John Fante
Lettere. 1932-1981

"La prima grande perdita dopo una gamba è la capacità di scrivere. È come lottare con un pesante pneumatico di gomma appeso al collo. Non chiedermi perché. Riesco solo a pensare a quel peso grande e senza speranza che ti preme sulle braccia."


Per conoscere davvero un autore complesso come John Fante è molto utile affrontare la lettura del suo epistolario. Pur essendo un'affermazione valida per ogni grande scrittore, in questo caso può esserlo più che in altri. Un po' perché Fante, oltre a essere un romanziere universalmente apprezzato, è stato sceneggiatore e ha lavorato a lungo nella fantastica e terribile macchina del cinema Hollywoodiano (che specie negli anni che lo hanno visto protagonista era in perpetua e frenetica attività e triturava i suoi protagonisti senza pietà) e un po' perché la sua esistenza è stata segnata da molti eventi anche drammatici che è necessario conoscere per comprendere meglio il suo lavoro letterario.
Le prime righe dell'introduzione di Seamus Cooney già dipingono un personaggio: "Fra coloro che sono nominati nelle lettere raccolte in questo libro, nessuno sarebbe più stupito dello stesso John Fante di vederle stampate. In esse non c'è traccia di quella consapevolezza che indica un pensiero al futuro". Un personaggio abbastanza schivo, tutto sommato, legato ad affetti familiari come la madre (che lo amava molto), la moglie, sua sostenitrice e convinta assertrice delle sue capacità letterarie, i figli e alcuni amici, una cerchia ristretta ma molto importante. Pettegolezzi, aneddoti, curiosità, critiche, commenti, spensierati racconti e drammatiche descrizioni, ma sempre scritte con una grande capacità linguistica e affabulatoria. Una serie di testimonianze sulla sua abilità nel raccontare "storie". "Per apprezzare la vivacità e la franchezza del tono di queste lettere - scrive ancora Cooney - non bisogna dare ingenuamente per scontato che esse rendano la verità della personalità di Fante. Egli mentiva sull'età, tanto per dare un esempio piccolo, ma significativo, delle licenze che si prendeva con i fatti". Un italo-americano sanguigno e talvolta un po' bugiardo, arrogante e irritabile ma anche vivace e divertente (seppure poco autoironico...) e capace di mutare personalità in base all'interlocutore (un po' lo Zelig di Woody Allen e un po' l'inafferrabile uomo pirandelliano). In queste lettere anche le radici di tutta la sua narrativa e la storia dei suoi successi e insuccessi d'autore, con l'escalation finale: la rivalutazione della sua opera letteraria, la liberazione dall'obbligo del lavoro di sceneggiatore, mai del tutto amato, e la fama internazionale. Anche se questa situazione felice ha trovato un uomo ormai stanco, cieco e senza gambe per colpa di una forma di diabete non curata.


Lettere. 1932-1981 di John Fante
Titolo originale dell'opera: Selected Letters. 1932-1981

A cura di Seamus Cooney
Traduzione di Alessandra Osti
Pag. 490, ill., Lire 35.000 - Edizioni Fazi (Le terre n.24)
ISBN 88-8112-121-2



Le prime righe



Le prime lettere che ci sono pervenute datano 1932 periodo in cui i genitori e i fratelli di Fante si erano riuniti e vivevano a Roseville, e Fante, ventitreenne, mandava a casa dei resoconti della sua lotta per la sopravvivenza a Los Angeles. Viveva, in quel momento, con la sua fidanzata, Helen Purcell, un'insegnante di musica di dieci anni più grande (e che sua madre temeva che sposasse). La fame e la povertà, la speranza e la determinazione - mai però autocommiserazione - riecheggiano nelle lettere di questi primi anni.
Fante si era già risolto a lasciare un segno nel mondo come scrittore. Aveva scritto a H.L. Mencken, editor di "The American Mercury" dal 1930, e aveva ottenuto il suo primo successo editoriale nel 1932 quando Mencken aveva accettato due suoi racconti.
Alla fine dell'anno non solo aveva stretto amicizie importanti che sarebbero durate per tutta la vita - in particolare con l'avvocato e scrittore Carey McWilliams (che sarebbe diventato in seguito un giornalista radicale e un attivista per i diritti civili) e con un giovane collega scrittore italoamericano, Jo Pagano, attraverso i quali entrò in contatto con il mondo degli sceneggiatori di Hollywood - ma sarà egli stesso sul punto di proporre una sceneggiatura alla MGM.
Dall'inizio della corrispondenza che è sopravvissuta, quindi, si avverte come i due poli della vita letteraria di Fante - scrivere per Hollywood e scrivere per la propria soddisfazione personale - già esercitino entrambi la loro pressione.

[Alla madre]
[c. primavera 1932]

Cara Mamma:

La tua lettera mi è piaciuta moltissimo, specialmente la foga che metti quando parli della "vecchia gallina" che io sono sul punto di "sposare". Non c'è bisogno che ti preoccupi o che ti agiti, Mamma, io non sposerò nessuna donna di trent'anni né di ventitré, e questo per moltissime ragioni. Anche se potessi mantenere una moglie non ne vorrei una in giro per casa. Ho visto troppo della vita matrimoniale per poter cambiare l'idea che ne ho, ovvero che si tratti di una faccenda estremamente complessa, che non vale la candela. Peggio ancora, non sono proprio il tipo che si dovrebbe sposare. Si dà il caso che io sappia di essere troppo simile a papà per poter veramente apprezzare una moglie e i sacrifici che fa per il marito e i figli. Dunque non preoccuparti. Non mi sposo.
Non ho trovato lavoro, ma sto aspettando notizie promettenti dall'impresa del ghiaccio. Con il calore dell'inizio della primavera, il mercato del ghiaccio aumenta naturalmente, e così le mie possibilità di riottenere il vecchio impiego. Comunque, nel momento stesso in cui comincerò a lavorare, traslocherò. Alcuni amici mi hanno chiesto di dividere con loro un appartamento. L'affitto sarebbe solo di 5 dollari al mese.
Le prospettive per l'estate sono aumentate, ora ammontano a tre:
1ª: Il vecchio lavoro alla Catalina Company.
2ª: Una possibilità di lavorare per Merritt, Chapman e Scott, ingegneri edili, attraverso Gordon Rogers, figlio del dott. Rogers.
3ª: Un possibile viaggio intorno al mondo con un amico che mi può trovare lavoro su una nave da crociera.
Al momento è impossibile dire quello che farò. Sono assolutamente troppo impegnato per pensare all'estate.
Ora voglio raccontare a mia madre alcune notizie personali. La prossima settimana sarò circonciso! Questa faccenda sanguinolenta doveva essere fatta quando ero in fasce, ma non importa, sarà fatta la prossima settimana. Desidero che sia così per una serie di ragioni che non ho voglia di elencare adesso. Comunque, non c'è bisogno di preoccuparsi. L'operazione è semplice, e non è dolorosa; inoltre non voglio che tu pensi al peggio - ovvero - sono fisicamente perfettamente normale. In me non c'è niente che non vada. Non ho una malattia venerea. Non sono malato. Non mi ammalerò. Non sono stato malato.
I tuoi due dollari mi hanno fatto molto comodo. Dio solo sa cosa avrei fatto senza. Mandamene altri quando puoi - e se puoi.
Charles Ingold è tornato in città, anche se non l'ho visto e non mi importa un accidente di vederlo.
Mi somiglia questo schizzo? L'ha disegnato oggi un amico, e ho pensato che ti avrebbe fatto piacere vederlo.
Il mio amore a tutti, tuo figlio,

J. Fante



© 1999, Fazi Editore


L'autore
John Fante, nato in Colorado nel 1909 e morto a Los Angeles nel 1983, è tra i maggiori scrittori del Novecento americano. Nel 1938 pubblicò il suo primo romanzo Aspetta primavera, Bandini. L'anno seguente fu dato alle stampe Chiedi alla polvere. Dopo un periodo di lavoro a Hollywood come sceneggiatore, Fante pubblicò altri tre romanzi: Full of life (1952), La confraternita del Chianti (1977) e Sogni di Bunker Hill (1982). Alla sua morte, nel 1983, la moglie Joyce portò alla luce vari inediti tra cui Un anno terribile e A ovest di Roma. Sul Café Letterario potete trovare le recensioni di Dago Red e Il Dio di mio padre.



Tomás Eloy Martínez
Il romanzo di Perón

"Questa passione degli uomini per la verità mi è sempre parsa insensata. I fatti stanno su questa sponda del fiume. Bene: io li riferisco così come li vedo. Ma chi mi assicura che io li veda esattamente come sono?"


Una storia complessa e ambigua, vicende reali che si intrecciano in modo inestricabile con magia e sortilegi: tutto ciò è stata la storica vicenda di Perón e del peronismo. Una ragazza dall'aria fragile che si trasforma in eroina nazionale e che sa costruire intorno a sé un mito compiendo una totale identificazione tra sé e il popolo di diseredati e di esclusi da cui avrà in cambio un amore incontrollabile. Questo romanzo di Tomás Eloy Martínez propone una rilettura della vicenda umana e politica del "Generale" partendo dalla ricostruzione che lui stesso fa della sua vita durante il viaggio di ritorno in patria dalla Spagna nel 1973. La storia vista "in soggettiva" offre qualcosa di più di un saggio, mostra i sentimenti, le emozioni, i turbamenti e le paure dei protagonisti e questo romanzo cerca appunto di presentare l'evoluzione di un sistema politico che, attraverso due differenti figure femminili, Eva e Isabel, entrambe mogli del Generale, evolve da una forma populistica e paternalistica di pseudosocialismo a una delle più cruente dittature militari.
"La volontà di potere si fonda non tanto su ciò che si fa quanto su ciò che si è disposti a fare" e questa è una premessa importante: se si è disposti a usare ogni arma per conseguire il potere (compresa la magia) allora è molto difficile non vedere delle conseguenze tragiche nella gestione stessa di quel potere così caparbiamente voluto. Perón è ormai vecchio e stanco, poco consapevole delle trame che vengono tessute intorno a lui e dell'uso che viene fatto, dalla moglie e dai suoi consiglieri, della sua stessa persona. Anche Evita, morta da anni, il cui cadavere era stato trafugato e sepolto misteriosamente altrove, ora può ritornare in patria. Nella casa del Generale le verrà riservato un luogo sacro, in un piano alto, dove verrà posta momentaneamente la sua bara prima dei solenni funerali pubblici. La sua ombra continuerà ad aleggiare su ciò che in quella casa si svolge. Con la magia, il malefico López Rega cercherà di trasmettere in Isabel i poteri e la personalità di Evita e il Generale sentirà il profumo della morta intorno a sé e i ricordi (malattia dolorosa e inguaribile) torneranno con tutto il loro peso.
In questo romanzo, è proprio Eva, l'assente, la morta, ad apparire come l'autentica figura positiva, come l'unico essere forte e sicuro di sé. Gli altri, così importanti per gli eventi che saranno in grado di provocare, appaiono però figure di secondo piano, grette e meschine.
È proprio della letteratura latinoamericana l'uso frequente di immagini e di simboli, ma nel caso di questo romanzo il dato di particolare interesse e originalità è la commistione tra cronaca e fantasia, tra realtà storica, mito ed elemento magico.


Il romanzo di Perón di Tomás Eloy Martínez
Titolo originale: La novela de Perón

Traduzione di Pino Cacucci
Pag. 352, Lire 30.000 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-099-1


Le prime righe

Uno
ADDIO A MADRID


Ancora una volta, il generale Juan Perón sognò di camminare verso le propaggini del Polo Sud e una frotta di donne che non lo lasciava passare. Quando si svegliò, ebbe la sensazione di non essere in nessun tempo. Sapeva che era il 20 giugno 1973, ma questo non significava niente. Si trovava a bordo di un aereo decollato da Madrid all'alba del giorno più lungo dell'anno e stava volando verso la notte del giorno più corto, a Buenos Aires. L'oroscopo annunciava un'avversità sconosciuta. Di quale poteva trattarsi, se ormai l'unica che doveva ancora affrontare era la desiderata avversità della morte?
E neppure aveva fretta di arrivare da qualche parte. Stava bene così, sospeso tra i suoi sentimenti. Ma cos'erano, in fin dei conti, i sentimenti? Nulla. Da ragazzo, gli avevano detto che non era capace di sentirli, ma soltanto di rappresentarli, i sentimenti. Aveva bisogno di un motivo di tristezza o un accenno di compassione, ed ecco fatto: se li appendeva sulla faccia con una spilla. Il suo corpo vagava sempre altrove, dove gli affanni del cuore non potevano ferirlo. Persino il linguaggio si andava tingendo di parole estranee: ragazzo, in fretta. Niente gli era mai appartenuto e lui apparteneva a se stesso meno che a chiunque altro. Una sola dimora aveva considerato come propria in tutta la vita - in quegli ultimi anni, a Madrid - e aveva appena perso anche quella.
Sollevò il parasole del finestrino e immaginò il mare sotto l'aereo: cioè, la terra da nessuna parte. Sopra, sprazzi di cielo giallognolo si stendevano pigramente, da un meridiano all'altro. L'orologio del Generale marcava le cinque, ma lì, in quel punto mobile dello spazio, nessuna ora risultava veritiera.
Il suo segretario lo aveva sistemato nella cabina di prima classe, affinché risparmiasse le forze per l'arrivo e la folla che lo aspettava potesse vederlo come l'altro: il Perón del passato. Aveva a disposizione quattro poltrone, divanetti e un tavolino da pranzo. Nella penombra, osservò la moglie che si distraeva sfogliando una rivista: era minuta come un uccellino e possedeva la virtù di vedere soltanto la superficie delle persone. Il Generale aveva sempre nutrito un sacro terrore per le donne che si spingevano troppo lontano, aprendosi un varco tra i suoi non-sentimenti.
Poco prima di pranzo, il segretario lo portà a fare un giro nella classe turistica, dove viaggiava una corte di cento uomini. Non riusciva a riconoscerne quasi nessuno. Gli sussurravano all'orecchio cognomi di governatori, deputati, dirigenti sindacali. "Ah, sì" li salutava lui. "Conto su di voi. Non lasciatemi solo a Buenos Aires..." Strinse qualche mano qua e là, finché non avvertì una fitta alla bocca dello stomaco e dovette fermarsi a riprendere fiato. "Non è niente, non è niente" lo tranquillizzò il segretario, mentre lo riportava alla sua poltrona. "Non è niente" ripeté il Generale. "Ma voglio restare solo".

© 1999, Ugo Guanda Editore


L'autore
Tomás Eloy Martínez è nato nel 1934 a Tucumàn, nel nord dell'Argentina, e vive attualmente nel New Jersey, dove insegna letteratura latinoamericana alla Rutgers University. Tra le opere pubblicate in Italia Santa Evita.



Tove Nilsen
La fame dell'occhio

"Io non volevo leggere, volevo saltare. Fin da quando ero ragazzino mi sentivo come un formicolio alle gambe, un bisogno di muovermi, di correre, e detestavo dovermene stare fermo chino sui libri. Mio padre mi costringeva: Quel che ti danno i libri è l'unica cosa che nessuno ti potrà mai portare via, diceva. Era detto al vento."


Si è parlato ancora poco di questo romanzo di Tove Nilsen, uscito alla fine del '99 (una breve recensione di Marta Morazzoni sul Corriere della Sera e una più lunga e articolata analisi di Fulvio Ferrari su il manifesto). Ma è stata una scelta? O dobbiamo ancora attendere qualche settimana per vedere se i recensori lo "scopriranno"? Opterei per questa seconda ipotesi, dato che la produzione della casa editrice Iperborea è seguita con attenzione dalla critica. E non può non essere notato questo romanzo psicologico tra i più affascinanti pubblicati negli ultimi tempi nel nostro Paese. L'autrice, pur essendo ancora abbastanza giovane, è molto nota ormai in Norvegia, suo paese natale. E ora, finalmente, la sua produzione potrà essere apprezzata anche da noi, grazie all'intuito di un'editrice speciale come Emilia Lodigiani e una traduzione di qualità, opera di Danielle Braun Savio. La sua scrittura è intensa e concentrata, precisa ma essenziale. La narrazione è perfettamente equilibrata e passato e presente si intersecano senza alcuna soluzione di continuità, grazie a una logica narrativa efficace e sintetica.
Sin troppo facile il raffronto, già fatto da molti a partire dalla sua prima pubblicazione in lingua originale datata 1993, con Il processo di Kafka. Il romanzo esordisce con la narrazione in prima persona del protagonista (un giovane studente di geologia indiano, affascinato dalla neve, che vive a Olso: Azhiz Shabaz Kumar Sen), in ansiosa attesa dell'arrivo dei poliziotti che, lui già lo sa, verranno ad arrestarlo. Ospite in una casa tappezzata di libri (e legato in vario modo anch'egli alla lettura e alla cultura) Azhiz comincia il suo racconto proprio nel momento in cui i poliziotti giungono sotto le sue finestre e, dopo un'attesa che pare interminabile, bussano alla sua porta. Da qui incomincia un iter kafkiano, appunto, in cui sembra impossibile risalire alle colpe del protagonista, al delitto o al reato commesso. Perché Azhiz è stato arrestato? E perché Asle Foss, l'ispettore di polizia incaricato di interrogarlo, lo tormenta con infinite domande e non crede alle sue risposte? E perché Azhiz non racconta quasi nulla della sua vita all'ispettore, cercando quasi di sviare le indagini e rendendolo ridicolo? Di cosa viene accusato? Forse di essere uno straniero condannato a migrare di terra in terra alla ricerca di un luogo ideale in cui vivere? O di essere stato talvolta troppo irruente nel suoi rapporti con il prossimo? E perché, ancora, il giovane tenta ripetutamente di fuggire? Sono domande (tante altre se ne aggiungono durante il percorso) che non hanno una risposta definitiva e non debbono averla. Noi conosciamo il protagonista perché lui decide di svelarci il suo passato, la sua anima, i pensieri più profondi, ma non abbiamo la chiave del mistero, che sta forse nella sua molteplice personalità di uomo colto e furbo, vigliacco e coraggioso al tempo stesso.
L'occhio, il mistero della vista e, di conseguenza, del pensiero e dell'immaginazione, pervade tutta la narrazione e si ripresenta sotto varie forme: nella progressiva cecità del padre, appassionato lettore di Shakespeare e uomo importantissimo nella vita di Azhiz; nella visione traumatica di un occhio umano conservato sotto formalina e mostratogli crudamente per spiegare meglio il male inarrestabile del padre; nelle teorie del suo migliore amico, fratello della sua amante, Liv, uno "specialista del cervello" affascinato dalla vista e dai meccanismi che la regolano; negli occhi di Liv, che come i suoi hanno fame di conoscenza e di possibilità.
La fame dell'occhio è dunque fame di vita, è curiosità. E le vicende di un uomo come Azhiz Shabaz Kumar Sen sono un po' il simbolo di quell'umanità condannata a migrare in eterno e un po' il riassunto di un'esistenza troppo breve e troppo limitata. Perché se è una condanna non avere una casa, un nome, una vita definitivi, e dover fare sempre i conti con un'identità imprecisa, può essere anche una grande fortuna poter vivere per un po' tante esistenze differenti.


La fame dell'occhio di Tove Nilsen
Titolo originale dell'opera: Øyets sult

Traduzione dal norvegese di Danielle Braun Savio
Pag. 212, Lire 24.000 - Edizioni Iperborea (Narrativa n. 83)
ISBN 88-7091-083-0


Le prime righe



Qualcuno doveva aver fatto una soffiata, perché la mattina che sono arrivati si sono infilati dritti nella scala giusta non appena scesi dalla macchina. Io mi ero appostato dietro alle tende e guardavo fuori. L'aria di novembre s'inflitrava nella stanza, quell'aria di novembre norvegese che sa essere così fredda, tanto più che era già nevicato. Per chi non è mai rimasto nascosto ad aspettare di essere arrestato è difficile immaginare quanto il corpo possa tremare in momenti del genere. Mi vedevo salire a precipizio in soffitta, trascinare un cassettone o qualsiasi altra cosa abbastanza pesante sulla botola, ammonticchiare delle casse per arrivare al lucernario, lottare con la maniglia arrugginita, issarmi attraverso lo stretto pertugio, procedere in equilibrio sul tetto in forte pendenza, con il cinquanta per cento di probabilità di essere preso lassù e l'altro cinquanta di inciampare e scivolare, perdere la presa e precipitare giù.
Non sono un kamikaze. Non ci tenevo a essere raccolto sull'asfalto con il cucchiaino. E non sono neanche un eroe. Ero stato fermato dalla polizia un'unica volta, mentre pedalavo come un pazzo sulla mia bicicletta in autostrada per arrivare in tempo al traghetto per Kiel. Chi si è trovato sul punto di annegare, o comunque di morire in modo accidentale, sostiene che in quei pochi secondi ci si vede sfilare davanti tutta la propria vita. Il mio amico ricercatore, specialista del cervello, direbbe che è un'illusione, che la memoria ha una notevole capacità di compattazione, ma che in realtà sono solo alcune immagini chiave che attraversano in quel momento la nostra mente.
Sono arrivati a sirena spenta, per non lasciarmi il tempo di scappare. Li ho visti prima che loro vedessero me, grazie a quell'abitudine che mi ero imposto di guardare dalla finestra almeno una volta all'ora. Ero rimasto dietro alle tende in vestaglia, perché era mattina e anche perché mi immaginavo che fosse una buona idea: non si arresta un uomo in vestaglia e pantofole, gli si lascia almeno il tempo di vestirsi, vale a dire tempo per discutere, in fondo sono anche loro esseri umani capaci di mettersi nei panni di un altro, mi dicevo.
Si erano portati dietro il cane. Un pastore tedesco. È vero che i cani di quella razza hanno nelle mascelle una forza di pressione di qualche centinaio di chili? Anche se l'appartamento aveva il riscaldamento centrale e la moquette sul pavimento, ero abituato ad andare in giro in maglione e calze di lana. Ora invece ero nudo sotto la vestaglia e non avevo neanche le calze. Sentivo la mia pelle come la si può sentire quando nella stanza entra un freddo glaciale e il pensiero non riesce a liberarsi dall'ossessione dei denti di un cane a qualche piano di sotto.
Avevano portato le manette, le ho viste benissimo mentre scendevano dalla macchina. Quello che non teneva il cane le ha tirate fuori dalla tasca e le ha esaminate come per controllare che lo scatto funzionasse a dovere. Pareva la scena di un film, irreale, e sentivo in me una totale incredulità che potesse riguardare me, pur sapendo con certezza che nessuno degli inquilini di quell'elegante condominio di mattoni rossi si attendeva una visita della polizia. Li aveva sempre preoccupati l'assenza di citofono, benché la zona fosse quanto di più tranquillo ci si potesse immaginare. Bastava salire tre rampe di scale e si era da me. Aspettavo teso il suono del campanello, ma tutto taceva.
Se per una ragione o per l'altra tardavano, potevo forse fare in tempo a filarmela al quarto piano e starmene lì acquattato mentre loro suonavano alla mia porta. Ma era perfettamente inutile, il cane mi avrebbe sentito e fiutato, e oltretutto un comportamento del genere equivaleva a un'ammissione di colpa.
Sul tavolo del soggiorno erano posati il passaporto e un certificato che attestava che avevo bisogno di cure mediche. Il certificato era debitamente firmato e timbrato, ma ci avrebbero creduto? Perché ci mettevano tanto? Forse sapevano l'indirizzo, ma non il piano? E così passavano di porta in porta, mettendo al corrente dell'intera faccenda ciascuno dei miei sei vicini? La targhetta del nome era stata tolta molto prima che si fosse pensato di sistemarmi qui, ma la cosa non avrebbe che confermato i loro sospetti. O forse non era me che stavano cercando? Non poteva essere che una delle vecchie signore del palazzo non trovasse più i suoi gioielli e avesse denunciato il furto? Meditavano di prendere d'assalto l'appartamento? Erano armati? Non avranno mica avuto per caso l'intenzione di sparare prima di fare domande?

© 1999, Iperborea


L'autrice
Tove Nilsen, nata a Oslo nel 1952, è considerata una delle più brillanti giovani scrittrici norvegesi. Sensibile alle tematiche femminili e acuta interprete del mondo giovanile nei suoi esordi, rimane attenta osservatrice delle trasformazioni sociali del suo tempo nella decina di romanzi pubblicati. Ma è soprattutto l'esuberanza dello stile e la felicità del raccontare che le hanno valso il successo e i riconoscimenti che la critica le ha più volte attribuito. La Fame dell'occhio, primo romanzo che l'ha fatta conoscere all'estero, ha ottenuto il Premio Riksel e la nomina al Premio del Consiglio Nordico.



V. S. Ramachandran e Sandra Blakeslee
La donna che morì dal ridere
e altre storie incredibili sui misteri della mente umana

"Il famoso detto 'Possa tu vivere in tempi stimolanti' suona particolarmente calzante per chi oggi studia il cervello e il comportamento umani."


La buona divulgazione scientifica è di certo meritoria perché permette anche ai profani di accostarsi a conoscenze altamente complesse e in genere studiate solo in sedi universitarie e riservate a pochi specialisti. Questo volume è un ottimo esempio di come tematiche scientifiche possano venire trattate in modo comprensibile anche a chi conosce in modo solo superficiale la materia e come possano interessare e coinvolgere il lettore che si rente conto di quanto, comportamenti incomprensibili, anomali e apparentemente "folli", siano da attribuirsi a fenomeni di tipo neurologico e non a disturbi psichiatrici.
Il più classico (in sé già conosciuto anche dai profani) dei fenomeni trattati nel volume è quello degli "arti fantasma", cioè di braccia o gambe amputate che vengono invece sentite dall'individuo come ancora esistenti. Dita che non esistono vengono sentite muoversi, afferrare oggetti, possono distendersi e contrarsi o addirittura provocare fortissimi dolori. Esistono, dice il neurologo indiano, alcune parti del cervello preposte alla sensibilità che a un certo punto "fanno confusione", cioè si attribuiscono per vicinanza, parti del corpo che in realtà non esistono più. Così può capitare che chi ha un arto paralizzato per un ictus non abbia coscienza della sua menomazione anche se vede il proprio braccio o la propria gamba inerti: certi fenomeni fisici, neurologicamente analizzabili entrano in stretta relazione anche con reazioni di tipo inconscio di freudiana memoria. Rimuovere qualcosa di sé che non si accetta è una classica reazione studiata dalla psicoanalisi, ma spesso non è disgiunta da alcune anomalie propriamente fisiologiche.
Alcuni esempi riportati suscitano quasi ilarità, con un humour forse un po' macabro o surreale, eppure sono autentici "casi clinici": c'è chi, dopo un incidente, crede che i propri genitori siano dei "replicanti", li vede uguali a quelli veri, ma gli sembrano "altri" ed estranei; c'è chi al funerale della propria amatissima madre scoppia in un riso irrefrenabile e dopo poche ore muore per una emorragia cerebrale; o chi letteralmente muore dal ridere (e questo è il caso che dà il titolo italiano al volume), come una bibliotecaria di Filadelfia che crolla travolta da una risata (facile sarebbe ironizzare che forse i bibliotecari hanno poca abitudine al divertimento). Se è possibile suscitare in un individuo allergico ai fiori, un attacco d'asma solo alla vista di una rosa di plastica, capiamo quanto il "condizionamento" sia importante per il nostro cervello e come la "divisione tra mente e corpo non è forse altro che un artificio pedagogico utile ad ammaestrare gli studenti di medicina", ma non certo a comprendere la salute, le malattie e il comportamento umani. Da ciò si può dedurre (e la cosa è molto rassicurante) che se segnaliamo al nostro medico sintomi che lui considera risibili o assolutamente inventati, la colpa non sta in noi, ma nella sua scarsa competenza.


La donna che morì dal ridere di V. S. Ramachandran e Sandra Blakeslee
Titolo originale: Phantoms in the Brain

Prefazione di Oliver Sacks
Traduzione di Laura Serra
Pag. 362, Lire 34.000 - Edizioni Mondadori (Saggi)
ISBN 88-04-45889-5


Le prime righe

I

Il fantasma interno


Ovunque, dentro e fuori, sopra e sotto,
Non vi è null'altro che una magica lanterna
Il cui lumino, nella gabbia, è il sole,
E intorno a cui noi, fantasmi, ci agitiamo.

OMAR KHAYYAM, Roba'iyyat

Mio caro Watson, so che lei condivide il mio amore per tutto ciò
che è bizzarro e fuori dalle convenzioni e dalla noiosa routine
della vita quotidiana.

SHERLOCK HOLMES

Un uomo che porta al collo una catena d'oro con una grande croce tempestata di gemme siede nel mio studio e mi parla delle sue conversazioni con Dio, del "reale significato" del cosmo e della verità profonda nascosta sotto tutte le apparenze. Chi ha la capacità di sintonizzarsi con l'universo, dice, scopre che esso è colmo di messaggi spirituali. Guardo la sua cartella clinica e vedo che soffre di epilessia del lobo temporale fin dalla prima adolescenza: fu allora che "Dio cominciò a parlargli". Le sue esperienze mistiche hanno qualcosa a che vedere con gli attacchi epilettici?
Un giovane sportivo che ha perso una braccio in un incidente motociclistico sente ancora muoversi in maniera molto distinta il "fantasma". Con l'arto mancante gesticola e "tocca" le cose, e riesce perfino a tendere la "mano" per "afferrare" una tazza di caffè. Se di colpo gli sottraggo l'oggetto, ha un fremito di dolore e grida: "Ahi! Non mi strappi la tazzina dalle dita!".
Un'infermiera accusa un serio disturbo: una grande area cieca nel campo visivo. Ma, con suo sgomento, all'interno della regione cieca le appaiono sovente dei cartoni animati. Quando, seduta di fronte a me, mi guarda, vede sulle mie ginocchia Bugs Bunny, Timoteo, o Beep Beep. Oppure le capita di contemplare versioni a fumetti delle persone in carne e ossa che conosce da sempre.
Una maestra che, in seguito a ictus, è rimasta paralizzata nel lato sinistro del corpo afferma che il suo braccio sinistro non è paralizzato. E a un certo punto, quando le chiedo di chi è il braccio steso sul letto accanto a lei, risponde: "Di mio fratello".
Una bibliotecaria di Filadelfia, colpita da un altro tipo di ictus, d'un tratto scoppia a ridere in maniera irrefrenabile, continua a sghignazzare per un'intera giornata e alla fine muore, letteralmente, dal ridere.
Arthur, un giovane rimasto gravemente ferito alla testa in un incidente automobilistico, poco dopo la disgrazia ha la netta impressione che i suoi genitori siano stati sostituiti da "duplicati" fisicamente identici agli originali. Riconosce il loro volto, ma gli sembrano strani, ignoti. E trova un solo modo per spiegare la situazione: convincersi che il padre e la madre siano due impostori.
Queste persone non sono pazze e mandarle dallo psichiatra sarebbe una perdita di tempo. Semplicemente, hanno riportato lesioni cerebrali specifiche che producono cambiamenti del comportamento senza dubbio bizzarri, ma precisi e caratteristici. Odono voci, sentono arti mancanti, vedono cose che nessun altro vede, negano l'evidenza e fanno affermazioni assurde e singolari sugli altri esseri umani e sul mondo in cui tutti viviamo. Ma in genere sono lucide, razionali e non più matte di voi e me.

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore


Gli autori
V. S. Ramachandran è professore di neuro scienza e psicologia e direttore del Brain Percepton Laboratory all'università di San Diego, California. Autore di oltre ottanta pubblicazioni scientifiche, ha curato una Encyclopedia of Human Behavior e collabora, fra l'altro, a "The New york Times", "National Geographic", "Time" e "Life".

Sandra Blakeslee, giornalista scientifica di "New York Times", specializzata in campo neurologico, è già autrice di due libri, Second Changes e Good Marriage.



Elisabetta Rasy
L'ombra della luna

"Rabbia, impazienza, pietà furono le mie compagne fin dalla più giovane età. Questo mi spinse a lottare per la mia condizione e per quella del mio sesso, e ciò mi ha reso famosa".


Le vicende drammatiche della Rivoluzione francese, gli anni del terrore, la Francia sconvolta dalle nuove concezioni egualitarie e una donna, una straniera che vede in quel preciso momento storico una possibilità nuova per l'essere donna. Mary Wolstonecraft, la protagonista, attraversa gli eventi che sconvolgono Parigi e l'intera nazione, ma soprattutto compie un itinerario interiore che resterà come messaggio e come modello alla giovane cameriera che le era rimasta vicina per molti anni e che svolge la funzione di narratrice nel romanzo. Ma chi è Mary? Nella storia è la madre di Mary Shelley, l'autrice di una "Dichiarazione dei diritti delle donne", una saggista e una scrittrice della fine del Settecento che ispirò i primi romantici inglesi. Nel romanzo della Rasy, a questi dati, si aggiunge la descrizione delle vicende private e più intime, delle emozioni e dei dolori di questa donna straordinaria, di come la sua forte personalità sia stata messa a dura prova da un amore travolgente e infelice, di come l'infedeltà di un uomo l'abbia spinta alle soglie del suicidio, e di come però abbia trovato sempre la forza di rialzarsi, di recuperare energia e coraggio. La figura della cameriera Marguerite presenta, nel corso del romanzo (e attraverso le sue stesse parole), un'evoluzione: da ingenua e un po' rozza ragazza di campagna, con l'educazione e la frequentazione di Mary, prende via via coscienza di sé e del mondo. All'inizio è disorientata dal comportamento anomalo di quella inglese, ma ben presto inizia a capire quella signora così strana e imprevedibile così da provare per lei un affetto che, negli anni, si farà sempre più saldo e sincero. Marguerite sarà l'unica persona che seguirà sempre, nel bene e nel male, le vicende di Mary: la seguirà nei viaggi che l'infedele Gilbert le imporrà, amerà la figlia nata da quella unione irregolare e condividerà la sofferenza della sua padrona/amica con la semplice e eterna capacità delle donne di accogliere gli altri e i loro dolori. Femminista ante litteram Mary Wolstonecraft saprà creare nella sua giovane compagna una prima coscienza di sé e dei diritti che le sono sempre stati negati. Leggendo Rousseau, praticherà i suoi metodi educativi sulla persona che le è accanto e gradualmente la saprà liberare dal peso dell'ignoranza. Come donna si potrà sentire libera da ogni condizionamento e da ogni pregiudizio, ma non si libererà dal dolore che anzi subirà con intensità e abbandono in quanto dotata di una particolare sensibilità. Un indimenticabile ritratto di donna del Settecento tracciato nelle pagine di una donna di oggi.


L'ombra della luna di Elisabetta Rasy
Pag. 203, Lire 26.000 - Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86136-7


Le prime righe

Alla locanda

Racconto al buio


Vidi il lampo a sinistra precipitare su un boschetto di vecchie querce in mezzo a una pianura terrosa, a pochi passi da noi. Un attimo dopo, la sbandata: il cocchiere, un ragazzo spavaldo quanto sprovveduto, si era spaventato al rumore del tuono e, con una spettacolare impennata, i cavalli si erano ribellati al tocco delle sue mani agitate più che al boato del temporale. Uscii dalla carrozza, reclinata di sguincio sul bordo della strada, ringraziando il cielo di essere illeso e maledicendolo per la stoltezza delle sue creature che ora mi obbligava a un'impervia passeggiata sotto la pioggia. Non erano ancora le cinque del pomeriggio, e solo nel corso di quella notte l'estate ci avrebbe consegnato alle malinconie dell'autunno, ma l'oscurità avanzava insieme ai miei passi affrettati come se un mondo d'acqua e di buio stesse per inghiottirmi. Poi vidi la locanda. Spedii il ragazzo nelle stalle a occuparsi dei poveri animali sconvolti non meno di noi. La costruzione era scura, ma non saprei dire che aspetto avesse all'esterno. Vi entrai quasi con la stessa velocità del fulmine che ci aveva sbarrato il cammino.

"Amor mio, ti lascerò la chiave nella porta, e spero di trovarti nel mio angolo vicino al fuoco, quando rientrerò stanotte... Non sai con quanto piacere anticipo nel mio cuore il giorno in cui cominceremo a vivere insieme... Amami con quella degna tenerezza che solo in te ho trovato... Sì, sarò buona, perché possa meritare di essere felice, e fintanto che tu mi amerai, io non cadrò più in quel miserevole stato che rende la vita un peso davvero troppo grande per essere sopportato..."
Benché la discrezione m'imponesse di volgere lo sguardo altrove, i miei occhi non potevano staccarsi dal foglio gualcito, evidentemente una lettera, che la ragazza rigirava fra le mani, e abbandonava a tratti sulla tavola, fra noi. Sembrava non essersi neppure accorta della mia presenza. Quanto a me, turbato e infastidito com'ero dopo il nostro stupido incidente, non l'avrei neanche notata non fosse stato per l'estrema singolarità del suo aspetto.
Entrando nella locanda fumosa e fortunatamente semideserta, mi ero diretto verso una panca dalla quale potevo seguire, attraverso una finestrella malconcia, l'andamento del temporale che mi costringeva a sostare. A un primo sguardo, la figura sulla panca dall'altra parte del tavolo che m'impediva in parte, quasi ne fosse un'emanazione, la visione della pioggia violenta e scura che ci isolava dal resto del mondo, mi era parsa null'altro che un misero mucchio di stracci, un viandante derelitto e dimenticato. Solo qualche minuto dopo, abbassando lo sguardo mortificato dall'inesorabilità della pioggia, alla luce ondeggiante di una candela malamente infilata in un collo di bottiglia, mi ero accorto che si trattava di una fanciulla.

© 1999, RCS Libri


L'autrice
Elisabetta Rasy vive e lavora a Roma. Ha pubblicato romanzi e racconti: La prima estasi, Il finale della battaglia, L'altra amante, Mezzi di trasporto, Ritratti di signora (finalista al Premio Strega 1995), Posillipo (Premio Selezione Campiello 1997); vari saggi di argomento letterario molti dei quali dedicati alla scrittura femminile.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




14 gennaio 2000