Fabrizia Ramondino
Passaggio a Trieste

"Sono stata in vari centri di salute mentale ispirati all'esperienza di Franco Basaglia, ma in nessuno di essi ho trovato un arredamento che corrispondesse ai criteri di accoglienza e convivenza da lui propugnati, come invece nel Centro Donna. Qui tutto è così naturalmente piacevole che, a un primo sguardo, non registri neanche perché."


Raccontare il dramma dell'esperienza manicomiale in modo "leggero" non è semplice. Perché non è possibile evitare di porre l'accento su tutte le terribili prove fisiche e morali che questa esperienza comporta e perché non sarebbe giusto trascurare gli aspetti negativi di un percorso che si rivela tutto in salita. Nel ventennale della legge 180, la celebre legge Basaglia, che ha stabilito la chiusura degli ospedali psichiatrici, Fabrizia Ramondino ha trascorso due periodi piuttosto lunghi in un centro di salute mentale di Trieste, il Centro Donna. Qui si è formata, sotto la guida di psichiatri e assistenti, una piccola comunità di donne che, con vicende alterne, hanno stabilito un equilibrio, rapporti interpersonali molto importanti, hanno riacquistato la capacità di comunicare o, per lo meno, di rapportarsi in qualche modo con gli altri. Raccontare la positività di una permanenza in un centro di salute mentale come quello triestino del Centro Donna (dove l'essere umano è trattato con rispetto qualunque sia la sua condizione psicologia e fisica) è stata forse per Fabrizia Ramondino una sfida. Non è un romanzo, è un'esperienza di vita scritta con grande semplicità formale, ma con una complessa struttura narrativa. L'intrecciarsi di tante esistenze drammatiche è impressionante. Ognuna di esse non solo ci sfiora, ma ci attraversa nell'animo, perché l'autrice ci obbliga a soffermarci, a riflettere, a capire il dramma di ognuno e a parteciparvi direttamente. Nomi di donna si susseguono nel racconto: Maria Lourdes, Allegra, Graziella, Costanza, Maria Antonia, Wilma, Giustina... non si possono elencare tutte. C'è chi fuma continuamente, chi parla senza sosta, chi invece vive nel silenzio. Alcune hanno una famiglia e dei figli, altre sono sole. Emma ha tentato il suicidio, Maria Lourdes cerca continuamente qualcuno che le offra una sigaretta, Maria cerca di vedere suo figlio, in affidamento a una famiglia di Mestre: tutte a modo loro chiedono aiuto, cercano comprensione e affetto, per ricominciare a vivere. È un'esperienza intensa e coraggiosa quella che l'autrice ha fatto, coinvolgendo se stessa in modo totale. E lei stessa così descrive il suo lavoro: "Ho raccontato delle donne di via Gambini, non come un'osservatrice distaccata, ma mettendo in gioco me stessa, denudandomi fin dove mi è riuscito, esponendomi a emozioni e sollecitazioni intellettuali, che spesso hanno minato i miei già fragili equilibri. Né avrei saputo fare altrimenti."


Passaggio a Trieste di Fabrizia Ramondino
Pag. 311, Lire 30.000 - Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN 88-06-15391-9



Le prime righe



In principio la mia Trieste fu una città tutta al maschile - e intellettuale: a essa erano associati il fosco assassinio di Winckelmann; la mia scoperta giovanile di Rilke, al quale sempre sono rimasta fedele; quella più tardiva di Svevo (come si sa, e forse per sua fortuna, ignorato a scuola); la psicoanalisi via dottor Weiss; il passaggio alla Berlitz School di Joyce e la sua amicizia con il caprese Ettore Settanni, che lo aiutò poi, a Parigi, a tradurre in italiano il primo capitolo dell'intraducibile Finnegans Wake; il dolce stile novecentesco di Saba - a proposito del quale provocatoriamente Elsa Morante chiedeva agli amici: "A chi avreste assegnato il Nobel, a lui o a Montale?"; l'eminenza grigia delle lettere Bobi Bazlen; la nuova psichiatria di Franco Basaglia; la poesia dell'"ermetico" Cergoly.
Il senso della Storia mi fu trasmesso, in forma di aforisma, da uno zio napoletano, fine letterato, filosofo anticrociano di ispirazione bergsoniana, traduttore in rima di tutti i sonetti di Shakespeare - sulle orme di Stefan George e di Valery Larbaud. Lo zio era un antifascista che a metà degli anni Trenta rifiutò la città per andare a fare il solitario e disdegnoso signorotto di campagna in un paesino della penisola sorrentina, dove, seppure persona tremebonda, nascose una volta un ebreo tedesco. Da lì si allontanava solo ogni tanto, a volte a piedi, per frequentare il circolo di cospiratori antifascisti di Villa Benzoni a Capo di Sorrento - dove, dopo la Liberazione, fu ospitato fino alla morte Gaetano Salvemini, e da dove erano passati anche, prima di lui, tra gli altri, Gide dopo il suo ritorno sdegnato dall'Urss e il geniale matematico napoletano Renato Caccioppoli, che invece fino al '56 all'Urss aveva ammiccato, e col quale, perciò, mio zio aveva diradato i rapporti e poi rotto la giovanile amicizia.
Dunque: usava lo zio, al risveglio, affacciarsi alla loggia e con un festoso battito di mani significare alla cuoca, regina del mondo sotterraneo dei servi, che lui era pronto per la prima colazione - tè all'inglese, pane abbrustolito, burro, marmellata di arance. Un giorno, mostrandomi le foto della prima guerra mondiale, cui aveva partecipato suo malgrado e nel corso della quale era diventata pacifista, esclamò indignato: "Che follia la guerra! - e aggiunse, con la stessa indignazione: - È come se qualcuno, svegliandosi al mattino, invece di chiedere la prima colazione, ordinasse: 'Voglio Trento e Trieste!'"

© 2000, Giulio Einaudi


L'autrice
Fabrizia Ramondino è nata a Napoli nel 1936. Da Einaudi ha pubblicato i romanzi Althénopis, Un giorno e mezzo e L'isola riflessa, i volumi di racconti Storie di patio, In viaggio e Dadapolis. Con Andrea Friedrich ha scritto Caleidoscopio napoletano.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




3 marzo 2000