Luigi Baldacci
Novecento passato remoto
Pagine di critica militante

“Al di là della ‘forza normativa della letteratura’ dovrebbe giovare alla scuola anche l’umile abitudine d’interrogare la lingua: nel senso che solo attraverso un’opera di decodificazione organica e globale si arriverà a fare di un mondo sommerso un mondo emerso e significante.”


Un critico letterario non è evidentemente uno storico della letteratura, ma la sua produzione, che si è sviluppata in un ampio arco di anni, sa fornire una sintesi, un buon punto di vista sulla letteratura dell’epoca presa in esame. E questo offre il volume di Luigi Baldacci, da poco pubblicato dalla Rizzoli. Per sua esplicita dichiarazione, nessuno degli scritti qui presenti è già apparso in opere precedenti (questa scelta fa onore al suo autore), ma si danno praticamente per conosciuti i riferimenti alla produzione anteriore, alle posizioni critiche già affermate, alla “militanza” e al suo gusto.
Idee generali e persone: queste le due sezioni in cui l’opera è suddivisa, di cui la prima è il necessario presupposto per inquadrare e collocare in modo corretto la seconda. Gli originali interventi critici, il rovesciamento anche di alcuni criteri di giudizio, la valutazione spesso “fuori schema” di alcuni scrittori, dà al volume (così come è già avvenuto per le opere precedenti) un particolare spirito combattivo, militante appunto, che prescinde dalle tradizionali categorie, siano queste ideologiche e politiche o letterarie. Si vuole ritornare prima di tutto al testo, alla pagina, (l’autore invita a riprendere un serio studio della lingua), senza cadere nei tranelli dell’ideologia e nelle forzature di tante scuole critiche. Letteratura come seminatrice di sospetti, che senza fornire interpretazioni della realtà crea però punti di vista, dubbi, e qualche mezzo in più per orientarsi nel mondo.
Il quadro generale della letteratura italiana di questo secolo appare denunciare un certo provincialismo, non esente da picchi di grandezze e di valore.
Baldacci rivendica a sé anche certi giudizi critici che, dopo vent’anni, sono entrati nel “sentire comune”, così come il legame che collega l’opera di Calvino a Bontempelli o certa sopravvalutazione della produzione di Borges o di Montale.
Manca alla letteratura italiana di questo secolo la “durata”, il saper sopravvivere alle mode culturali (molti gli esempi citati di scrittori amatissimi da una generazione e rapidamente ricollocati tra i minori): forse il solo Pasolini trascende la sua generazione, e la sua morte tragica lo ha probabilmente traghettato ad una fama più duratura.
La serietà, e la assoluta mancanza di supponenza, fanno di quest’opera, ricca di carattere, un importante passaggio nella critica letteraria nazionale. Baldacci non è un personaggio “facile” o “malleabile” e le sue posizioni, spesso scomode e non tutte completamente condivisibili, diventano un serio strumento di lavoro per chiunque, studioso o studente voglia accostarsi alla letteratura italiana senza schemi precostituiti o preconcetti.


Novecento passato remoto. Pagine di critica militante di Luigi Baldacci
Pag. 151, Lire 36.000 – Edizioni Rizzoli (Piccola Biblioteca La Scala)
ISBN 88-17-86310-6



Le prime righe

I.
Nord e Sud


Non vorremmo certo rimproverare alla Lega di aver tenuto scarso conto, nella propria strategia, della letteratura meridionale, e dei suoi valori ideologici, a partire dall’Unità d’Italia. Sarebbe una pretesa davvero bislacca. Ci chiediamo piuttosto se la letteratura del Nord (lombarda e piemontese) non abbia contribuito, con la sua visione bonaria e ottimistica della realtà, a sbarrare la strada a una visione opposta, dura, fortemente critica nei confronti dello Stato unitario. Ci riferiamo, insomma, per i settentrionali, a tutti coloro in cui resisté la poetica della figurina e del bozzetto e, al tempo stesso, la fedeltà a un modello manzoniano mal tradotto e irrigidito, che faceva del romanzo un genere misto di serio e di faceto, di moralità e di affabilità.
Quel manzonismo banalizzato finiva per funzionare come una garanzia di conservazione, ma dal momento che il positivismo aveva invaso il campo e non era più lecito affidarsi a una speranza celeste, la questione si riduceva all’elevazione del popolo secondo un decalogo laico. Niente riforme, per carità; ciascuno aveva il compito di riformare se stesso con la forza delle braccia e l’intelligenza sana. La lotta per la vita non avrebbe portato a una selezione, ma, contrariamente a quanto accadeva in Verga, tutti potevano arrivare al traguardo.
Nella coscienza del Sud prevale invece la soluzione radicale di sostituire l’ottica tragica a quella comica. Chi li spingeva alla scelta? Certo è importante che il Sud non percepisse l’ipoteca ideologica del Manzoni. Importanti anche le condizioni sociali oggettive, ma decisiva dovette essere la sensazione che l’Unità non avesse risolto niente, anzi fosse una pietra tombale sulle attese. Gli altri, i nordisti, credevano che fosse un frutto da difendere e far crescere sull’albero.
Ma qui, tornando al pretesto leghista, gli antirisorgimentali sarebbero dunque, e sono, meridionali, e cioè Verga, De Roberto, Pirandello, Borgese fino al più ambiguo Lampedusa; gli inseriti sono invece i settentrionali. Questi contestano soltanto il sistema linguistico; gli altri, con I Malavoglia, I Viceré, I vecchi e i giovani, Rubè, mostrano quale disastro d’ingiustizia e di disfunzione fosse già allora l’Italia. Malversare oggi ed eliminare domani chi si rifiutava di marciare: l’episodio del soldatino “macellato” dal superiore in Rubè.
Con una precisazione da fare: quelli del Nord non sanno che la loro scrittura, separata e antinunitaria, li sta portando fuori dall’assetto costituzionale; quelli del Sud, anche se un giorno diventeranno nazionalisti, sono consapevoli della loro presa di posizione, politica e metafisica a un tempo, che li sospinge verso il muro del nulla, dato che perfino la tragedia si rivela del tutto insufficiente o superflua a interpretare la marmellata delle cose.

© 2000, RCS Libri


L'autore
Luigi Baldacci , la cui militanza ha segnato tutta la sua attività letteraria, è docente di Letteratura italiana all’Università di Firenze, e ha pubblicato numerosi volumi di testi e di critica. Tra questi: Lirici del Cinquecento, Poeti minori dell’Ottocento, Secondo Ottocento, Tutti i libretti di Verdi, Il petrarchismo italiano nel Cinquecento, Letteratura e verità, Le idee correnti, I critici italiani del Novecento, Tozzi moderno, Il male nell’ordine. Scritti Leopardiani.




James G. Ballard
Fine millennio: istruzioni per l’uso

“Sorprendentemente sembriamo aver voltato le spalle al futuro, per guardare nostalgicamente a un passato reinventato che la maggior parte di noi non è neppure riuscita a godersi quando si è presentato per la prima volta.”


Se uno scrittore di fantascienza parla del passato è inevitabile che susciti curiosità. Se poi il suo sguardo si posa su aspetti estremamente diversi della realtà e li sa fotografare con acutezza e humour, il divertimento nella lettura è assicurato. Tutto ciò è il motivo per cui questo Fine millennio: istruzioni per l’uso di James G. Ballard è una lettura da fare, divertente e interessante, brillante nello stile e ricca di spunti di riflessione su questo nostro tempo e le sue contraddittorie manifestazioni. La raccolta di articoli (scritti dall’autore dal 1962 al 1995 su varie testate) è organizzata in temi e non procede in ordine cronologico. Gli argomenti spaziano dallo spettacolo alla cronaca, dall’arte alla letteratura alla politica, ma non mancano numerose pagine di carattere autobiografico o più prettamente sociologico.
Film come l’ormai mitico Casablanca, il perfetto Incontri ravvicinati del terzo tipo o il più recente Velluto blu possono descrivere i miti, le paure del nostro tempo più di un saggio sull’argomento. L’immaginario collettivo che si è riconosciuto in certi personaggi (eroi virtuali, ma reali aspirazioni dell’uomo medio occidentale) ritrova nei brevi articoli di Ballard una brillante testimonianza. Personaggi pubblici come una imprevedibile Nancy Reagan, la cui vita privata non è nota al lettore italiano, o un Elvis Presley ormai distrutto dalla droga ma sempre mitico per l’autore, emergono nelle poche pagine loro dedicate con eccezionale vivacità. Di certo la letteratura è un buon specchio per un’epoca: Scott Fitzgerald, Henry Miller, Nathaniel West, e ancor più William Burroughs sono davvero l’America, il suo abisso e le sue glorie. Dall’Inghilterra (Ballard vive da anni in un villaggio tranquillo, a un’ora di treno da Londra), da un osservatorio posto nel cuore dell’Occidente, l’autore spazia oltre i luoghi e oltre il tempo. E, scrittore di fantascienza, ha saputo descrivere il presente anche attraverso la riflessione sul genere letterario da lui praticato; ma tutto ciò in modo ironico, divertente, leggero.


Fine millennio: istruzioni per l’uso di James G. Ballard
Titolo originale: A User’s Guide to the Millennium
Traduzione di Antonio Caronia
Pag. 423, Lire 32.000 – Edizioni Baldini & Castoldi (I Saggi n.148)
ISBN 88-8089-515-x


Le prime righe

Il dolce sapore dell’eccesso
Ian Hamilton, Writers in Hollywood
1915-1951


All’epoca del suo massimo splendore lo sceneggiatore hollywoodiano era una delle figure tragiche della nostra epoca, ed evocava quel particolare tormento che nasce dal piangersi addosso mentre si guadagna un mucchio di quattrini. La sua condizione è riassunta molto bene in Viale del tramonto, dove Joe Gillis pone termine a una sfortunata carriera a faccia in giù nella piscina che aveva sempre desiderato, invece di ammettere il proprio fallimento e far ritorno alla scrivania del piccolo giornale di Dayton, in Ohio.
Al giorno d’oggi, ovviamente, i suoi successori stanno distesi nelle loro piscine hollywoodiane a faccia in su, senza alcun brivido tragico, e i sostanziosi compensi che ricevono, spesso per copioni che non vengono mai realizzati, sarebbero sufficienti a comprare senza batter ciglio la maggior parte dei giornali di provincia. Ciò non toglie che il problema del ruolo dello sceneggiatore rimanga, soprattutto quando si pensi che il merito del successo continua a essere attribuito quasi interamente al regista. Quale parte ha in un film la sceneggiatura, quanto contribuisce all’opera cinematografica lo sceneggiatore, e lui merita davvero lo status che gli viene generalmente attribuito negli ambienti letterari? La difficile risposta a queste domande sta al centro delle deludenti carriere hollywoodiane di Chandler, Fitzgerald, Faulkner e Nathaniel West, figure nelle quali si è fissato per sempre il mito popolare dell’artista della parola sfruttato e umiliato da un’industria filistea.
Pur con qualche riserva, Ian Hamilton sembra accettare questo punto di vista, delineando la storia dello sceneggiatore a partire dall’era del muto, quando schiere di ex giornalisti venivano assoldate per abbozzare trame e buttar giù didascalie, fino alla nascita del sonoro, quando negli anni Trenta si reclutavano gli sceneggiatori in un ambiente letterario più forbito e autocompiaciuto: erano i romanzieri seri, i commediografi di Broadway e i begli spiriti dell’Algonquin, che guardavano dall’alto in basso la rozzezza dei film popolari, ma si rendevano conto che i pendii di Beverly Hills verdeggiavano più di dollari che di foglie. Tutti costoro, in varia misura, fecero l’errore di credere che il contributo creativo fondamentale a un film fosse proprio il loro.


© 1999, Baldini & Castoldi


L’autore
James G. Ballard è nato a Shangai nel 1930. Figlio di una ricca famiglia inglese, durante la seconda guerra mondiale viene internato con i familiari in un campo giapponese per prigionieri civili. Rientrato in Inghilterra nel 1946, per due anni si dedica allo studio della medicina, per poi provarsi in varie professioni e approdare quindi, definitivamente, alla letteratura. I suoi primi scritti (1957) lo hanno imposto all’attenzione del pubblico e della critica, facendone subito la figura guida della “new wave” britannica nel campo della fantascienza sperimentale. Tra le sue opere ricordiamo: L’impero del sole, Il giorno della creazione, Crash, La gentilezza delle donne, Il mondo sommerso, Foresta di cristallo. Cocaine Nights, Il paradiso del diavolo.
Ballard vive in un quartiere residenziale non lontano da Londra.




Chiara Forti
Le redazioni pericolose
Come fare la giornalista e vivere infelicemente

“Il vero giornalista affastella disordinatamente montagne di ritagli, giornali e libri, stratificandoli negli anni. È segno di dispregio per le regole, di creatività, di noia, di profondissimo snobismo esistenziale.”


Vita di redazione: quotidiana follia di una giornalista. Nelle pagine di questa autobiografia, del tutto singolare e un po’ “sopra le righe”, assistiamo alla graduale degenerazione di una insofferenza al lavoro e la riflessione, ironica, e spesso molto divertente, su quanto sia assolutamente demenziale il lavoro in una redazione di un giornale in epoca postmoderna.
“Il postmoderno nasce quando oggetto del dominio sulla forza-lavoro cessa di essere il ‘corpo’ e comincia a essere la ‘mente’. Quando cioè funzione fondamentale del processo produttivo per quanto concerne la forza lavoro è la subordinazione e l’omologazione della coscienza.” Ed è proprio questa richiesta subordinazione della mente (a cui però si chiede vivacità, rapidità, freschezza), che ha come ostacolo la “pretesa” della protagonista/narratrice di non sentirsi alienata, rotella ininfluente di un processo decisionale che non conosce, che non controlla e che utilizza il suo tempo e la sua testa in modo del tutto arbitrario.
Centro del potere è “la direttora” che, chiusa quasi sempre nel suo ufficio, compie incursioni in redazione di carattere puramente terroristico.
Ma oltre a lei esistono vari gradi di potere: capiredattori, capiservizio (ma quanti graduati!), tutti controllori dell’efficienza e della velocità d’esecuzione del povero redattore. Ormai il mobbing è una specie di malattia infettiva, serpeggia tra scrivanie sommerse da ritagli, su tastiere e schermi di computer da cui il giornalista non distacca mai gli occhi. Finiti i tempi delle corse “sul posto”: oggi tutto è scritto senza che ci si allontani mai dal proprio posto di lavoro. “In particolare la macchina informatica richiede una forza-lavoro mentale particolarmente subalterna e omogenea”: ogni mattina, davanti alla macchina del caffè, si sognano altri lidi, altri lavori, altra vita.. ma, a fine giornata, una passiva rassegnazione domina, vinto lo spirito indocile dalla stanchezza. Però una sera… Un grande grido esce, quasi inconsapevolmente, dalla gola della nostra redattrice esasperata, un grido che trova eco in una, due, dieci altre persone.
A sanare il dissenso è indetta una riunione di redazione. E questa “fiera delle emozioni” propone una divertente carrellata di personaggi: i sindacalizzati, i geni, i pigri, i disillusi, gli ottimisti.
E si potrebbe concludere con Adorno che ben descrive la realtà di tanta attività intellettuale contemporanea: “L’industria culturale non sublima, ma reprime e soffoca…”


Le redazioni pericolose di Chiara Forti
Prefazione di Alberto Leiss e Letizia Paolozzi
Pag. 91, Lire 12.000 – Edizioni DeriveApprodi (map n.1)
ISBN 88-87423-22-9


Le prime righe

Di notte sogno. La Finanza sta sotto la casa della direttora: illeciti con le note spese, bustarelle dagli inserzionisti, cos’altro immaginare? Ma è anche qui, in redazione, dappertutto. Un assembramento di macchine e poliziotti, scudi, caschi, sirene, luci lampeggianti, capi che camminano nervosi parlando dentro i walky-talky; sono qui. In quattro, decidiamo di licenziarci. Non possiamo sopportare questo ennesimo casino. Teresa è la prima a firmare la lettera di dimissioni. Noi tre abbiamo un brivido, un ripensamento dell’ultimo momento. Oddio, e poi senza un posto come si fa? Disgustoso, pieno di spifferi, perfino maleodorante, ma è un posto di lavoro… Teresa si incazza: “Stronze, prima mi fate firmare e poi vi tirate indietro?”. Firmiamo anche noi tre.

La mattina è il momento più difficile. Alzarsi per andare là, a passare l’ennesima giornata insulsa, completamente svuotata del valore più semplice e immediato che una giornata qualsiasi potrebbe avere, è davvero durissimo. Se poi è lunedì è allucinante. In questi anni ho collezionato mal di testa cronici, colite, gastrite, sinusite. Ci penso bene: “Laringiti? Sempre. Dolori reumatici? Quanto basta. Febbre sulle labbra? Spesso. Nausea, bolle in bocca, congiuntiviti, mal di denti? Sì, tutti”.
Ripasso l’elenco e mi preparo. Mi trucco, mi vesto, bevo il tè. Butto giù una pastiglia perché ho un’emicrania devastante. Do un’occhiata a un libretto di Paolo Virno sulla modernità dove si chiosa: “Nell’organizzazione postfordista, l’attività senza opera, da caso speciale e problematico, diventa il prototipo del lavoro salariato in generale”. E più avanti: “Che cosa altro significa lo slogan capitalistico della qualità totale se non la richiesta di mettere al lavoro tutto ciò che tradizionalmente esula dal lavoro e cioè la capacità comunicativa e il gusto per l’Azione?”. Appunto. Adesso sono pronta. Esco.

© 1999, DeriveApprodi





Victor Segalen
Le isole dei senza memoria

“Quando sono ritornato sulla terra di Tahiti, le ho dedicato Aroha-nui. Ma dove sono gli uomini che la popolano? [...] Dove sono gli uomini Maori? Non ne conosco più, hanno cambiato pelle.”


Chiunque abbia avuto tra le mani un testo di etnografia sa che uno dei messaggi lanciati con maggiore fervore e intensità dagli studiosi in questi ultimi decenni è la denuncia dei grandi mali che colonizzazione ed evangelizzazione hanno fatto sui popoli più deboli e vulnerabili. È accaduto in Africa, dove le regole millenarie costruite sulla base di una società stabilmente suddivisa in piccole e grandi tribù sono state cancellate in pochi anni dalla sovrastruttura occidentale, incomprensibile per chi è cresciuto con un’altra moralità e un altro equilibrio di poteri. È accaduto parzialmente in Cina (un luogo di grande interesse per Segalen) ed anche nelle isole della Polinesia, dove è ambientato questo “romanzo etnografico”, come abitualmente viene definito. La traumatica sovrapposizione di valori e regole nuovi a quelli millenari locali ha causato problemi molto gravi di identità e comportamento e la successiva perdita della memoria collettiva, così importante per la dignità dell’essere umano. Segalen ha denunciato questo fenomeno già all’inizio del secolo (basti pensare che Le isole dei senza memoria fu pubblicato per la prima volta nel 1907) ma la sua voce è stata pressoché ignorata per molto tempo. Riscoprire ora la sua letteratura d’impegno è particolarmente significativo. Protagonista del romanzo non è uno studioso occidentale, ma un vecchio tahitiano, Terii a Paraürai. E soggetto di tutta la storia è proprio l’incompatibilità tra culture differenti e l’incomunicabilità che ne deriva. L’autore descrive con grande precisione abitudini sociali (la sessualità, i legami familiari, l’educazione), usanze, riti e pensieri di un popolo del XIX secolo, quello Maori, che lentamente ma inesorabilmente si trasforma, succube dell’influenza di missionari, inconsapevoli (ma fino a che punto?) strumenti di distruzione. Sebbene romanzo, quindi immaginaria composizione di fatti e personaggi, Le isole dei senza memoria è scritto sulla base di ricerche documentarie e, soprattutto, dell’esperienza personale dell’autore, medico a Tahiti dal 1902. Per questo rimane tutt’oggi un testo di grande interesse, al di là del valore letterario (indubbio) della storia.


Le isole dei senza memoria di Victor Segalen
Titolo originale dell’opera: Les immemoriaux

Traduzione di Michela Baldini
Introduzione di Ugo Fabietti
206 pag., Lit. 32.000 – Edizioni Meltemi (Biblioteca 2)
ISBN 88-8353-014-4


Le prime righe

Capitolo primo
Il Recitante


Quella notte, come tante altre, così numerose da confondersi, Terii il Recitante camminava, a passi regolari, lungo sacri cortili inviolabili. Era l’ora propizia per ripetere ininterrottamente, senza correre il rischio di dimenticare nemmeno una parola, la bella lingua che racchiude, come assicurano i Maestri, la nascita dei mondi, l’illuminarsi delle stelle, la forma degli esseri viventi, gli accoppiamenti e le straordinarie fatiche degli dèi Maori.
Ed è compito di coloro che devono passare la notte camminando, degli haèré-po dalla lunga memoria, di tramandare, di altare in altare e da sacrificante a discepolo, le storie primigenie e le gesta che non devono morire. Così, giunta la notte, da ogni terrazza divina, da ogni maraè lungo l’arco della riva, gli haèré-po levano nel buio un mormorio indistinto che si confonde con l'impetuosa voce della scogliera, e avvolge l'isola in una corona di preghiere.
Terii non aveva un ruolo di primo piano né tra i suoi compagni, sulla Terra di Tahiti, e nemmeno nella propria valle, nonostante il suo nome, Terii a Paraürahi, annunciasse ‘Il capo-dall’alto-Parlare’. Ma spesso i nomi ingannano quanto gli dèi di quart’ordine. Lo si credeva figlio di Tévatané, il portatore-di-idoli-della-riva-Hitia, oppure di Vehiatua no Teahupoô, Colui-che-combatté-nella-penisola. Gli venivano attribuiti anche altri padri o parenti che lo avevano allevato e tra i quali aveva diviso la sua infanzia. Il suo primo ricordo era l’approdo, nella baia Matavaï, della grande piroga senza bilanciere e vogatori il cui capo si chiamava Tuti: uno di quegli stranieri dalla pelle chiara, detti ‘Piritané’ perché abitano, lontano, in una terra chiamata ‘Piritania’. Tuti frequentava gli antichi Maestri. Aveva promesso di tornare, ma non tornò mai: in un’altra isola maori, lo avevano adorato come un atua per due lune, poi, i primi giorni della terza, lo aveva fatto a pezzi per venerarne le ossa.

© 2000, Meltemi editore


L'autore
Victor Segalen, medico, etnografo, archeologo e sinologo, è nato a Brest, nel 1878. Fu inviato come medico a Tahiti, nel 1902, dove giunse tre mesi dopo la morte di Gauguin. Le ultime opere e i taccuini del grande artista lo ispirarono nella stesura de Les Immemoriaux che pubblicò, al suo ritorno in Francia, nel 1907. Dalla metà del 1909 all’inizio del 1910 compie il suo primo viaggio in Cina: sono gli anni di Stèles. Costretto a tornare in Francia a causa della guerra, pubblicherà Peintures (1916). Dopo la sua morte, avvenuta improvvisamente nel 1919, verranno pubblicati Orfée-roi (1921), René Leys (1922) ed Equipée (1929).



Banana Yoshimoto
Honeymoon

“Lei sollevò i suoi occhi neri e limpidi verso di me e mi fissò. La sua espressione diceva che più del sole dorato del tramonto, più dei ciliegi, voleva guardare me. Non guardarmi con questi occhi, pensai. Occhi che contemplano tesori, montagne, mari, occhi che sembrano dire: non ho paura di morire, mi fa soffrire solo il fatto che non potrò vederti più.”


Ogni autore, inesorabilmente, è legato ad alcuni temi ricorrenti che scandiscono i ritmi della sua narrazione, lo stile della scrittura e ne segnano la personalità di scrittore. Per Banana Yoshimoto questi temi sono la morte, la solitudine, la ricerca di un misticismo “alternativo”, il valore dell’amicizia e dei legami familiari. Tutti i suoi romanzi percorrono queste strade principali, seguendo poi percorsi diversi a seconda delle direzioni che l’autrice decide di prendere durante il cammino. La morte: che sia quella di un animale domestico o di un essere umano, rimane un’esperienza traumatica e carica di conseguenze sia morali che pratiche. L’amicizia più profonda può trasformarsi in amore col tempo, mentre certi legami familiari possono sciogliersi o rafforzarsi, mutare radicalmente o diventare talmente “labili” da sembrare “cancellati”, generando solitudine e dolore. Spesso la Yoshimoto rappresenta genitori quasi inesistenti, attirati da forti impulsi mistici o da nuovi legami personali che li trascinano lontano sia geograficamente che sentimentalmente. A quest’ultima categoria appartiene la madre della protagonista, Manaka (una giovane donna di ventitré anni), allontanatasi quando la bambina era ancora neonata. A sopperire questa assenza è subentrata una matrigna dolcissima ed è rimasto un padre un po’ originale ma molto attento. Come la madre di Manaka, anche i genitori di Hiroshi, il suo vicino di casa, sono partiti, al seguito (in questo caso) di una setta religiosa, lasciando tutta l’incombenza della sua educazione all’anziano nonno. I due giovani sono cresciuti insieme, prima guardandosi con diffidenza e poi mano a mano imparando a conoscersi, come amici. E che questa splendida amicizia si sia trasformata in amore e in un matrimonio è conseguenza naturale di eventi lineari. Con grande semplicità linguistica, la Yoshimoto descrive con delicatezza, con toni “leggeri” i caratteri dei protagonisti: solitari e un po’ introversi, con alcune esperienze infantili ancora irrisolte e con il desiderio di scavalcare definitivamente il fossato ed entrare nell’età adulta. Un viaggio sarà un ottimo modo per cominciare questo cammino verso consapevolezza e responsabilità.


Honeymoon di Banana Yoshimoto
Titolo originale dell’opera: Hanemun
Traduzione dal giapponese di Giorgio Amitrano
106 pag., Lit. 20.000 – Edizioni Feltrinelli (I canguri)
ISBN 88-07-70117-0


Le prime righe

IL GIARDINO DI MANAKA

Sin da piccola ho sempre amato il giardino di casa mia. Non era particolarmente grande, ma in rapporto alle dimensioni della casa ricopriva una superficie abbastanza ampia.
Mia madre era appassionata di giardinaggio, così c’erano svariate piante dai frutti commestibili, pietre ornamentali disposte in forme complicate, e alberi che davano fiori in ogni stagione. Perciò il giardino aveva diverse facce.
E in quel piccolo mondo c’erano molti posti dove potevo sentirmi a mio agio. Il giardino mi era molto caro, e da bambina mi sedevo o mi stendevo direttamente per terra con tutti i vestiti. Poi, diventata grande, quando avevo il tempo di sedermi in giardino, portavo sempre con me una stuoia da mettere sotto e qualcosa da bere. Stai lì senza fare niente eppure non ti annoi, si stupivano mia madre, mio padre e Hiroshi, e io davvero non mi annoiavo: guardavo il cielo così vasto, poi il muschio e le formiche ai miei piedi, e quando tornavo di nuovo a guardare il cielo, il suo colore e la posizione delle nuvole erano cambiati. Osservavo per un po’ queste impercettibili trasformazioni del mondo, poi guardavo la luce che colpiva la mia mano, e in questo modo il tempo passava a una velocità impressionante.
A forza di guardare nel corso degli anni sempre lo stesso paesaggio, ogni tanto quando ero lì mi capitava di non sapere più che età avevo. Seduta con la schiena appoggiata a una roccia, alzavo lo sguardo verso il cielo, i grandi rami e le foglie, e poi lo posavo sulle formiche, i ciottoli, la terra. Così facendo finivo col perdere anche il senso delle mie dimensioni fisiche, e questo mi dava una grande felicità. A volte, quando mia madre tornava dalla spesa e mio padre rientrava dal lavoro prima del solito, mi trovavano in giardino. I miei genitori sapevano per esperienza che quando il tempo era bello non mi piaceva stare in camera. Nelle belle giornate ero già una parte del giardino. Entrando dal cancello, mi salutavano senza nessuna sorpresa.
A volte veniva anche Hiroshi. Ma lui non entrava mai dal cancello. Scavalcava la palizzata di bambù. Siccome non ci vedeva molto bene, mi guardava sempre con un’espressione incerta, socchiudendo gli occhi per essere sicuro che fossi io. Sorridevo. Anche lui sorrideva. Tutta la nostra storia, da quando ci eravamo incontrati la prima volta, dall’infanzia fino all’età adulta, è scritta in quel sorriso.

© 2000, Giangiacomo Feltrinelli Editore



L'autrice
Banana Yoshimoto è nata a Tokyo nel 1964 e in Italia ha conquistato con i suoi libri moltissimi lettori. A partire da Kitchen (1991) sino a quest’ultimo romanzo Banana ha stabilito con il suo pubblico un dialogo sempre più intenso e immediato: le tematiche che affronta (amore, amicizia, morte, solitudine) e il suo stile diretto ne hanno fatto un vero e proprio caso letterario. Su Café Letterario potete leggere le recensioni di Amrita e Sly e un’intervista con l’autrice.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




11 febbraio 2000