Rosetta Loy
La porta dell'acqua

"Lei, lei che mentre leggeva bionda e composta contro i piccoli riquadri della finestra aveva cantilenato in toni alterni di finta allegria e finto dolore la breve e infame storia mentre le labbra piene, umide di saliva, si erano compiaciute della morale: non giocate, non giocate bambini con i fiammiferi!"


La nota posta al termine del volume dall'autrice, dovrebbe forse essere posta in apertura, proprio perché permette di leggere, o meglio di scorgere, nel breve romanzo autobiografico, quella consapevolezza e quell'equilibrio narrativo che forse mancavano alla prima edizione del 1976. Riscrivere di sé, parlare della propria infanzia, dei primi sentimenti forti, dei primi confronti col mondo esterno, delle prime angosce e dei primi lutti, appare una costante della produzione della Loy che, attraverso la descrizione della propria "formazione", riesce a costruire riflessioni universali.
Se ne La parola ebreo, partendo da episodi che peraltro sono presenti anche ne La porta dell'acqua, l'autrice affronta in modo documentato il tema dell'antisemitismo in Italia, e in Cioccolata da Hanselmann è la giovinezza agiata, i luoghi della memoria, gli incontri importanti di quell'età e la dolorosa presa di coscienza della maturità a dominare, qui è l'infanzia e i più lontani, indelebili ricordi che in questa si sono sedimentati, al centro della narrazione.
L'incontro con l'amore, un amore assoluto come solo una bambina può provare, nella figura della governante tedesca, la rabbia della perdita e le grandi paure che le fiabe sanno provocare, il confronto inconsapevole tra la propria vita e quella della servitù e, quasi di sfuggita (ma ricorrente nel pensiero) la strana realtà ebraica, taciuta dagli adulti, vistosa nella stella gialla cucita sui loro vestiti.
L'armonia e la fluidità narrativa sono certo una prerogativa di questa autrice, riservata ed elegante nella vita privata come nello stile letterario. Testimone attenta delle drammatiche vicende di anni cruciali della storia nazionale, vissute da un osservatorio privilegiato, da bambina e quindi da ragazza della buona borghesia, Rosetta Loy dovrebbe essere un'autrice molto più letta dalle giovani generazioni che potrebbero trarne non solo una lezione linguistica e letteraria, ma anche riflessioni e sollecitazioni culturali più ampie.


La porta dell'acqua di Rosetta Loy
Pag. 104, Lire 22.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86309-2



Le prime righe

I


Lo stridio del tram che abbordava la curva apriva una prima fessura sul giorno. Il tram gracidava a lungo, agonizzante, lo strazio delle rotaie si ripercuoteva tra i vetri chiusi negli scuri laccati di bianco. Poi il tram si perdeva caracollando lungo via Flaminia e la maniglia della finestra bruna e ovale restava come un grosso insetto aggrappato a quella linea verticale di luce.
Una maniglia che tante volte stringevo in pugno con indifferenza, insignificante maniglia. Ma da lì e solo da lì si dipartiva la materia che non trovava riscontro in nessuna realtà. Potevo solo aspettarla e favorirla in una immobile concentrazione; e solo nel primo barlume solitario del mattino mi veniva accordata, quando lo sbattere di una porta, una voce o dei passi lungo il corridoio, erano dei rumori inafferrabili quasi io vivessi ancora una vita diversa. Una materia tenera e felice che lievitava senza fatica. La vedevo e la sentivo a occhi chiusi in una unica sensazione: asciutta come il mercurio, ma morbida, aderente. Lei immensa io piccola, lei senza peso. Avanzava verso di me in un crescendo che aveva del sublime. Mi copriva, mi inglobava senza lasciare vuoti o spiragli.
Era una felicità senza concessioni. Ma un gioco difficile, da non tentare troppo spesso. Bastava un'inezia, sbattere gli occhi, grattarsi, e subito spariva risucchiata nel nulla. Tentavo allora di ricreare la situazione iniziale e stavo immobile, le bacchette di ottone del letto che luccicavano appena. Ma la sua appartenenza al piano dell'assoluto, la stessa che mi dava la felicità, non me la concedeva due volte. Era l'occasione perduta, la moglie di Lot che si voltava e diventava una statua di sale.
Restavo allora inerte sul materasso, le coperte disfatte dal sonno, e nello specchio sopra al comò comparivano riflesse le bambole che pencolavano giù le teste arruffate e spettrali. Dal piccolo rosone di stucco pendeva il lume dove si profilava il bambino a cavalcioni del cavallo a dondolo. Il braccio tozzo levava alta la frusta e la mano pallida e bolsa esprimeva una prepotenza crudele mentre il cavallo abbassava la testa, gli occhi folli, la pera della lampadina che sbucava dalla coda di legno.

© 2000, RCS Libri


L'autrice
Rosetta Loy ha scritto i romanzi La bicicletta, L'estate di Letuqueé, Le strade di polvere (Premio Campiello e Premio Viareggio), Sogni d'inverno, Cioccolata da Hanselmann. E la raccolta di racconti All'insaputa della notte. Nel 1997 ha pubblicato La parola ebreo. I suoi libri sono tradotti in numerosi paesi.


A cura di Grazia Casagrande
e di Giulia Mozzato




18 febbraio 2000