Roddy Doyle
Una stella di nome Henry

"Invasi Dublino. M'intrufolai sotto le ruote e tra i cavalli, nelle pozzanghere, in mezzo ai venditori ambulanti, lo sterco e i carrettieri, tra il rumore e la fuliggine, coi piedi nudi che diventarono duri come la pietra che calpestavo."


Eccoci subito risucchiati nell'Irlanda più povera, più sfortunata, nella società degli emarginati, degli infelici. Doyle, autore ormai molto conosciuto anche in Italia, descrive con grande capacità questo universo di esclusi, di umili d'inizio secolo. Circondati dalla miseria, dalla sporcizia e dall'ignoranza entriamo nella casa di Henry Smart e lo troviamo neonato e bambino con la mamma, una donna ancora molto giovane ma consumata dai parti e dalle troppe morti dei figli, con la nonna, appena quarantenne ma esaurita da un'esistenza faticosissima, con il padre, un uomo senza una gamba che si arrabatta in lavori di fortuna, tra cui il buttafuori in un bordello. È subito chiaro che in un simile contesto la prima giovinezza di Henry non potrà essere felice e neppure "normale". Anche dal punto di vista affettivo, Henry è ossessionato dalla presenza dei fratelli morti, che la madre ricerca ad uno ad uno nel cielo stellato: la stella di nome Henry, come il primo figlio battezzato così e, naturalmente, scomparso, viene continuamente additata dalla madre con rimpianto e "perseguiterà" il protagonista per tutta la vita. Da bambino poco felice, abbandonato a se stesso e lasciato libero nelle strade dei bassifondi di Dublino ad adolescente ribelle e indomabile il passo è breve e lo porta, appena quindicenne, a essere uno dei protagonisti del Lunedì di Pasqua del 1916, inizio di un periodo drammatico che sfocerà nella rivolta del 1919-1921. Henry è coinvolto direttamente in moltissimi omicidi, trascinato dalla speranza in una Irlanda diversa, libera e indipendente, fiera. Nel caotico e drammatico turbine di quegli anni, conosce anche il sesso e si innamora, come ogni adolescente. Ma anche in questo caso la sua esperienza è più cruda, intensa e forte rispetto a chi ha potuto crescere lentamente, rispettando i tempi della vita. Dopo l'iniziale sconfitta della prima iniziativa disorganizzata, Henry si aggrega ai capi del neonato movimento dell'Ira e gira il paese in bicicletta, seminando morte e distruzione con bombe rudimentali e con un'arma insolita ma micidiale: la gamba di legno del padre, morto nel frattempo. Ma poi scoprirà che, raggiunta l'indipendenza, il potere politico non sarà così diverso da quello precedente e, anzi, vorrà liberarsi di quei pericolosi terroristi, così utili prima e così compromettenti ora. Henry è costretto a fuggire negli Stati Uniti. Ma non lo seguiremo in questa parte della vita. Il romanzo si ferma ai vent'anni del protagonista, vent'anni lunghissimi e densi di eventi, ma sempre vent'anni.


Una stella di nome Henry di Roddy Doyle
Titolo originale dell'opera: A Star Called Hanry

Traduzione di Giuliana Zeuli
Pag. 430, Lire 28.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-181-5



Le prime righe

PARTE PRIMA

1


Mia madre alzò gli occhi a guardare le stelle. Ce n'erano tante lassù. Le tremava leggermente la mano mentre ne sceglieva una. Puntò un dito.
"Eccolo là il mio piccolo Henry. Guarda, è lassù."
Io guardai; ero l'altro suo piccolo Henry, seduto accanto a lei sul gradino. Guardai verso l'alto e lo odiai. Lei mi stringeva a sé, ma guardava il suo bambino che scintillava lassù. Povero me, là accanto a lei, pallido e con gli occhi arrossati, un ammasso di croste e pustole. Con lo stomaco che urlava perché voleva essere riempito e i piedi nudi che mi facevano male come quelli di un vecchio. Io, l'improbabile sostituto del piccolo Henry, troppo buono per questo mondo, l'Henry che Dio aveva voluto per sé. Povero me.
E povera mamma. Seduta su quello scalino, e su tanti altri scalini sgretolati, aveva visto tutti i suoi bambini andare a raggiungere Henry. La piccola Gracie, Lil, Victor, un altro piccolo Victor. Sono quelli che mi ricordo. Ce n'erano stati degli altri, e poi quelli morti prematuri, che erano andati al Limbo; arrivavano e se ne andavano prima ancora che gli venisse dato un nome. Dio se li era presi tutti. Gli servivano tutti lassù, per illuminare la notte. Gliene aveva lasciati tanti però. Quelli brutti, chiassosi, quelli che Lui non voleva per sé: quelli che non avevano mai abbastanza da mangiare.
Povera mamma. Là seduta a guardare il piccolo Henry che luccicava, non poteva avere molto più di vent'anni ma era già vecchia, già in decomposizione, completamente distrutta, buona ancora per qualche altro figlio e basta. Povera mamma.
Sua madre era una vecchia strega rinsecchita, ma probabilmente non aveva ancora quarant'anni. Mi punzecchiava con un dito, come se volesse controllare che ero là.
"Come sei grande" mi diceva.
Mi accusava, mi pesava, come se stesse pensando di riportare indietro un pezzo di me. Sempre avvolta nel suo scialle nero, e con addosso un eterno odore di aringhe e carne putrida; era il suo sudore. E sempre con un libro sotto lo scialle: le opere complete di Shakespeare o qualche cosa di Tolstoj. Si chiamava Nash, ma non so come si chiamasse prima di sposarsi con suo marito, che era morto. Non aveva un nome di battesimo, o almeno io non l'avevo mai sentito. Era sempre stata la nonna Nash. Non so da dove venisse; non mi ricordo di nessun accento. Avvolta nel suo scialle nero intriso di sudore, sembrava uscita da chissà quale secolo passato.

© 2000, Ugo Guanda Editore


L'autore
Roddy Doyle è nato a Dublino nel 1958. Il suo primo romanzo è The Commitments, da cui è stato tratto un film di Alan Parker. Hanno fatto seguito Bella famiglia! (The Snapper), da cui il film di Stephen Frears, Due sulla strada (The Van), anch'esso un film di Stephen Frears, Paddy Clarke ah ah ah! e La donna che sbatteva nelle porte.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




18 febbraio 2000