il suo psicoanalista, il dottor Lombroso. Esperanto (Federico Esperanto) è il cognome del protagonista (il nome di un linguaggio universale, "lei è un uomo in perenne lotta contro l'ordine implicito del suo cognome. Lei è una persona più che compiaciuta del fatto di chiamarsi Esperanto e, allo stesso tempo, soffre ed è convinto che nessuno la possa capire", così parlò Lombroso...), che sin dalle prime pagine racconta la realtà alternata a un sogno ricorrente "perfetto e atroce", ricordato più volte nel corso della storia.
"Naufragato" anni prima "sulle rocce" di un bilocale che non è suo, una collocazione dal sapore provvisorio ma dalla durata pluriennale ("chiunque si fosse affacciato sulla porta d'ingresso avrebbe avuto serie difficoltà a stabilire se l'inquilino dell'appartamento fosse appena arrivato, stesse per partire o si muovesse utilizzando unità alternative spazio-temporali"), Esperanto vive in una condizione stralunata, in saltuaria compagnia di un amico gigantesco detto La Montagna García, un fratello, Daniel, detto Dani/Tony dopo aver acquisito il nome del personaggio televisivo impersonato da lui nella serie Beataminas, Tony, appunto ("l'unica cosa in comune tra Esperanto e Dani/Tony era una madre. Questo significa che l'unica cosa in comune tra Esperanto e Dani/Tony non era niente di buono"), una madre, si è già capito, insopportabile ("una di quelle donne che presto o tardi cadono in una crisi profonda per essere state tanto belle"), una ex moglie "fuori di testa".
Un romanzo che percorre i giorni di una settimana: da una domenica a quella seguente, in capitoli chiamati con i nomi dei giorni. Un lunedì non amato (nei primi anni Ottanta Bob Geldof cantava I Don't Like Monday's, ricordate?): un giorno che "non si poteva prendere alla leggera. Il lunedì era il giorno ... in cui tutto ricominciava e, almeno nel suo caso, tutto continuava il suo percorso prefissato e impossibile da modificare". Un martedì interamente alle prese con il dottor Norberto Lombroso. Un mercoledì pericoloso "impossibile da prevedere", la "linea di demarcazione della settimana lavorativa, il punto di flessione e di rottura", uno scorpione pronto a pungere imprevedibilmente anche alla fine della giornata, e che infatti assale Esperanto con il ricordo di Lisa e Anita, la sua compagna e la sua bambina portate via dal colonnello Soldán nel 1978... Un giovedì visto come il "giorno del perdono", dedicato alla moglie Cecilia ricoverata in una clinica psichiatrica. Un venerdì in cui "la gente diventa più emotiva, più sensibile": un ritorno da Lombroso. E il fine settimana: sabato, finalmente sabato, con la festa e i ricordi, i drammi, la solitudine, la paura che preludono a una domenica... di pace?
Una scrittura surreale e un po' illogica, confusa, a volte quasi delirante, sempre intelligente. Un libro dall'apparenza superficiale e ironica che nasconde considerazioni profonde e acute e svela sofferenze senza mai i toni aulici di un autore che si prenda troppo sul serio.


Esperanto di Rodrigo Fresán
Titolo originale dell'opera: Esperanto

Traduzione di Paola Tomasinelli
Pag. 195, Lire 22.000 - Edizioni Einaudi (I coralli n.125)
ISBN 88-06-14923-7



Le prime righe

Domenica



- Nessuno mi capisce, - disse Esperanto.
E aprì gli occhi.
E li richiuse.
Esperanto si stava risvegliando dal sogno di sempre, ma una cosa era più o meno certa: questa volta non si trovava nel solito posto o, per lo meno, in nessuno dei possibili soliti posti.
Non si stava nemmeno risvegliando dal sogno di sempre anche se - d'accordo - il luogo da cui fuggiva assomigliava molto al solito sogno. Ma in questa circostanza affioravano particolari ignorati fino a quel momento. Fantasiose variazioni sul tema. Fiammanti gradazioni di colori secondari all'interno dei presunti confini del bianco e del nero, alternative fino a quel momento insospettate dall'occhio umano o - almeno - dagli occhi troppo stanchi di Esperanto.
Perché - durante l'ultima settimana - Esperanto ne aveva viste troppe.
Qualcosa non funzionava. Non poteva funzionare, pensò.
Si accorse che sbattere le palpebre faceva male, e decise di non farlo. Meglio lasciare gli occhi aperti, allora - anche i colori facevano male -; e si rese conto che le novità non si limitavano solo ai particolari che erano apparsi nel suo sogno in bianco e nero. No, le novità minacciavano di continuare ora che aveva deciso di tenere gli occhi aperti e di recuperare così ciò che molti ottimisti e non pochi cinici - cocktail in mano, sorriso all'orizzonte - insistevano nel definire coscienza.
Prima di tutto, il pavimento - o quello che doveva essere il pavimento - non smetteva di muoversi. Un dondolio quasi piacevole che - se fosse stato possibile - avrebbe ricordato a Esperanto la sua lontana permanenza nella culla del passato o - più indietro, ancora più indietro - il suo transito anfibio di nove mesi fluttuando nel ventre materno, felice e ignorante di tutto.
Secondo, Esperanto si trovava all'aria aperta. Uno dei posti che meno apprezzava perché - a pensarci un po' - l'aria non può essere aperta. Esperanto si trovava fuori; quel punteruolo conficcato fino in fondo alle sue pupille - chiuse gli occhi - altro non poteva essere che il sole.

© 2000, Giulio Einaudi editore


L'autore
Rodrigo Fresán è nato a Buenos Aires nel 1963. Dopo aver fatto il giornalista per alcuni anni, ha pubblicato nel 1991 il suo primo libro, Historia argentina, che ha immediatamente riscosso un notevole successo di critica e di pubblico, cui sono seguiti nel 1993 Vidas de santos e, nel 1994, Trabajos manuales. Ma è con Esperanto che è stato consacrato (da Osvaldo Soriano, Héctor Binaciotti, Antonio Skármenta, Ariel Dorfman e Mempo Giardinelli) come il più raffinato, geniale e importante scrittore della nuova generazione argentina.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




14 aprile 2000