Le comunità virtuali

a cura di Paola Carbone e Paolo Ferri

"Le comunità virtuali sono forme comunitarie transnazionali i cui membri appartengono a differenti comunità "reali" e fanno riferimento dunque a differenti culture."


È indispensabile ormai interrogarsi sul senso, il significato, la struttura delle comunità virtuali, nuovo elemento fondante delle interazioni sociali destinato a svilupparsi ulteriormente nel prossimo futuro. In realtà cosa si intende con questo termine? Una risposta a questa domanda, che allarga poi l'orizzonte a tutte le implicazioni connesse, si è tentata nell'ambito di un convegno organizzato dalla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM dal titolo Le comunità virtuali e i saperi umanistici, che ha dato spunto e vita a questa raccolta di interventi e saggi. Come scrive Patrizia Nerozzi Bellman nella Premessa, "la ricerca si è diramata in tre direzioni: l'analisi sul piano teorico ed epistemologico del concetto di comunità virtuale rispetto a quello tradizionale di comunità, il rapporto tra la costituzione di comunità virtuali di ricerca e la metodologia stessa della ricerca, le nuove tecnologie digitali nella didattica e nella diffusione della cultura". E quali effetti avrà questa recente realtà socio-culturale sullo sviluppo dell'intera comunità? Le comunità virtuali possono essere assembramenti quanto mai disparati di elementi che, a seconda dell'ottica con la quale si analizzano, possono fornire della comunità stessa un'immagine molto diversa. Non sono più del tutto validi i criteri di indagine e ricerca sin qui seguiti. È necessario avere un approccio nuovo, che tenga presenti tutti gli aspetti e tutte le implicazioni del soggetto "comunità virtuale". Molti sono gli interventi presentati e mi pare interessante sottolineare proprio questa ricchezza di punti di vista. Ugo Fabietti, ad esempio, ne analizza l'aspetto antropologico, Leonardo Terzo invece indaga nella direzione dei rapporti tra comunità, virtualità e ipertesto. Paolo Ferri approfondisce lo studio del rapporto tra comunità in senso tradizionale e comunità virtuale, mentre Marino Livolsi tratta in particolare il tema della socialità in rete. Una interessante analisi sulla società dell'informazione e sul futuro del sapere nell'intervento di Tomás Maldonado che lega questa prima parte con la seconda, più strettamente collegata al testo, alla ricerca e alla comunità virtuale intesa come soggetto collettivo (tra i tanti saggi citiamo: Claude Cazalé Bérard, Comunità virtuali e deontologia scientifica, Emilio Speciale, Comunità virtuali: la posta elettronica e l'italianistica). La terza parte del volume è invece dedicata alla comunità degli utenti che si rivolge all'editoria multimediale e alle biblioteche virtuali. Qui troviamo tre interessanti interventi di Giovanni Peresson (L'industria editoriale libraria di fronte a Internet e alla multimedialità), Pier Francesco Attanasio (La mediazione editoriale on-line e off-line) e Giovanni V. Moscati (Dalla biblioteca virtuale alla biblioteca digitale). Infine, curiosamente, sono riportati due brevi racconti assolutamente "in tema": L'ascensore non ha distrutto le scale di Fulvio Papi e The Net di Tim Parks, quest'ultimo nella versione originale inglese.


Le comunità virtuali a cura di Paola Carbone e Paolo Ferri
Pag. 319, Lire 28.000 - Edizioni Mimesis (Eterotopie)
ISBN 88-87231-47-8



Le prime righe

INTRODUZIONE
COMUNITÀ VIRTUALE, COMUNITÀ DEGLI
INTERPRETI, COMUNITÀ DEGLI UTENTI


1.1 Il concetto di comunità virtuale

Per poter analizzare le nuove forme della trasmissione del sapere, le nuove modalità di ricerca e di studio che i media digitali generano, insieme alle nuove regole che la comunità scientifico-umanistica internazionale si sta dando, è necessario comprendere come i media digitali aprano un nuovo spazio della comunicazione e della ricerca. Questo nuovo spazio della scrittura, secondo la fortunata definizione di Jay David Bolter può essere letto come una sconfinata comunità virtuale, grande quanto il mondo; all'interno di questo macro-insieme, all'interno del doppio virtuale del mondo reale, le comunità virtuali, e nello specifico quelle di ricerca in ambito umanistico, costituiscono altrettanti nodi di una sterminata rete, il World Wide Web appunto. Ma quali sono le caratteristiche di questo nuovo spazio elettronico del sapere? Tale spazio può davvero essere definito una "comunità"? E se sì, quali sono le caratteristiche di questa comunità virtuale rispetto a quelle delle comunità reali che tutti noi conosciamo?
Cominciamo col chiederci in che cosa si differenzia una comunità virtuale da una comunità che si organizza fuori della rete, una nazione, un'associazione, un partito politico. L'attenzione si focalizza subito sull'aggettivo virtuale, che pare contrapposto all'aggettivo reale: una comunità virtuale sembrerebbe la negazione d una comunità reale, ovvero di una comunità, così come è stata teorizzata dalla sociologia classica, i cui soggetti sono legati tra loro da fattori diversi di natura etnica, territoriale, linguistica, religiosa, economica o politica che li portano a interagire all'interno di questi confini piuttosto che con i membri di altre comunità. Comunità virtuale, come sostiene Ugo Fabietti nel suo saggio, sarebbe un ossimoro, un concetto che unisce in sé l'idea di un legame e l'idea di una finzione. La comunità virtuale però, che si fonda su una doppia finzione (una di fatto, in quanto "comunità", e una di nome, in quanto "virtuale"), a parere di Fabietti non è qualcosa di radicalmente diverso dalle altre forme di comunità che l'hanno storicamente preceduta.

© 1999, Associazione Culturale Mimesis


I curatori
Paola Carbone è ricercatrice presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM. Si è occupata di teoria della critica letteraria. Attualmente si interessa alle possibilità di utilizzo delle nuove tecnologie informatiche nello studio della letteratura e della scrittura creativa.

Paolo Ferri è professore a contratto presso la cattedra di Lingua e letteratura inglese III della Libera Università IULM. Tra le sue publbicazioni: Storicismo tedesco, La rivoluzione digitale, Dall'individuo virtuale alla comunità personale.



Guido Ceronetti
La fragilità del pensare
antologia filosofica personale

"I demoni non sono più esclusivi abitatori di rovine. Hanno capito che questa civiltà è tutta un immenso brulicare di rovine, perché riflette l'uomo nella sua integrità di male."


Un libro che raccoglie aforismi, una antologia filosofica, una piccola summa del pensiero dello scrittore. La fragilità del pensare è una lettura fondamentale per la comprensione di questo intellettuale profondamente "disorganico", che è vissuto e ha scritto fuori dagli schemi e dai percorsi tradizionali della cultura ufficiale. Emanuela Muratori, curatrice della raccolta, ha compiuto un'ammirabile opera di riorganizzazione in voci, che procedono in ordine alfabetico, di opere già pubblicate, di quaderni inediti di appunti, di articoli e saggi usciti su quotidiani e riviste. Vasto materiale che, in questa veste, offre un esempio di pensiero strutturato e coerente, di visione del mondo dolorosamente organica, ma anche di vera passione per la letteratura e la poesia.
La cupezza angosciante di molte considerazioni viene attenuata da un uso frequente dell'ironia (talvolta molto amara), dal paradosso che Ceronetti utilizza permettendoci di scorgerne la verità implicita, da giochi di parole densi di umorismo e dal grottesco inconsapevole di tanti aspetti della contemporaneità.
Ciò che è brutto e sgradevole, ciò che oltraggia il senso estetico ha in sé una colpa, è specchio di un malessere profondo che ha contaminato l'umanità. "L'aumento degli assassinii è conseguenza della diminuzione di buone maniere", e ancora: "Il brutto cancella l'intelligibilità del mondo", "L'impotenza definitiva a creare e a conservare la Bellezza è uno strazio peggiore del dover morire esteso a tutti quanti".
Anche l'amore è visto come sofferenza, anzi come prodotto del dolore. Solo l'individuo che possiede sensibilità può e sa amare, ma costui ha necessariamente subito aggressioni e violenze e non può non avere ferite: "Amarsi è scambiarsi le ferite: più ce ne sono più c'è amore. Gli indenni non amano".
Tanta amarezza e tanto pessimismo hanno per contrappeso momenti di divertimento e di gioco: "I lupi mannari hanno, di solito, gusti molto raffinati e rivolgono le loro attenzioni a carni molto tenere. Il lupo di Perrault, che divora con indifferenza prima una vecchia e poi una bambina, è la vergogna dell'intera licantropia", oppure "È più facile accettare il crimine sporadico che l'ottusità permanente".
In conclusione la raffinata cultura di cui ogni frase della raccolta è pregna, nulla toglie alla delicata sensibilità, alla profondamente umana sofferenza di Ceronetti. Il pessimismo sull'uomo, il giudicarlo un animale degradato da questa corrotta modernità non appare un elemento di paralisi, anzi il suo grido ribelle è davvero vitale: "Soffrire è il mio mestiere di uomo, e non facendolo passabilmente, rischierei di morire scontento, cosa che temo come il disonore".


La fragilità del pensare. Antologia filosofica personale di Guido Ceronetti, a cura di Emanuela Muratori
Pag. 341, Lire 16.000 - Edizioni Rizzoli (Bur. La Scala)
ISBN 88-17-10634-8


Le prime righe

A


abbraccio

...Il vuoto, foglia nel buio
Venga e ci abbracci, purché sia abbraccio

DIST

abbronzatura
Chi riuscisse a liberare le donne d'Occidente, e anche un certo numero di uomini, dalla fissazione che l'abbronzatura estiva sia una buona e indispensabile cosa sarebbe un magnifico taumaturgo.

CFL

In quanto a potere femminile, le "abbronzatissime" sono da tenere più che si può lontane dalle Stanze dei Bottoni: la diagnosi è di demenza.

SI

Abelardo ed Eloisa
La leggenda di Abelardo ed Eloisa sembra giudiziosamente suggerire, agli amanti disuniti che le circostanze della morte potrebbero ricongiungere, l'inumazione dei loro corpi. Macinati dal fuoco, liquefatti dal calore, la speranza di una riunione materiale che li preoccupa cade; ma nella pietra e nella terra tutto è possibile. Finché resta carne, finché c'è un osso - almeno il sacro - c'è fornicazione. Un fratello e una sorella in Cristo non dovrebbero conoscere che ricongiungimenti pneumatici; non fu così. Perché quando Eloisa, venti anni dopo Abelardo, fu calata accanto a lui nel sepolcro, Abelardo aprì le braccia e le rinchiuse sopra di lei, e in quella posizione di Eros tumulario rimasero, finché non fu tutta tornata polvere la polvere.

OM

abitare
Un manuale per abitare può cominciare così: Prima di crearvi un interno piacevole cercate che l'esterno non sia di afflizione. La bruttura e l'infelicità esterne possono suggerire un bell'arredamento - leggero e luminoso, contro l'aria pesante e nera - però sul cuore è l'esterno che preme e trafigge.

CFL



© 2000, RCS Libri


L'autore
Guido Ceronetti è scrittore, marionettista e artista di strada. Come giornalista è attivo dal 1945. Tra le sue opere, la raccolta di poesie La Distanza, il saggio introduttivo a La gioia di vivere di Emile Zola. Nato a Torino nel 1927, ha abitato lungamente a Roma e abita tuttora in Italia Centrale.



Francisco Coloane
L'ultimo mozzo della Baquedano

"Sono Alejandro Silva Cáceres, ho quindici anni, alunno del Liceo di Talcahuano [...] volevo diventare marinaio."


Così si presenta il protagonista nelle primissime pagine di questo breve romanzo: un ragazzino nascosto nella cambusa di prua di una nave-scuola al suo ultimo viaggio, che rincorre l'avventura e scappa dalla miseria. Alejandro viene scoperto quando non è più possibile rimandarlo a terra, e così rimane sulla nave in qualità di mozzo. Naturalmente deve imparare tutte le regole che vigono a bordo e tutti i termini marinari, prima di iniziare a svolgere i compiti che gli verranno assegnati. La buona volontà non manca, ma l'inesperienza lo porta a commettere qualche errore. I compagni di viaggio sono spietati: chi sbaglia viene ridicolizzato di fronte a tutti, inesorabilmente. Anche questa è una cosa da imparare. L'autore descrive, con la grande competenza data dall'esperienza personale, il clima difficile di convivenza su una nave, la forte valenza gerarchica, la volontà e il coraggio necessari a un ragazzino di quindici anni, impreparato e ingenuo, per non cedere allo sconforto. Ma in fondo non tutti gli uomini a bordo hanno un carattere così rude. Qualcuno sa come affascinare i giovani mozzi con racconti di mitiche navigazioni, di avventure terrificanti vissute in mare, di fantasmi, misteri e persino di perfide polene materializzate... L'ultimo mozzo della Baquedano è un romanzo di formazione, che trova la sua estrema realizzazione nel ritrovamento fortuito del fratello. Ma quest'opera (apparsa per la prima volta in lingua originale nel 1977 e solo ora tradotta in Italia) è anche una classica storia marinara: da Punta Arenas (ai margini dello stretto di Magellano, di fronte alla Terra del Fuoco) ai fiordi nascosti lungo le coste, dalle tempeste in pieno oceano agli insidiosi iceberg galleggianti, dalla caccia alle balene all'esplorazione nel "paradiso delle lontre". Coloane non tradisce le aspettative dei lettori, mantenendo sempre il ritmo narrativo e la trama avventurosa cui ci ha abituati. La sua scrittura è sicura, stringata, ricca di dialoghi e potrà piacere anche ai lettori più giovani.


L'ultimo mozzo della Baquedano di Francisco Coloane
Titolo originale dell'opera: El último grumete de la Baquedano

Traduzione di Pino Cacucci
Pag. 116, Lire 18.000 - Edizioni Ugo Guanda (La frontiera scomparsa)
ISBN 88-7746-966-8


Le prime righe

I
IN ROTTA VERSO SUD


"Venti gradi a babordo!" gridò il tenente di guardia sul ponte di comando della corvetta General Baquedano.
"Venti gradi a babordo!" ripeté, come un'eco, il timoniere, mentre le mani callose facevano girare vigorosamente la ruota del timone.
Una raffica del vento di nordovest inclinò la nave fino a immergere la mura di babordo tra le grandi onde, i cui dorsi neri passavano rotolando verso l'oscurità della notte; l'ululato del vento aumentò d'intensità tra il sartiame, le vele fecero scricchiolare l'alberatura e la snella nave scuola della marina militare cilena, bianca come un albatro, mise la prua a sud, spinta a dodici miglia orarie dal vento di nordovest che soffiava sulla fiancata di tribordo.
Era l'ultimo viaggio di quello splendido vascello. Dopo aver addestrato a bordo numerose generazioni di ufficiali, sottufficiali e marinai della marina cilena, l'alto comando navale aveva disposto che portasse a termine quell'ultima traversata fino a Capo Horn, per poi procedere, al ritorno, alla messa in disarmo della nave, che ormai, invecchiata nell'incessante lotta contro i mari di ogni latitudine, non offriva più le garanzie di sicurezza per navigare sulle pericolose rotte che devono solcare le navi da guerra.
Con trecento uomini di equipaggio, dal comandante ai mozzi, in una sera d'autunno aveva levato le ancore nella baia del porto militare di Talcahuano, per superare con il motore ausiliario l'isola Quiriquina e, una volta in mare aperto, aveva spiegato le vele mettendo la prua a sud, in ottemperanza agli ordini ricevuti.
Il diario di bordo, quel giorno, annotava la presenza di trecento uomini di equipaggio; ma in realtà erano trecentouno: di quest'ultimo, nessuno sapeva che fosse imbarcato. Nella cambusa di prua, nascosto sotto una cesta, rannicchiato tra rotoli di cordami e mucchi di catene, un ragazzino di circa quindici anni restava in attesa, tremando nell'ombra, del suo incerto destino.

© 2000, Ugo Guanda Editore


L'autore
Francisco Coloane, nato a Quemchi (Cile) nel 1910, interrompe giovanissimo gli studi per iniziare una vita avventurosa e girovaga nelle più remote regioni meridionali del continente americano: sarà pastore e caposquadra nelle haciendas della Terra del Fuoco, parteciperà alle ricerche petrolifere nello Stretto di Magellano, vivrà insieme ai cacciatori di foche e navigherà per anni a bordo di una baleniera, prima di iniziare (nel 1940) l'attività di scrittore. Tra i titoli tradotti in Italia: Terra del Fuoco, capo Horn, I balenieri di Quintay e La scia della balena. Fra gli altri suoi libri: Rastros del Guanaco Blanco.



Didier Daeninckx
Cannibale

"Ho sempre scritto contro. C'è un bel film, un film favoloso: Uomini contro. Per me è una massima di scrittore: essere un uomo contro."

D. Daeninckx, Ecrire en contre




Con le parole di un autore interessante un piccolo libro che mescola la finzione alla realtà, l'immaginazione alla verità. Un fatto avvenuto a Parigi nel 1931 fornisce lo spunto per un'analisi rapida ma non superficiale del drammatico contrasto tra popoli e civiltà, tra costumi differenti, inconciliabili perché incomprensibili gli uni per gli altri. Le civiltà che si confrontano sono, da un lato quella occidentale, morbosamente curiosa del "diverso", ma ferocemente incapace di accettarlo quando questi vuole uscire dal suo ruolo di semplice attrazione spettacolare; dall'altro quella antica di un popolo definito primitivo, che in realtà segue regole precise di vita inconciliabili con quelle dell'uomo bianco.
La Francia coloniale, i territori occupati, le popolazioni violentemente introdotte in un contesto nuovo, incapaci di difendersi perché non in grado di comprendere la reale portata del pericolo e, in fondo, la falsità del comportamento degli invasori. È uno dei grandi temi dell'etnologia (per ciò che riguarda lo studio obiettivo) e dell'antropologia culturale (per l'analisi): l'inserimento forzato in un contesto incomprensibile può generare solo scompensi, frustrazioni, crisi socio-psicologiche di portata imprevedibile. Un tema che hanno sollevato da sempre, denunciato e studiato i grandi etnologi e antropologi e che qui, semplicemente ma con grande efficacia, Daeninckx descrive. La storia è essenziale: un gruppo di kanak (una popolazione cannibale della Nuova Caledonia) viene portato a Parigi per essere mostrato all'interno dello zoo, come attrazione esotica durante l'Esposizione coloniale. Il gruppo dovrà fintamente svolgere le mansioni quotidiane abituali in modo che i visitatori possano avere un'idea del contesto abituale in cui i "feroci antropofagi" kanak vivono. Una parte di essi, dopo alcuni giorni, viene separata dal gruppo per essere utilizzata come merce di scambio: un circo tedesco li aspetta per riempire il vuoto lasciato dai coccodrilli, richiesti e inviati allo zoo parigino. Non vi saranno pericoli reali per questi uomini, ma gli organizzatori non hanno fatto i conti con le loro regole e la loro moralità. Una vicenda personale si sovrappone a quella generale: un giovane, Gocéné, ha promesso al padre di una ragazza, Minoé, di vegliare sempre sulla sua salute, di non abbandonarla mai. E quando questa viene destinata al circo tedesco, il giovane, rimasto a Parigi, non può sopportare l'idea di mancare al suo dovere. La vicenda è tutta qui: la fuga di Gocéné con un amico nelle strade parigine alla ricerca di una traccia per ritrovare la giovane, l'intolleranza e l'ottusità del potere, che non si sforza minimamente di comprendere le ragioni degli altri, la solidarietà sporadica della gente comune. Un fatto di vita raccontato dal protagonista stesso, anziano, ritornato da molto tempo nelle sue terre. Lui, e un suo amico bianco che lo difese nei giorni parigini e lo seguì poi in Nuova Caledonia, sono in fondo le uniche figure non tragiche di una vicenda di intolleranza e di incomprensione: uno spettacolo triste che prosegue tutt'ora.


Cannibale di Didier Daeninckx
Titolo originale dell'opera: Cannibale

Traduzione di Maurizio Ferrara
Con una nota di Marie-José Hoyet
Pag. 98, Lire 15.000 - Edizioni Lavoro (l'altra riva n.48)
ISBN 88-7910-854-9


Le prime righe



In automobile, la velocità riduce le sorprese, però ormai da tempo non ho più la forza di percorrere a piedi i cinquanta chilometri che separano Poindimié da Tendo. Il sibilo del vento sulla carrozzeria e il ronzio del motore coprono i versi delle rossette appollaiate in cima ai niaouli. Chiudo gli occhi per ricordarmi che laggiù, subito dopo la fila di pini colonnari, bisognava lasciare la pista di laterite, addentrarsi nella foresta e seguire gli itinerari tradizionali. I vecchi ci avevano insegnato a raccoglierci accanto a un baniano centenario le cui radici aeree formavano una sorta di passaggio a volta consacrato alla morte. Poi ripartivamo. Il sentiero si curvava sul fianco della collina, e arrivava il momento in cui la sommità del capo superava la cresta. Trattenevamo il passo, il respiro. In una frazione di secondo, il mondo cambiava aspetto. La terra rossa, il verde scuro del fogliame, il rivestimento argenteo dei rami sparivano, cancellati dalla saturazione di tutti i blu del creato. Strizzavamo gli occhi per riconoscere, in lontananza, la linea che congiungeva mare e cielo. Invano. Là tutto era luminoso come uno sguardo. Ci abituavamo a poco a poco alla vibrazione dell'aria. La schiuma disegnava la linea ondulante della barriera corallina e, al largo, la sabbia troppo bianca si spandeva attorno agli isolotti.
Lo scarto che fa Caroz, per evitare una buca, mi strappa alla mia fantasticheria.
"Scusami, ma l'ho vista all'ultimo. Ti ho svegliato?".
"No, ammiravo la baia di Hienghene... È così bella da non riuscire a crederci...".
Caroz si mette a ridere. Lascia il volante con una mano per darmi una pacca sulla spalla.
"Hai ragione, Gocéné! È un paesaggio tanto bello da apprezzarlo maggiormente a occhi chiusi...".
"Faresti meglio a guardare avanti, anziché dire stupidaggini...".

© 1999, Edizioni Lavoro


L'autore
Didier Daeninckx, nato in Francia nel 1948, è stato tipografo, animatore culturale e giornalista, prima di pubblicare, nel 1984, due romanzi: Meurtres pour mémoire e Le Géant inachevé, subito premiati con importanti riconoscimenti letterari. Oltre al genere poliziesco, cui ha dedicato finora una ventina di volumi, è autore di numerosi racconti, di fumetti e recentemente anche di saggi. Alcuni suoi racconti sono stati adattati per la televisione e il romanzo Lumière noire è stato trasposto sul grande schermo nel 1986 dal regista africano Med Hondo.
Sulle pagine di Café Letterario potete leggere la recensione di Il fattore fatale.



Georges Minois
Piccola storia del diavolo

"Il patto col diavolo risponde a un concetto molto antico, e, per una volta, cultura popolare e cultura alta s'incontrano per accreditarlo, mostrando anche che un patto tale, estremamente pericoloso, può essere annullato il più delle volte."


Perché parlare del diavolo? Perché un libro su di lui suscita ancora tanta curiosità? Ebbene questa strana creatura, via via immaginata e raffigurata come bellissima e seduttiva o orribile e terrificante, non ha cessato di affascinare l'immaginario collettivo. Anzi, oggi, il fiorire di sette sataniche, soprattutto negli Stati Uniti, alcuni delitti che la più recente cronaca nera ci ha proposto, portano la sua firma. Figura che nasce da tradizioni religiose antichissime che, nella loro diversità, hanno contribuito a costruirne un unico mito, ha conquistato un suo posto anche nella letteratura e nell'arte. Bello come un angelo (ma è un angelo!), caprone lussurioso, protagonista dei sabba è stato fin dall'antichità associato alla figura femminile. Tenta Eva nel Paradiso terrestre, si impossessa con grande facilità di giovani fanciulle e ha nelle streghe le sue più efficaci emissarie. Di certo una cultura millenaria costruita a proprio uso e consumo dalla popolazione maschile del pianeta non poteva che vedere l'alleanza tra donna e Satana per spiegare i propri terribili turbamenti davanti al gentil sesso e la propria fragilità davanti a pulsioni sessuali gestite con difficoltà. Eppure solo nel Nuovo Testamento, così insegna Minois, il Demonio ha una connotazione precisa, si afferma come l'"Avversario", come colui che ha il potere di opporsi a Dio stesso, giustificando in qualche modo lo "scandalo" della Croce: perché mai il figlio di Dio avrebbe dovuto incarnarsi e morire crocifisso se non per riscattare l'umanità da un potente padrone, cioè dal Diavolo? E la cristianità fu infatti la realtà culturale che con più forza affermò questa battaglia sempre reiterata tra l'uomo che tende alla salvezza e al bene e il suo tentatore, il nemico di Dio, il gran seduttore.
Tracciando questa breve storia del diavolo, l'autore mostra come, al di là del dato religioso, anche l'essere stato trasformato in mito, renda Satana protagonista dell'immaginario collettivo, e quindi figura degna di studio e di analisi. In epoca più recente la ribellione a Dio è andata significando ogni forma di rivolta e di rifiuto dell'ordine costituito: il libero pensiero e la rivolta sociale sono spesso simboleggiati da questa figura di angelo ribelle, di Prometeo troppe volte denigrato.
Ma l'origine e la storia di Satana sono soprattutto l'urgenza tutta umana di trovare una spiegazione al male del mondo e, nello stesso tempo, il sogno dell'eterna giovinezza, il rifiuto della vecchiaia e della decadenza. I patti firmati col diavolo che tanta letteratura ci ha proposto sono proprio questo, ma in genere il loro esito è tragico, perché al dolore e alla morte non c'è rimedio.
E dopo aver letto questa interessante e documentata Piccola storia del diavolo, mi piace suggerire la lettura, più leggera ed evasiva, di un delizioso romanzo di Cazotte, Il diavolo innamorato: un gioco letterario settecentesco che presenta questo "povero diavolo" in una luce davvero simpatica e divertente.


Piccola storia del diavolo di Georges Minois
Titolo originale: Le diable

Traduzione di Nicola Muschitiello
Pag. 124, Lire 18.000 - Edizioni il Mulino (Intersezioni n. 200)
ISBN 88-15-07336-1


Le prime righe

Premessa


Il diavolo è un essere dotato di ragione. Non è affatto una creatura irrazionale; è, anzi, il risultato del tentativo dello spirito umano di trovare una spiegazione logica al problema del male. Spiegazione che è mitica per gli increduli, reale per i credenti. La differenza è meno grande di quel che sembri: un mito può risultare autonomo ed efficace quanto una persona reale. Facendosi carico dei fantasmi collettivi e individuali, il mito si anima e diventa operativo. Nella cultura occidentale cristiana, che ha portato all'estremo la riflessione sul male, il diavolo svolge una funzione importantissima, ancora viva ai giorni nostri. Non si può separare il diavolo da Dio: è parte integrante dei sistemi esplicativi del mondo secondo un orientamento religioso, essendo egli uno spirito, un ente soprannaturale totalmente escluso da una visione materialistica dell'universo. Tuttavia, anche all'interno delle religioni, la sua esistenza non è sempre e parimenti assodata. Le religioni politeistiche non hanno veramente bisogno di lui: la molteplicità di dèi, che pone un limite al loro potere e li rende rivali, è sufficiente a spiegare perché esiste il male, che è causato appunto da tali esseri ambivalenti, che certe volte fanno il bene e certe volte distruggono, nel loro interesse. Al contrario, le religioni monoteistiche non possono fare a meno del diavolo: se vi è un unico Dio, Egli è all'origine di tutto, del bene come del male; la sola maniera di evitare questo scandalo è di trovare una scappatoia che permetta di spiegare come sia possibile il male. La scappatoia è appunto il diavolo; non c'è altro modo. E occorrerà poi spiegare com'è possibile che un ente inferiore abbia potuto turbare la creazione dell'Onnipotente. Quanto più Dio è identificato con l'Assoluto, ed è potente, buono e universale, tanto più ha bisogno del diavolo. È questo il motivo per cui la più completa concezione del diavolo l'abbiamo nel cristianesimo. È paradossale: solo Satana può salvare Dio. Come potrebbero i fedeli, anche per un solo istante, credere in un Dio unico, onnipotente e infinitamente buono, se non ci fosse un Satana come responsabile delle incredibili sofferenze fisiche e morali della creazione? Come avrebbe potuto, un Dio perfetto, creare un mondo così pietoso? "Senza diavolo, non c'è Dio", diceva John Welsey; e viceversa, naturalmente. È una coppia inseparabile.

© 1999, Società editrice il Mulino


L'autore
Georges Minois, storico è autore di Histoire des enfers, Histoire du suicide, Histoire de l'athéisme. Tutti pubblicati da Fayard. In italiano è già uscita la sua Piccola storia dell'inferno.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




21 gennaio 2000