Janet Fitch
Oleandro bianco

"Prima non mi aveva mai chiesto nulla. Ma le lunghe giornate monotone l'avevano riportata a me, a ricordarsi che aveva una figlia depositata da qualche parte."


Il libro ha al centro della narrazione un argomento di grande attualità: l'affido. Ma oltre a questo, e forse ancor più di questo, si parla del rapporto tra una figlia e una madre, del tutto condizionato da un dramma iniziale. La ragazza (all'inizio della storia è solo una bambina) nutre nei confronti della madre, bella, colta, affascinante e nota poetessa, un'ammirazione assoluta, ma non ha da parte sua molte attenzioni, mai le è sembrato di suscitare in lei un vero interesse, un vero amore. Osserva la bellezza della madre, il suo potere sugli uomini, i suoi discorsi intelligenti, le sue rabbie improvvise, e la conosce nell'egoismo che la domina e che però, per lei bambina, è l'equivalente del fascino e della bellezza. Però anche questa donna, che apparentemente è una dominatrice, subisce l'umiliazione del tradimento e dell'abbandono e non la tollera. Il desiderio di vendetta diventa un pensiero fisso, quasi una ragione di vita e lo strumento per attuarla è macchinoso e inconsueto: un velenosissimo infuso di oleandro. Ma il suo piano non prevedeva la punizione e il carcere che invece, pochi giorni dopo il delitto, dovrà affrontare. Così come la piccola Astrid dovrà conoscere la solitudine e l'abbandono. Inizia infatti una serie di affidi che, con l'unico sostegno di un'assistente sociale non particolarmente motivata, si tramutano spesso in dolore, in tormento, in umiliazione. La bambina si trasforma in ragazza, gli uomini iniziano a desiderarla e anche lei crede di trovare amore, quell'amore che non ha mai avuto dalla madre, in chi in realtà sfrutta la sua ingenua disponibilità. Verrà ferita per gelosia dalla moglie dell'uomo che l'ha sedotta (la coppia a cui era stata data in affido), rischierà la morte e passerà sotto la "protezione" di altri. Nel frattempo il suo rapporto con la madre assume maggiore spessore: inizia un contatto epistolare, la donna si accorge di lei, cerca (in modo molto superficiale) di metterla in guardia e di proteggerla. Ma non sembra saper accettare le delusioni che quella ragazza, sola e traumatizzata, le procura: vorrebbe una figlia perfetta, da manuale, di cui andare fiera. Nel passare degli anni anche Astrid però evolve, osserva la madre con sguardo diverso, meno cieco, più adulto, ne vede tutta la crudele superficialità, la vede assassina e non vittima. E cerca una strada che, senza cancellare il passato, le permetta un percorso autonomo, la faccia sentire libera e, forse, serena.
Un romanzo denso di emozioni e di sentimenti forti, che tocca di certo la sensibilità dei lettori, anche perché il tema della violenza sui minori, del rapporto tra genitori e figli, il tema del carcere e dell'affido riempie negli ultimi anni le pagine di cronaca giornalistica e coinvolge le coscienze di tutti.


Oleandro bianco di Janet Fitch
Titolo originale: White Oleander

Traduzione di Monica Pavani
Pag. 416, Lire 32.000 - Edizioni Il Saggiatore (Scritture n.78)
ISBN 88-428-0835-0



Le prime righe

1


I Santa Ana soffiavano portando il caldo del deserto, facendo avvizzire l'ultima erba primaverile in ciuffi di paglia chiara. Solo gli oleandri erano rigogliosi, i soffici fiori velenosi, le foglie verdi simili a pugnali. Io e mia madre non riuscivamo a dormire nelle notti calde e asciutte. Mi svegliai a mezzanotte e trovai il suo letto vuoto. Mi arrampicai sul tetto e mi fu facile distinguere la sua chioma bionda; pareva una fiamma bianca alla luce della luna a tre quarti.
"Tempo di oleandri" disse. "Gli amanti che si uccidono adesso daranno la colpa al vento." Sollevò in alto la grande mano e spalancò le dita, lasciandosele lambire dall'aria secca del deserto. Mia madre non era più in sé quando arrivarono i Santa Ana. Avevo dodici anni e avevo paura per lei. Speravo che le cose potessero tornare come prima, che Barry fosse ancora qui, che il vento si placasse.
"Dovresti dormire un po'" le suggerii.
"Non dormo mai" rispose.
Mi sedetti vicino a lei e guardammo la città pulsare e scintillare come un chip di computer sepolto negli antri di una macchina inaccessibile, che custodiva il suo segreto come un giocatore di poker. Una folata di vento aprì l'orlo del suo kimono bianco e io le vidi i seni, bassi e pieni. La sua bellezza era come la lama di un coltello molto affilato.
Appoggiai la testa sulla sua gamba. Mia madre profumava di violette. "Noi siamo i bastoni" disse. "Lottiamo per la bellezza e l'armonia, perché il sensuale abbia la meglio sul sentimentale."
"I bastoni" ripetei. Volevo farle sapere che stavo ascoltando. Il nostro seme dei tarocchi, i bastoni. La mamma disponeva sempre le carte davanti a me, spiegandomi le caratteristiche dei semi: bastoni e denari, coppe e spade; ma aveva smesso di leggerle. Non voleva più prevedere il futuro.
"Abbiamo preso il nostro colorito dagli antichi scandinavi" disse. "Selvaggi dai lunghi capelli che squartavano i loro dèi e ne appendevano le carni agli alberi. Siamo il popolo che ha saccheggiato Roma. Devi temere solo l'indebolimento della vecchiaia e di morire nel tuo letto. Non dimenticare chi sei."

© 2000, Il Saggiatore


L'autrice
Janet Fitch vive a Los Angeles. I suoi racconti sono stati pubblicati su diverse riviste, tra cui A Room of One's Own, Black Warrior Review e Rain City Review. Oleandro bianco, il suo primo romanzo, ha venduto negli Stati Uniti un milione di copie.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




3 marzo 2000