Romolo Bugaro
Il venditore di libri usati di fantascienza

"Sfiorandolo, non poté impedirsi di pensare che la serenità consentita da quella vicinanza avrebbe potuto essere con loro già da molto tempo, se solo fossero riusciti a cercarla senza sviarsi"


La malinconia è la nota dominante di questo romanzo, unitamente all'amarezza, alla delusione di chi, forse distratto, forse incapace, capisce, a un certo punto della sua vita, di avere perso per sempre il figlio dopo aver visto fallire il matrimonio.
Tutte le forme di "confusione" di questa Italia di fine millennio sono qui contemplate: la frustrazione nel lavoro; la fuga verso misticismi ambigui; la mancanza, per i giovani, di referenti sicuri, vista l'assenza della scuola che punisce ed esclude i casi più difficili; la droga e la piccola criminalità che ad essa è collegata; il carcere come luogo di disperazione soprattutto per chi giovanissimo ha sbagliato e ora si sente cambiato, diverso da quel ragazzino colpevole di piccoli reati.
Il narratore è il libraio (che dà il titolo al romanzo), ed è anch'esso un personaggio, di sé infatti presenta brevemente la storia familiare e il suo essere approdato alla libreria quasi senza sceglierlo, ma come tributo d'affetto al fratello, morto precocemente, che tanto di sé aveva investito in quel lavoro. Il protagonista di cui raccontano le vicende è un cliente della libreria, appassionato di fantascienza che è entrato, col tempo, in rapporto più personale con chi gli procura l'unico divertimento che ancora si concede e con cui si può fermare a chiacchierare a parlare di sé e delle sue sventure.
La vita di quest'uomo ci viene così narrata dal "venditore di libri usati di fantascienza" con la sensibilità di chi ha esperienza degli uomini e delle loro infelicità. Centrale è il rapporto tra padre e figlio: un rapporto inesistente per lunghi anni. La madre, di certo insoddisfatta della sua vita piccolo borghese, isolata e ripetitiva, getta in crisi il proprio matrimonio, travolta dal fascino di una setta mistica. Se ne va in un luogo di meditazione abbandonando marito e figlio. Il marito è incapace di reagire con adeguata energia alla situazione, soprattutto per quanto riguarda l'educazione del figlio che, crescendo senza che il padre sappia vederne le difficoltà, lascia la scuola e dopo poco, anche la casa.
Il ragazzo, come capita soprattutto nelle metropoli, entra in un giro di amicizie discutibili che lo inizia alla droga e, di conseguenza, al piccolo spaccio e a vari furtarelli. Gli anni passano, il ragazzo comincia ad organizzare la propria vita in modo autonomo, il padre stesso trova un'altra donna da amare e si risposa, i rapporti tra i due riprendono e sembra possibile per tutti una nuova stagione. Ma i conti col passato si devono sempre pagare e purtroppo non ci si può illudere di cancellare, in un solo momento, anni di distanza fisica e psicologica.
Bugaro traccia, in questo romanzo, un quadro desolato dei rapporti umani, della solitudine, dell'angoscia esistenziale dietro l'apparente normalità di una vita qualsiasi. Interessante è il "punto di vista" che l'autore ha scelto: una libreria come osservatorio sul mondo, luogo di passaggio e di confidenze, dove si cerca evasione e un briciolo di serenità.


Il venditore di libri usati di fantascienza di Romolo Bugaro
Pag. 192, Lire 26.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86308-4



Le prime righe

I


Mia figlia arrivò a piedi, davanti alla discoteca Indianapolis, verso la mezzanotte. Venti minuti prima, era ancora in casa che si sforzava di leggere Keats per l'esame d'inglese alla scuola interpreti. Ma non riusciva a concentrarsi, e ascoltare musica rock dal mangianastri non l'aveva aiutata.
Davanti all'Indianapolis trovò le solite pattuglie di universitari scocciati in preda all'eccitazione. Dovette aspettare del tempo, prima che il signore giamaicano all'ingresso le desse il via libera per entrare.
Il locale traboccava di gente, come tutti i venerdì notte, e i capelli decolorati in modo aggressivo e le mosse da giaguari erano la tendenza del momento. Forse non per i giovani incazzati dei centri sociali, né per gli alternativi di buona famiglia in cappotti lunghi fino ai piedi che parevano aggiornamenti di torve divise della Wermacht. Ma quelli, per fortuna, erano solo una minoranza.
Mia figlia decise di fare un giretto e vedere se c'era qualcuno che conosceva. La musica le parve buonissima, e anche le luci andavano bene, ma per un po' non vide nessuno.
Le sue difficoltà cominciarono quando comparve Andrea. Il cattivo Andrea, che pochi anni prima, da ragazzi, le aveva fatto scoprire la voce predestinata al peggio del cantante Ian Curtis, e il Nuovo Mondo e la sua atmosfera di posto in stato d'assedio, il sotterraneo dove i sedicenti eredi dei ribelli d'Odessa s'incontravano, trascorsi novant'anni dall'insurrezione, per bere liquori dai nomi impossibili. Mia figlia ne ricordava uno chiamato Pelinkovaz, e, lì per lì, non l'aveva nemmeno riconosciuto, Andrea - i nuovi capelli corti corti che avevano sostituito i riccioli da adolescente e le basette rade d'un tempo.
"Alessandra!" e già le buttava le braccia al collo e le sorrideva storto. "Lo sapevo che ti tornava voglia di uscire, prima o dopo!" Era in compagnia, il cattivo Andrea, e subito le presentò il tizio che aveva accanto. "Questo è il mio amico perbene Chicco" le disse, tirando indietro l'abbraccio per pizzicare una manica al tipo.

© 2000, RCS Libri


L'autore
Romolo Bugaro ha trentasette anni, vive e lavora a Padova. Scoperto da Pier Vittorio Tondelli, nel 1993 ha pubblicato la raccolta di racconti Indianapolis, attualmente riproposta, in un'edizione ampliata. Nel 1998 con il romanzo La buona e brava gente della nazione è stato finalista al Premio Campiello.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




31 marzo 2000