Lawrence Block
Il ladro che credeva di essere Bogart

Ci fu un periodo, tempo fa, in cui il negozio cominciò a rendere una cifra non molto alta ma costante. Ciò che avevo iniziato come un'attività di copertura e un passatempo colto non era più una spesa, e stava persino diventando una fonte di guadagno. Senza neppure pensarci, tutto a un tratto mi resi conto che avevo smesso di rubare.


Una vicenda piuttosto intricata che si volge a New York, ma le cui cause affondano in un lontano paese, un po' da operetta, un po' da leggenda: l'Anatruria.
Protagonista è un ladro, un artista. Rubare per lui è una vera passione, una vocazione a cui tiene moltissimo, come se si sentisse investito del dover assolvere a un compito a cui era stato chiamato dalla sorte. Il gioco deve essere perfetto: non bisogna lasciare tracce, è necessario avere buoni rapporti con la polizia, è indispensabile una copertura credibile. Per questo Bernie Rhodenbarr ha aperto in un palazzo di sua proprietà (ma la sua ricchezza deve essere tenuta nascosta ai più) una libreria, attività che gli piace e che, col passare del tempo, è diventato un vero secondo lavoro.
Dalle pagine di Block, oltre e al di là della vicenda, si viene a scoprire una realtà newyorchese meno nota e meno clamorosa: non ci viene presentata la New York degli immensi grattacieli, del mondo degli affari, della ricchezza e della modernità avveniristica, quanto quella che spesso traspare dai film di Woody Allen, quella più colta e raffinata dei cinema d'essai, delle piccole librerie, delle riviste in cui si cercano libri introvabili, dei lettori appassionati che attraversano la città per recuperare l'ultima novità dell'autore preferito.
Un attore, Humphrey Bogart, è il mito di Bernie che ne torna a vedere, in modo sistematico e ossessivo i film, si ascolta spesso ripetere frasi da quello recitate e ormai entrate nel mito, riconosce di imitarne atteggiamenti e comportamenti, in modo quasi inconsapevole. La donna, bellissima naturalmente, che è sullo sfondo della trama, ma che in realtà ha un ruolo decisivo nella vicenda, possiede quel tanto di esotico e misterioso da renderla più vicina a un personaggio di un film degli anni Quaranta che a una ragazza che viva oggi negli Usa. Un delitto, un cadavere che, in una scia di sangue, guida alla scoperta dell'assassino, una borsa misteriosa che contiene oscuri documenti e che il Nostro aveva l'incarico di rubare: ecco gli ingredienti di questo giallo atipico e ironico, gradevolissimo nella lettura.


Il ladro che credeva di essere Bogart di Lawrence Block
Titolo originale: The Burglar Woo Thought He Was Bogart

Traduzione di Alfredo Colitto
Pag. 287, Lire 18.000 - Edizioni Hobby & Work (Giallo & Nero)
ISBN 88-7133-403-5



Le prime righe

CAPITOLO I


Alle dieci e un quarto dell'ultimo mercoledì di maggio, aiutai una bella donna a salire su un taxi e restai a guardarla mentre usciva dalla mia vita, o per lo meno dal mio quartiere. Quindi scesi dal marciapiede e fermai un altro taxi.
-Tra la Settantunesima e il West End - dissi all'autista.
Era un esemplare di una razza in estinzione, un vecchio uccello spennato la cui lingua madre era l'inglese. - Sono soltanto cinque isolati, quattro dritti e uno di lato. È una bella serata, come mai un giovane come lei ha bisogno di un taxi?
Per arrivare puntuale, pensai. I due film erano durati un po' più del previsto, e prima di recarmi all'appuntamento dovevo passare un attimo da casa mia.
-Ho una gamba che non funziona - dissi. Non chiedetemi perché.
-Sì? Cosa le è successo? Non l'ha mica investita una macchina, vero? In tal caso, spero proprio che non sia stato un taxi, e se si tratta di un taxi, spero almeno di non essere stato io.
- Artrite.
- Artrite? Figuriamoci. - Si voltò indietro per guardarmi in faccia. - Lei è troppo giovane per l'artrite. È una roba da vecchi rincoglioniti, gente che va a stare in Florida per prendere il sole. Vivono in un camper, giocano a bocce e votano repubblicano. Uno della sua età, se mi dice che si è rotto la gamba sciando, o che si è procurato uno strappo correndo la maratona, posso capirlo. Ma l'artrite! Dove va uno con l'artrite?
- Tra la Settantunesima e il West End - dissi. - L'angolo nord-est.
- Lo so dove va, cioè dove scende dal taxi. Ma quello che voglio sapere è: da dove viene la sua artrite? Per caso, è ereditaria?
- Come ero riuscito a ficcarmi in quel casino? - È post-traumatica - rivelai. - Ho fatto una brutta caduta, e da allora soffro di complicazioni artritiche. Di solito non mi fa molto male, ma a volte si sveglia e si fa sentire.
- È terribile, alla sua età. Cosa fa per curarsi?
- Non c'è molto che possa fare - risposi. - Almeno, secondo il mio medico.
- Medici! - strillò, e per tutto il resto della corsa si dedicò a spiegarmi cosa c'era di sbagliato nella professione medica, ossia quasi tutto. I medici non capivano niente, non gli importava nulla dei pazienti, erano più i danni che causavano di quelli che curavano, si facevano pagare salato, e quando alla fine uno non guariva gli dicevano pure che era colpa sua. - E dopo che ti hanno accecato e reso paralitico, quando ormai non ti resta altra scelta che citarli in giudizio, da chi devi andare? Da un avvocato, e questo è ancora peggio!

© 1999, Hobby & Work


L'autore
Lawrence Block è nato nel 1938 è un maestro del mistery e dell'hard boiled. Nel corso di una carriera ormai quarantennale, ha dato vita a personaggi memorabili, tra i quali il detective privato Matthew Scudder e il ladro gentiluomo Bernie Rhodenbarr. Ha vinto per ben tre volte il Premio Edgar, il massimo riconoscimento critico nel campo della letteratura poliziesca.



Joanne Harris
Vino, patate e mele rosse

"Dopo giorni di inattività, combattuti a mettere insieme i pezzi sfuggenti del romanzo incompiuto, riusciva a vederlo di nuovo. Scintillante più che mai, come una moneta che brilla sotto la polvere."


Motivo conduttore del romanzo è il vino. Aspro, mieloso, aromatico, dolce, potente fonte di vitalità e di calore, il vino parla, e in apertura di libro, introduce la situazione e presenta i personaggi. Protagonista è Jay Mackintosh, uno scrittore (autore di molti libri tra cui solo uno davvero buono), che decide di allontanarsi da Londra e di ritirarsi in una fattoria nel sud della Francia ricca di ricordi dell'infanzia, per cercare di ritrovare l'ispirazione smarrita.
La casa in cui va a vivere è in gran parte in decadenza, ma lo è ancora di più l'orto e il giardino: il tempo, implacabilmente, ha cercato di cancellare le tracce di chi ha abitato quei luoghi, ma la memoria ha la capacità di ridare loro la vita. E in effetti è quasi una resurrezione quella di Joe Cox, presenza che riemerge, attraverso le sensazioni provocate in Jay da uno strano vino, dalla memoria e diventa terribilmente reale. Un fantasma così vero da mostrare le mani callose e le unghie sporche di terra, da entrare in discussioni accese col protagonista, da ridere e offendersi, da rifiutare la sua presenza con scopi educativi sullo scrittore in crisi e da riapparire come segno di rappacificazione. Tutto nasce all'interno della mente di Jay, è un cammino a ritroso nei ricordi e negli insegnamenti che il vecchio Joe, anni prima, gli aveva impartito con la sua strana abitudine di ricavare il vino da ogni tipo di verdura o di fiore. Ridare vita alle rose e riportare alla luce il passato sono in fondo due strumenti per ritrovare se stessi e, con questo, la capacità del narrare, del raccontare gli altri e i loro drammi, per riaprirsi ai sentimenti. Jay impara molto dalle storie che, complice il vino (quello strano vino), gli vengono narrate, impara anche a farsi accettare, lui straniero, nella chiusa realtà del villaggio. Impara a capire le esclusioni, gli odi, i rancori sottesi alle vicende, e, prima di tutto, impara a conoscere Marise. L'amore, un amore complesso e tormentato, aveva reso la donna quasi prigioniera nella sua casa. Accusata di essere responsabile della morte del marito, morto suicida, colpevole per la suocera della reclusione della sua bambina, una ragazzina selvaggia, Marise è tutta un mistero da scoprire. E sarà per Jay anche un percorso, una strada, un itinerario interiore. Il romanzo che stava scrivendo, e che non aveva più saputo proseguire per povertà di sentimenti e di idee, riprenderà vita. Ma anche le cose che giudichiamo immutabili, come per miracolo (o per sventura), riprendono improvvisamente un corso imprevisto e spetterà proprio a Jay salvaguardare il villaggio e le sue storie dall'invasione e dalla profanazione dei media.


Vino patate e mele rosse di Joanne Harris
Titolo originale: Jackapple Joe

Traduzione di Laura Grandi
Pag. 364, Lire 34.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 88-11-66187-0


Le prime righe

1.


Il vino parla. Lo sanno tutti. Guardati in giro. Chiedilo all'indovina all'angolo della strada, all'ospite che non è stato invitato alla festa di nozze, allo scemo del villaggio. Parla. È ventriloquo. Ha un milione di voci. Scioglie la lingua, svela segreti che non avresti mai voluto raccontare, segreti che non sapevi nemmeno di conoscere. Grida, declama, sussurra. Racconta grandi cose, progetti meravigliosi, amori tragici e tradimenti terribili. Ride a crepapelle. Soffoca piano una risata fra sé. Piange per i suoi stessi pensieri. Riporta alla mente estati di molto tempo fa e ricordi che è meglio dimenticare. Ogni bottiglia un soffio di altri tempi, di altri luoghi e ciascuno è un piccolo miracolo, dal più comune Liebfraumilch all'imperioso Veuve Clicquot 1945. Magia quotidiana, così la chiamava Joe. La trasformazione di una sostanza di base in quella dei desideri. Alchimia dei profani.
Prendi me, per esempio. Fleurie 1962. Ultima sopravvissuta di una cassa da dodici, imbottigliata e messa in cantina l'anno in cui nacque Jay. Un vino vivace e garrulo, gradevole e appena esuberante, con una nota aspra di ribes nero, proclamava l'etichetta. Non esattamente un vino che si conservi, invece è successo. Per nostalgia. Per un'occasione speciale. Un compleanno, forse un matrimonio. Ma i suoi compleanni trascorrevano senza festeggiamenti, a bere del rosso argentino e guardando vecchi western. Cinque anni fa mi pose sulla tavola apparecchiata con candelieri d'argento, ma non accadde nulla. Però la ragazza rimase. Insieme a lei arrivò un esercito di bottiglie, Dom Pérignon, vodka Stolichnaya, Parfait Amour e Mouton-Cadet, birre belghe in bottiglie dal collo lungo, vermouth Noilly Prat e Fraises des Bois. Anche loro parlano, di sciocchezze soprattutto, un chiacchiericcio metallico come ospiti che tentano di socializzare a una festa. Ci rifiutammo di avere a che fare con loro. Fummo spinte verso il fondo della cantina, noi tre sopravvissute, dietro alle file scintillanti delle nuove arrivate, e lì rimanemmo, dimenticate, per cinque anni. Château Chalon '58, Sancerre '71, e io. Château Chalon, seccato per la retrocessione, finge di essere sordo e spesso non vuole parlare affatto. Un vino generoso, di grande carattere e personalità, dice nei rari momenti in cui si apre. Gli piace ricordarci la sua maggiore anzianità, la longevità dei vini gialli del Giura. Ne va molto fiero, così come del suo bouquet mielato e del suo straordinario lignaggio.

© 2000, Garzanti Libri


L'autrice
Joanne Harris, di padre inglese e madre francese, è un'insegnante e vive nello Yorkshire. Oltre che di Chocolat è autrice dei romanzi, The Evil Seed, Sleep Pale Sister e Holy Fools.



Jean-Claude Izzo
Solea

"... E Miles Davis aveva attaccato Solea. Un pezzo che adoravo. Che ascoltavo continuamente, la notte, da quando Lole mi aveva lasciato.
'La solea' mi aveva spiegato lei una sera, 'è la colonna vertebrale del canto flamenco'."



Quasi come un omaggio all'autore appena scomparso appare la pubblicazione del terzo volume di una trilogia ambientata a Marsiglia e iniziata nel 1995 in Francia con Casino Totale. Una triste coincidenza giunta davvero inattesa, anche se lo scrittore era malato gravemente da alcuni mesi. Non si tratta dell'ultimo libro scritto da Izzo: poco tempo fa in Francia è uscito Le soleil des mourants, "un romanzo duro e triste - scrive Fabio Gambaro su la Repubblica - in cui però si percepisce un disperato attaccamento alla vita". Duro ma non visceralmente drammatico anche questo giallo in cui si dipana il terzo capitolo della storia dell'ex poliziotto Fabio Montale. Eppure anche qui, in queste pagine da romanzo giallo, è la morte, l'idea della morte che si insinua silenziosamente capitolo dopo capitolo. Con frasi brevi, ma pesanti come macigni: Quando non si può più vivere si ha il diritto di morire e di trasformare la propria morte in un'ultima scintilla, dice Lole, un'amante, al protagonista prima di andarsene. E lui, a propria volta, accenna a considerazioni del tipo: la vita puzzava di morte, non mi ero sbagliato. E persino il cadenzare dei capitoli richiama la morte quasi come il rintocco di una campana, come nel Capitolo secondo Nel quale l'abitudine alla vita non è una vera ragione per vivere, o nel nono Nel quale si impara che è difficile sopravvivere a quelli che sono morti... Ma si tratta pur sempre di un romanzo di genere e pur essendo il più intenso e profondo della trilogia, non dimentica l'azione, la passione, un po' di speranza e di ottimismo, perché meno si concede alla vita più ci si inoltra nella morte. E senza dubbio non era questo che intendeva fare Izzo, così intensamente aggrappato alla vita.
Babette Bellini, attivissima giornalista amica di Fabio Montale, a causa di articoli e indagini molto pericolosi, si trova sotto il tiro di grossi giri malavitosi legati alla corruzione politica internazionale ed è scomparsa. Sonia, l'ultima amante di Fabio, è stata uccisa, brutalmente: un messaggio mafioso per far capire sino a che punto può arrivare l'organizzazione. "Montale, uccideremo i tuoi amici uno dopo l'altro. Tutti. Fino a quando non trovi la Bellini. E se non muovi il culo, quando saremo arrivati alla fine, rimpiangerai di essere ancora vivo." Ecco cosa deve affrontare Fabio. E non sarà facile né leggero arrivare a capo dell'intera vicenda.


Solea di Jean-Claude Izzo
Traduzione dal francese di: Barbara Ferri
Pag. 218, Lire 26.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-404-5


Le prime righe

Prologo
Lontano dagli occhi vicino al cuore,
Marsiglia, sempre


La sua vita era laggiù, a Marsiglia. Laggiù, dietro quelle montagne che, stasera, il sole al tramonto colorava di un rosso vivo. "Domani ci sarà vento" pensò Babette.
Da quando, quindici giorni prima, era arrivata a Le Castellas, un villaggio delle Cévennes, alla fine della giornata saliva sul crinale. Percorrendo il sentiero dove Bruno portava le capre.
Qui, aveva pensato il mattino del suo arrivo, nulla cambia. Tutto muore e rinasce. Anche se ci sono più villaggi morenti che vivi. Sempre, prima o poi, un uomo reinventa i gesti più antichi. E tutto ricomincia. I sentieri, coperti dalla sterpaglia, ritrovano la loro ragione di esistere.
"È questa, la memoria della montagna" aveva detto Bruno, servendole una gran tazza di caffè.

Aveva conosciuto Bruno nel 1988. Il giornale aveva affidato a Babette la sua prima inchiesta importante. Vent'anni dopo il Maggio '68, che fine hanno fatto i militanti?
Giovane filosofo, anarchico, Bruno si era battuto sulle barricate del Quartere latino, a Parigi. Corri compagno, il vecchio mondo ti insegue era stato il suo unico slogan. Aveva corso, lanciando sassi e bombe molotov sui C.R.S.. Aveva corso sotto i gas lacrimogeni, con i C.R.S.: alle calcagna. Aveva corso in ogni direzione, a maggio, a giugno, soltanto per non essere raggiunto dalla felicità del vecchio mondo, i sogni del vecchio mondo, la morale del vecchio mondo. La stupidità e la stronzaggine del vecchio mondo.
Quando i sindacati firmarono gli accordi di Grenelle, gli operai ripresero la strada della fabbrica e gli studenti quella dell'università, Bruno capì di non aver corso abbastanza. Né lui né tutta la sua generazione. Il vecchio mondo li aveva raggiunti. I soldi diventavano sogno e morale. L'unica gioia della vita. Il vecchio mondo dava il via a una nuova era, la miseria umana.

© 2000, Edizioni e/o


L'autore
Jean-Claude Izzo, figlio di un immigrato italiano a Marsiglia, è morto nei primi giorni del febbraio 2000, a soli 54 anni. Aveva iniziato a scrivere tardi, ma i suoi romanzi avevano subito raccolto consensi in Francia e in Italia. È stato a lungo giornalista e sceneggiatore per il cinema e la televisione. Tra i titoli ricordiamo gli altri due della trilogia marsigliese: Casino Totale e Chourmo.



Edgar Morin
I miei demoni

"Un libro che conta ci svela una verità ignorata, nascosta, profonda, informe, che non sapevamo di possedere, procurandoci una particolare estasi : quella che si prova a scoprire la nostra verità nello stesso momento in cui si scopre una verità fuori di noi, cioè lo scoprire noi stessi in personaggi esterni a noi."


Sin dalle prime pagine I miei demoni si mostra nella sua natura di autobiografia essenziale e acuta, dalla quale emergono sinteticamente gli elementi fondamentali di una vita: la famiglia, la scuola, e il resto... Ma curiosamente il libro inizia anche con l'apoteosi del romanzo, con l'esaltazione della letteratura, vincitrice nel confronto con scienze umane "limitate" come la sociologia e la psicologia. Nel romanzo c'è tutto e nella letteratura c'è anche la formazione di un uomo. Con i grandi narratori si possono conoscere tutti i sentimenti e le sensazioni che un essere umano prova nella vita, ritrovandoli leggendo. E si può adottare un sistema di vita, un pensiero, un canone di comportamento proprio "afferrandolo" da un personaggio, un protagonista, carpendolo tra le pagine della vastissima panoramica narrativa. Accanto alla cultura letteraria non può mancare quella musicale e cinematografica, fondamentali anch'esse per la formazione di Morin, così come non meno importanti furono la tensione politica e il marxismo "come momento di apertura e non di chiusura", l'apprendistato antropologico, la sociologia del presente, la biologia... Una preparazione vastissima che ha generato una formazione culturale "onnivora", eclettica: "la mia vita mi ha donato quel che era necessario per soddisfare la mia sete: - scrive Morin - la mia mente onnivora ha alimentato il mio spirito autodidatta, esattamente come il mio spirito ha alimentato la mia mente onnivora". Una ricerca continua, una grande onestà intellettuale, una forte dose di modestia e di autocritica lo portano ad affermare: "sono e rimango studente, anche se sono un autore, anzi proprio perché sono un autore."
In un'intervista rilasciata a Franco Voltaggio per il manifesto, Morin riassume così l'essenza dei suoi démoni: "si tratta di pulsioni e di idee che mi hanno sollecitato e stimolato per tutta la vita. Provo a enumerarli: il dubbio, la fede, la razionalità, il misticismo". Questi démoni si ritrovano nelle riflessioni del libro, nelle parole di ricerca e di analisi di tutta la vita. E in qualche modo sono legati allo spirito marrano (quello della sua famiglia, esule dalla Spagna), all'esperienza marrana, cioè all'abbandono delle radici (l'ebraismo, appunto), all'allontanamento dalle origini, ma alla ricerca di un nuovo equilibrio che proprio di queste radici non può fare a meno. Per molti aspetti la sua esperienza ricorda quella di un altro grande del Novecento: Elias Canetti. E chi ha amato opere come La lingua salvata o Il frutto del fuoco ritroverà qui certi venti che hanno spazzato l'intellighenzia di origine ebraica nell'Europa contemporanea.


I miei demoni di Edgar Morin
Titolo originale dell'opera: Mes démons

Traduzione di Laura Pacelli e Antonio Perri
Pag. 255, Lire 32.000 - Edizioni Meltemi (Biblioteca n.1)
ISBN 88-86479-90-5


Le prime righe

Capitolo primo
Un onnivoro culturale


Cosa mi ha insegnato la mia famiglia? Mi ha insegnato il Mediterraneo, l'amore per l'olio d'oliva, le melanzane, il riso con i fagioli bianchi, le polpette d'agnello alle spezie, le triglie, le pizze al formaggio o agli spinaci. Tutti questi cibi e sapori, assorbiti dai miei avi in Spagna, in Toscana e a Salonicco, sono stati a Parigi, città in cui sono nato e cresciuto, la base della mia alimentazione.
Tuttavia, mio padre non mi ha insegnato né tradizioni, né un sapere, né norme o credenze. Non mi ha trasmesso alcun credo religioso, nessun principio politico. Anche se possedeva ed era posseduto da una concezione sacrale della famiglia, che comportava il culto dei parenti e l'istintiva etica della solidarietà familiare. Io non ho assorbito questa eredità culturale così antica e profonda, perché sono stato figlio unico in una generazione che ha visto la disintegrazione della famiglia allargata, ma soprattutto perché, dopo la morte di mia madre, cioè dai miei dieci anni, mi sono isolato, separato psicologicamente dai miei familiari.
Mio padre mi ha trasmesso un patrimonio culturale fatto esclusivamente di canzoni, di caffè-concerto, di operette. Cantava e fischiettava dalla mattina alla sera, ovunque, perfino a tavola, quando era sazio. Ed io ero affascinato da La piccola tonchinese, da Cugina e da tutte le canzoni del '900 del suo repertorio. Mia madre amava le arie d'opera italiane e aveva trasmesso questa passione a mio padre che cantava, levando il bicchiere, l'aria del brindisi della Traviata o "Questa o quella" da Rigoletto. E tutti e due amavano le canzoni spagnole di Raquel Meller: La Paloma, Valencia, El Reliquario.
E ho conosciuto, non dalla mia famiglia ma nella mia famiglia, la cosa più importante: a nove anni, ho conosciuto la morte.
La morte ha falciato mia madre in un vagone ferroviario alla periferia di Parigi, ma a me l'hanno nascosto, raccontandomi che era partita per curarsi, che era andata a Vittel. Mio zio Jo mi accompagnò a casa di mia zia Corinne, e mi fecero credere che mio padre si fosse recato con mia madre a Vittel. Io non mi preoccupai.

© 1999, Meltemi editore


L'autore
Edgar Morin, sociologo, filosofo, saggista, è uno dei grandi intellettuali contemporanei. Mes démons, tra i suoi più recenti lavori, è stato pubblicato in Francia nel 1994. Le sue ultime opere tradotte in Italia sono: Terra Patria (1994) e I Fratricidi (1997).



Michel Rio
Morgana

"Morgana è il caos - disse Artù a Merlino. - Un caos in cui si annulla qualsiasi finalità in cui perfino il costruttore più meticoloso e accanito abbandona l'idea del risultato e si perde con delizia."


Come si coniugano storia antica, filosofia classica e cultura poliedrica? Come si abbinano il genio e il male? Quale aspetto può avere l'essere più intelligente, freddo, calcolatore e acuto della terra? Morgana è la risposta. Morgana è l'ossessione di chi la conosce, il pensiero più importante per chi l'ama, il dominatore più forte per i sudditi. "Morgana è l'ossessione dei sensi che uccide nel pensiero l'ossessione del progetto. È il presente assoluto che rode il fragile divenire". Bellissima (sicuramente la più bella donna del reame), di una intelligenza travolgente, di un fascino ipnotico indescrivibile, Morgana è la protagonista assoluta di questa storia. In una vicenda che abbina un documentato fantasy storico (nei limiti delle fonti, assai scarse per il V secolo e i regni bretoni) con la filosofia, la correttezza logica con la ribellione, una donna, libera pensatrice e femminista, prende in mano le redini della vicenda.
Nella prima parte del romanzo, seguiamo tutto l'apprendistato culturale di Morgana (dai quattro ai dodici anni d'età) con un tutore d'eccezione: Merlino. Nasce qui la sua concezione del proprio destino e di quello, antagonista, del fratellastro Artù. L'ultimo atto di questa fase formativa si esprime in una sorta di "esame di laurea": un teorema finale che l'affranca dalla tutela di Merlino, in cui Morgana parla di filosofia e scienza, astronomia e poesia, e, soprattutto, del destino dell'uomo, generando una teoria cosmologica che lascia esterrefatto lo stesso insegnante.
Isolata nel castello di Isca, fatto costruire da lei stessa, con i propri sudditi e un piccolo ma fedelissimo esercito, Morgana teorizza il fallimento del grande progetto di Merlino e di Artù, il suo fratellastro: una grande Tavola dove riunire i potenti della terra per realizzare un unico regno in pace e giustizia. Un'utopia da distruggere. "La visione del mondo di Morgana - ha detto Rio in un'intervista - nasce da una constatazione: il tempo e la morte sono il destino comune di tutto ciò che esiste ed è sottomesso alla legge naturale. Morgana rifiuta l'utopia in quanto manifestazione di qualcosa di profondamente illusorio. Merlino tenta invece di dimostrarne la necessità, pur condividendo scientificamente le posizioni di Morgana."
In questo gioco di poteri e di pensieri si dipana la storia. Alla fine quale sarà la mente più alta, quale delle teorie dominerà sull'altra e chi sarà il vincitore, Artù o Morgana?


Morgana di Michel Rio
Traduzione dal francese di Annamaria Ferrero
Pag. 165, ill., Lire 28.000 - Edizioni Instar Libri (Narrativa / Mente n.11)
ISBN 88-461-0035-2


Le prime righe



I generali bretoni erano allineati nella penombra. Vincitori e vinti, quelli di Logres e del Galles, quelli delle terre conquistate da Uther o costrette all'alleanza, progenie di tutti i popoli a sud del Vallo di Adriano, affratellati dall'amore o dalla paura del Re, e ora riuniti dalla forza come un tempo dalle legioni di Roma. Attendevano, e nell'ampia sala del palazzo di Carduel i giochi della luce e della tenebra, dell'indistinto, dell'incerto e del definito, esasperavano la ferocia di volti, abiti e armi, grevi di violenza immobile e silente.
Al centro, in piena luce, stavano due bambine vestite di una tunica bianca: le figlie di Ygerne, accompagnate da due Re alleati. Morcades, la maggiore, aveva tre anni, ed era tenuta per mano da Loth, giovane Principe d'Orcanie. La minore, di due anni, si reggeva da sola, sorvegliata alle spalle da un guerriero maturo e possente, Leodegan Re dei Brigantes. Si guardava intorno con immensi occhi dal fulgore verde.
Morgana.
I battenti delle pesanti porte ruotarono, e un fiotto di luce radente invase la sala, tracciando un sentiero d'oro pallido che si fuse con il chiarore accennato dalle alte feritoie. I buccinatori diedero fiato ai corni e un suono barbaro, capace di perforare i timpani, riempì lo spazio. Tre figure varcarono le soglie. Primo un guerriero gigantesco, dai nobili tratti che irradiavano l'energia e la brutalità della fiera, l'intelligenza dello stratega e un'istintiva generosità. Il grande Re Uther. Uther-Pendragon, il conquistatore. Seguiva la Regina Ygerne, la donna più bella di Gran Bretagna, che Uther stesso aveva rapito insieme con le figlie all'inizio della guerra tra Logres e Dumnonia, e posseduto ancora prima di uccidere il Re, suo sposo, nell'assedio di Tintagel. La rotondità del suo ventre tradiva una gravidanza avanzata. Ultimo un ragazzo di quindici anni, alto quasi quanto Uther, dal bellissimo volto intriso di una malinconia senza età e lo sguardo illuminato dal genio che sembrava penetrare il segreto di ogni essere e cosa. Per lui le genti bretoni nutrivano rispetto, timore e talora odio: pari a Uther nel potere, lo sovrastava in sapienza e determinazione. Lo chiamavano Merlino, ma anche "figlio del Diavolo" per il misterioso orrore che avvolgeva la sua venuta al mondo, per la precocità e il sapere disumani; nonché "facitore di Re", da quando aveva affidato a Uther i troni di Logres e del Galles, sua personale eredità, e confermato Leodegan e Loth alla testa dei loro popoli.

© 2000, Instar libri


L'autore
Michel Rio fin da piccolo ha subito il fascino del ciclo arturiano, forse la più grande saga d'Occidente. Una parabola unica e inconsueta nel panorama contemporaneo francese quella di Michel Rio, cinquantaquatrenne scrittore lui stesso bretone, riservato e ammirato, con ancora tante storie da raccontare... forse una anche su Artù.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




4 febbraio 2000