Slavenka Drakulic
Come se io non ci fossi

"Da quando i guardiani l'hanno riportata non piange e non parla. Dev'essere semplicemente diventata muta, perché non emette più nemmeno un suono. Né muove gli occhi. Sbatte le palpebre, ma non guarda. I suoi occhi sono buchi neri in cui non penetra la luce."


Un libro drammatico, di grande forza emotiva, che impone al lettore un coinvolgimento intenso e che cambia, trasforma chi legge queste pagine che lanciano un messaggio non solo di disperazione e di angoscia, ma anche di rabbia e di ribellione.
Quella descritta è la guerra, una sporca guerra etnica, l'odio di chi fino al giorno prima viveva nella stessa città, sulla stessa terra; vicini di casa, amici forse che quasi all'improvviso si scoprono nemici mortali e si scatenano con una violenza animalesca contro la parte più debole della popolazione. I bosniaci musulmani hanno subito ogni offesa senza che nessun altro popolo si decidesse a difenderli, troppo scomodi per tutti, troppo deboli e portatori di una cultura che l'occidente guarda con sospetto.
Le donne poi, se scampate ai massacri, sono state quelle più vergognosamente offese. Stupri collettivi, violenze di ogni genere, umiliazioni profonde che una vita non riuscirà a cancellare. Su alcune di loro quella violenza ha lasciato una pesante eredità: un figlio non desiderato, non voluto, frutto dell'odio e della guerra. Per molte è stato impossibile abortire, liberarsi di quell'ignota creatura che era stata imposta con la forza perché la gravidanza è stata riconosciuta troppo tardi. Le condizioni di vita infatti erano tali che molte donne avevano cessato di avere le mestruazioni, non appena giunte nei campi di concentramento, a causa degli choc subiti e della denutrizione. Anche la protagonista di questo romanzo, così crudo e impietoso, si è trovata in questa situazione e la narrazione si apre proprio in un ospedale svedese. Qui S., la protagonista chiamata come tutti gli altri personaggi solo con l'iniziale del nome, ha appena partorito un bambino che non vuole tenere, non vuole toccare, a cui non vuole neppure dare un nome, che vuole venga rapidamente adottato da una famiglia svedese totalmente "innocente", estranea all'orrore che lei ha vissuto. Nella sua linda camera d'ospedale, ormai liberata da quel fardello che negli ultimi quattro mesi (aveva saputo di essere incinta solo al quinto mese di gravidanza, quando era ormai uscita dal campo di concentramento) aveva rappresentato per lei un vero incubo, S. ripercorre tutta la sua terribile storia di prigioniera, di schiava, di vittima. La durezza del racconto non credo abbia aggiunto nulla all'orrore di quanto è realmente successo, ed è proprio questo che fa soffrire nella lettura, il pensare che non si tratta di un vero romanzo, ma della cronaca, forse anche inferiore alla realtà, di fatti accaduti, della sofferenza di uomini e donne che non avevano alcuna colpa. Quando si ha, in modo così diretto, la consapevolezza che certe barbarie fanno parte della nostra civiltà, dell'oggi e non di un passato lontano che abbiamo ormai metabolizzato, che possiamo trattare come argomento storico, archiviabile come un documento (e per molti il nazismo è ormai questo), che il male è qui, ci ha sfiorato, era a pochi chilometri da noi e noi l'abbiamo ignorato, allora la vergogna, il senso di colpa, o almeno il senso di impotenza può sopraffarci.
Slavenka Drakulic ha il grande merito di schiaffeggiare l'opulenta civiltà occidentale con i suoi libri, il merito di imporci almeno la memoria, di obbligarci alla riflessione e in più non si abbandona a recriminare sulle responsabilità di tutti quelli che non hanno saputo o voluto opporsi a ciò che stava accadendo: descrive, dice, testimonia e basta.
Il gesto d'amore finale è prima di tutto un gesto di speranza, la speranza che domani ci si possa inventare un passato migliore per fare in modo che il futuro lo sia, che l'innocente non paghi più per le colpe di altri, che non ci si debba più chiedere, oggi come ieri se chi ha vissuto certe esperienze sia ancora un uomo.


Come se io non ci fossi di Slavenka Drakulic
Titolo originale: Kao de ma nema

Traduzione di Maria Rita Leto
Pag. 232, Lire 25.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86326-2



Le prime righe

Stoccolma, ospedale Karolinska
27 marzo 1993


Il bambino è sdraiato nudo sul suo lettino. Se ne sta tutto tranquillo con le braccia e le gambe spalancate, come se si arrendesse.
S. vede i suoi ditini con vere, piccole unghie. Il bambino ha la testa girata di lato. Dorme e nel sonno biascica con le minuscole labbra e muove rapidamente gli occhi sotto le palpebre trasparenti. Ha le ciglia lunghe, scure. I capelli neri e folti gli stanno appiccicati per il sudore. Ha un respiro profondo, ritmico. Col respiro il pancino si solleva e si abbassa, su e giù, su e giù. Sull'avanzo di cordone ombelicale tremola un pezzetto di garza. Ha la pelle secca e rosea, intorno alle ginocchia e sulle pieghe del collo è quasi violacea. I piedini stanno ritti, immobili.
Se lo guarda di lato, S. ha l'impressione che sia morto e allora distoglie rapidamente lo sguardo.
Quello dovrebbe essere suo figlio. Lo ha partorito il pomeriggio, nell'ospedale Karolinska di Stoccolma. Ma per lei è solo un essere senza nome che le è venuto fuori dopo nove mesi. Nient'altro li lega. A questo pensiero S. si sente sollevata. È libera. Insieme a questo bambino, dal suo corpo è scivolato via tutto il suo passato. Le sembra di essere leggera e di potersi alzare e uscire in quello stesso momento.

S. non è sola nella stanza. Nell'altro letto c'è May. Si volta verso di lei e le dice: "Mi chiamo May". S. non risponde niente. May sta allattando il suo bambino. Ha un enorme seno bianco e, mentre gli caccia il capezzolo in bocca, sembra che lo stia soffocando. Il bambino di tanto in tanto si scosta dalla poppa, agita con rabbia le braccine e fa smorfie. May allora se lo appoggia sulle spalle, sorride e guarda S. Lei non ricambia il sorriso. Sta pensando a quanto la sua vita sia comunque una cosa del tutto diversa. May si trova nella sua patria. S. viene dalla Bosnia, il che è come essere senza una patria. La bambina di May è una femmina, ha già un nome. Si chiama Britt. Di certo ha anche un padre, del quale si conoscono il nome e il cognome, la professione, il colore degli occhi , le abitudini. Quella bambina ha tutto: madre, padre, paese, sicurezza. Il corpicino che S. ha partorito non ha niente di tutto questo.

© 2000, RCS Libri


L'autrice
Slavenka Drakulic croata, è giornalista e scrittrice. Ha pubblicato testi saggistici sugli eventi bellici nella ex Jugoslavia e sul crollo dei regimi socialisti, tutti tradotti in italiano. Tra questi: Caffè Europa, Balkan Express, Pelle di marmo, Il gusto di un uomo.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




7 aprile 2000