Danila Comastri Montanari
Spes, ultima dea

"È vero, odio quel gusto aspro di mischia che tanti trovano esaltante, soprattutto quando ad assaggiarlo sono gli altri. Mandami a combattere, e farò il mio dovere, come ho già fatto in passato, ma non pretendere che mi piaccia. Amo i profumi, Valerio, e la guerra sa di sangue, sudore, sporcizia. La guerra puzza di morte!"


Danila Comastri Montanari è ormai una giallista affermata, ed è l'inventrice di un nuovo genere, il romanzo poliziesco ambientato nell'antica Roma. Chi per la prima volta affronta la lettura di un libro di questo genere, pagina dopo pagina, si trova immerso, quasi senza accorgersene, nell'atmosfera della classicità, di una Roma imperiale, già colpita da tutti i mali che lentamente sgretoleranno le fondamenta del suo potere: lusso sfrenato, immoralità, odi e rivalità acerrime. Quindi da una storia gialla, avvincente in sé e molto coinvolgente, si passa quasi ad una "storia sociale" della romanità. Protagonista è Publio Aurelio, un senatore piuttosto fuori dagli schemi tradizionali, ma non così "moderno" da apparire incongruo e poco credibile. Hanno tentato di ucciderlo, ma in realtà gli assassini hanno sbagliato vittima, hanno ucciso il fratello, vestito con la tunica di Publio e scambiato per il senatore. Altre vicende si intrecciano a quella, nate dalla maldicenza, dall'odio, dalla rivalità che cova nell'aristocrazia romana del tempo. Tra banchetti, momenti di riflessione in biblioteca e amori adulterini i personaggi del romanzo danno vita ad un quadro vivacissimo e affascinante dell'antichità a cui, noi lettori moderni, non possiamo sottrarci: ci piace pensare a quanta corruzione vigesse in quel mondo che la scuola ci ha proposto come modello, quanto fossero (come probabilmente erano) simili a noi gli uomini e le donne che vivevano nel primo secolo d.C., come i loro sentimenti, le loro passioni, i loro delitti stessi nascessero dalle stesse pulsioni che ancora oggi producono dolore e morte. Interessante è anche il ruolo delle donne in un romanzo a protagonista maschile, ma scritto da una donna: poca pietà per i difetti tradizionalmente attribuiti al gentil sesso, ma anche grande attenzione alle doti tipiche e uniche della femminilità. Oltre a tutto l'autrice è una studiosa, una ricercatrice e quindi la sua conoscenza dei costumi delle donne della Roma imperiale è fortemente documentata e ciò si può ben cogliere nella descrizione delle sue "eroine", nello stesso tempo Danila Comastri Montanari mostra capacità d'intreccio e vocazione quasi "drammaturgica", nella costruzione del dialogo.


Spes, ultima dea di Danila Comastri Montanari
Pag. 311, Lire 19.500 - Edizioni Hobby & Work (Publio Aurelio, un investigatore nell'antica Roma 5)
ISBN 88-7133-390-X



Le prime righe

PROLOGO

Foresta teutonica, anno 779 ad Urbe condita
(anno 26 dopo Cristo)


Il tribuno fece avanzare la cavalcatura di qualche passo e guardò giù nella pianura, là dove l'ultima centuria dell'Undicesima legione era schierata sul limitare dell'accampamento.
Tutto attorno, i boschi formicolavano di barbari. A un tratto, il silenzio dei campi fu scosso da un grido di guerra e la prima ondata di germani irruppe dalla foresta.
Dalle fila dei legionari schierati nella valle uscì il comandante, con la corazza argentea che brillava sotto il pallido sole del nord. Un braccio esile si levò col gladio sguainato nel segnale di attacco, e fu subito un infernale cozzare di spade e di giavellotti.
Immobile sul colle, il tribuno fissava l'armatura d'argento, col pennacchio rosso dell'elmo alto in mezzo all'infuriare della battaglia.
Un istante più tardi, non lo vide più.
D'istinto, affondò i talloni nel fianco del cavallo, per spingerlo nel cuore della mischia. Eppure, un attimo prima di uscire allo scoperto, trattenne le redini e, ligio agli ordini, dominò l'impulso di precipitarsi nella valle.
Soltanto quando tutti i barbari si furono riversati nella radura, la mano gli corse all'impugnatura del gladio.
Sentì l'ordine: - Formate la falange! - e riconobbe stupito la sua stessa voce. - Centurione, serra le fila! Gli uomini a cavallo mi seguano!
Una ventina di soldati si portarono al suo fianco, mentre le poche centinaia di fanti alle sue spalle si stringevano nella formazione di attacco.
- Legioni di Quinto Valerio Cepione! - chiamò, e i legionari risposero battendo le spade sugli scudi. Allora alzò il gladio e scese al galoppo, forsennatamente, verso il punto in cui aveva visto cadere l'armatura d'argento.

Due ore dopo, il tribuno avanzava tra i morti e gli agonizzanti, nel fetore dolciastro del sangue. Rivoltò un corpo, e un altro, e un altro ancora. "Spes, ultima dea", invocò, pregando di arrivare in tempo.
Infine, scorse il pennacchio rosso, in mezzo alle teste bionde dei barbari rimasti sul terreno. Lo sollevò delicatamente, spezzando la cinghia dell'elmo a mani nude. Sotto il cimiero gli occhi erano chiusi, il viso sereno: un prodigio, si disse con esultanza, gli dei avevano preservato la sua vita!

© 1999, Hobby & Work Italiana Editrice


L'autrice
Danila Comastri Montanari nasce a Bologna nel 1948. Laureata in Pedagogia e in Scienze Politiche, per venti anni ha insegnato e fatto lunghi viaggi. Il suo primo romanzo è del 1990, Mors tua, e da allora si dedica a tempo pieno alla narrativa, privilegiando il genere del giallo storico, che le permette di conciliare i suoi principali interessi: lo studio del passato e l'amore per gli intrecci mystery. Vive a Bologna con il marito e la figlia.



David Denby
Grandi libri
Le mie avventure con Omero, Rousseau, Woolf e gli altri immortali autori del canone occidentale

"Ho fatto il giornalista per tutta la vita, il critico cinematografico dal 1969, e mi piace molto il mio lavoro. All'inizio degli anni Novanta, però, incominciai a essere stufo non tanto dei film o della critica cinematografica, quanto piuttosto di vivere all'interno di quella che il filosofo francese Guy Debord ha chiamato la società dello spettacolo."


Cosa può accadere quando un critico cinematografico di grido, amante della letteratura (e marito di una scrittrice ormai celebre come Cathleen Schine), riscopre i classici e riprende a frequentare l'università? Può nascere un libro, ricco come un'antologia critica ma più soggettivo che oggettivo. Un libro personale, un saggio che si legge come un romanzo, ma che non è narrativa. Ecco dunque il risultato di questo lavoro di ricerca e di riscoperta: più di seicento pagine fitte e ricche di annotazioni, in cui si susseguono i grandi della letteratura universale, secondo criteri di selezione stabiliti dai docenti universitari della Columbia. L'opera è nata dalla volontà dell'autore di rileggere quelle opere considerate alla base della nostra cultura occidentale (da Aristotele a Machiavelli, da Dante a Tucidide, da Kant a Montaigne a Goethe, a Cervantes...), di cui tutti danno per scontata la conoscenza e che in realtà non si ricordano o non si conoscono del tutto. Un lavoro organico di rilettura non può essere disgiunto da una lavoro altrettanto complesso di critica, di analisi, di confronto. E di selezione. Naturalmente un occidentale vede secondo una prospettiva del tutto "partigiana" l'evoluzione culturale dell'umanità. Ma le minoranze etniche, come gli afroamericani, o le minoranze culturali (i seguaci di varie religioni e ideologie), o anche le donne non si sentono rappresentati da questa selezione. In questo il lavoro di Denby (e dei docenti della Columbia), nel loro tentativo di superare il limite accademico, è encomiabile: nel testo troviamo un'analisi delle opere di Gramsci, della Arendt, di Lenin, Habermas, la Beauvoir, MacKinnon, Rawls, Fanon, Malcom X, Foucault... per citarne alcuni e una buona rappresentanza di romanzieri tra otto e novecento. Anche, dunque, una visione originale, nuova, diversa della medesima storia letteraria di sempre.
Forse, tuttavia, il maggior interesse del volume sta nello scoprire come un colto uomo bianco americano di origine europea (in compagnia di professori e studenti...) possa accostarsi a quei classici per noi così familiari senza spesso riuscire a comprenderli appieno. Possibile che ancora oggi vi siano differenze culturali così radicali da rendere incomprensibile per altri (e non appartenenti a culture diverse, beninteso) ciò che per noi è quasi "istintivo"? E allora emerge dal saggio l'idea di una rivalutazione della nostra cultura umanistica, della nostra preparazione letteraria classica che ci pone ancora, e non sottovalutiamolo, in una posizione privilegiata rispetto a molti altri per ciò che riguarda la comprensione del passato occidentale.


Grandi libri. Le mie avventure con Omero, Rousseau, Woolf e gli altri immortali autori del canone occidentale di David Denby
Titolo originale dell'opera: Great Books
Traduzione dall'inglese di Lucia Olivieri
Pag. 663, Lire 35.000 - Edizioni Fazi (Le terre n.25)
ISBN 88-8112-120-4


Le prime righe

Omero I


~ L'Iliade
~ Il professor Edward Tayler sostiene che scopriremo noi stessi
~ La libreria del college e la concentrazione perduta
~ Gli studenti della Columbia ieri e oggi
~ Inizia il corso di Civiltà: Anders Stephanson e l'egemonia del calendario occidentale
~ Il professor Tayler ci insegna a leggere l'Iliade
~ Achille: il prototipo dell'eroe

Li avevo dimenticati. Avevo dimenticato gli eccessi di crudeltà e dolcezza dell'Iliade e ora, riaprendola e leggendo a caso uno dei suoi 15.693 versi, ero scioccato. Credo che il termine inglese, shocked, finirà per cadere in disuso, visto che pochi hanno saputo usarlo nel modo giusto da quando Claude Rains in Casablanca ha proferito la famosa frase: "Sono scandalizzato, davvero scandalizzato, che si giochi d'azzardo qui", mentre intascava la sua vincita. Ma uso questa parola perché è l'unica che riesca a evocare tanta eccitazione e tanto sgomento insieme. L'aspra vitalità dell'aria, la magnificenza delle navi, la grandiosità del vento e dei fuochi, la furia delle battaglie, le pianure attraversate dai cavalli terrorizzati, le bestie a briglia sciolta che crollano a terra, gli eroi a faccia in giù nella polvere, la disperante nostalgia di casa, della famiglia, dei prati e dei rituali di pace, tanto acuta da indurre alla fine a un istante di riconciliazione due acerrimi nemici, entrambi rapiti dalla nobiltà e dalla bellezza dell'antagonista. È un poema sulla guerra e anche in traduzione conserva un tale impeto drammatico e una straziante insistenza sull'orrore della guerra da suscitare nel lettore lampi di incredulità.

colse nel petto con l'asta l'intrepido
eroe Idomeneo e gli stracciò la tunica
di bronzo, che fin allora gli aveva protetto il corpo da morte;
ma allora sonò secca, squarciata dall'asta.
Diede fragore cadendo, l'asta restò infissa nel cuore,
che palpitando faceva vibrare il piede
dell'asta: il forte Ares poi ne spense la forza.

Se avessi visto quella lancia vibrare in un film splatter, mi sarei alzato e me ne sarei andato indignato dalla sporca e squallida sala cinematografica in cui veniva proiettato.

© 1999, Fazi Editore srl


L'autore
David Denby è dal 1978 critico cinematografico della rivista New York ed editor del New Yorker. Vive a Manhattan con sua moglie, la scrittrice Cathleen Schine, e i suoi due figli. Grandi libri è stato finalista del National Book Critics Circle Awards nel 1996.



Shashi Deshpande
Questione di tempo

Il modo di governare la casa di Kalyani, la routine meticolosamente costruita sulle fondamenta del dolore è stata interrotta. Non riesce a inserire quattro persone nel suo ordine di cose e, malgrado tutto, non vuole neanche accettare aiuto.


C'è qualcosa di sbagliato in una casa abitata da sole donne o da soli uomini, c'è una mancanza di equilibrio che rende la vita più difficile e triste. E questa situazione non sempre si crea per scelta, talvolta è come un peso immenso che fa crollare l'intero edificio di esistenze dopo anni di apparente equilibrio. Apparente appunto, perché nulla è mai prodotto senza sintomi che lo precedano, senza una lenta erosione, una stanchezza che può sfociare nella ribellione, nel rifiuto di una quotidianità vissuta con pesantezza. Questo è appunto quello che succede in apertura del romanzo Questione di tempo: il padre se ne va, nella casa restano la moglie e le tre figlie adolescenti, la donna non sembra sconvolta dall'evento, le ragazze invece si ribellano, ognuna a modo suo, all'abbandono. I vari personaggi, a poco a poco, si delineano: tutti hanno giustificazioni, motivazioni, solitudini e orgogli da mettere in campo per spiegare il mutare dei sentimenti e le scelte conseguenti. Il padre soprattutto (messo alle strette dalla figlia maggiore che non vuole accettare supinamente gli eventi e gli chiede spiegazioni, insistendo per farlo sentire colpevole e incoerente) arriva ad analizzare se stesso con spietata chiarezza, ma anche a giustificare il suo gesto e a vederlo parte della vita e del suo mutare. La moglie, Sumi, che in un primo momento sembra reagire all'evento con freddezza, osserva le figlie, i loro turbamenti e la loro sofferenza, si mette subito alla ricerca di una casa nuova, ma davanti alle difficoltà di una donna sola nel trovare una sistemazione adeguata alle esigenze familiari, decide di andare a vivere nella Grande Casa della sua infanzia. In quella casa vivono i nonni, Kalyani e Shripati, vecchi coniugi che da tempo hanno abbandonato ogni complicità, che non condividono più nulla, se non i rancori, i rimorsi, i silenzi. Le ragazze, le figlie di Sumi, reagiscono in modo diverso alla nuova situazione: chi rifiuta insieme al padre anche la madre, colpevole in un certo senso di quella sofferenza, chi cerca invece di prendere le distanze dagli eventi, di non farsene travolgere per non soffrire, chi matura giudizi crescendo forse troppo in fretta. Altre figure femminili entrano nel gioco dei sentimenti che l'autrice descrive: la sorella della nonna, la sorella di Sumi... Donne di più generazioni che, nella trasformazione della società indiana, hanno vissuto in maniera diversa e hanno scoperto lentamente (e non del tutto di certo) la possibilità di essere autonome e libere ma che, sempre e comunque, vedono nella maternità il centro delle loro vite, lo scopo dell'esistere. Il rapporto uomo-donna è stato spesso violento, crudele, la donna è apparsa in balia di scelta non sue, ma oggi quale strada le si apre, quali nuove possibilità? Il romanzo non dà risposte, indica però nei sentimenti e nel dialogo una ipotesi di libertà e di affermazione di sé.


Questione di tempo di Shashi Deshpande
Titolo originale: A matter of time

Traduzione di Serena Betti
Pag. 280, Lire 28.000 - Edizioni Theoria (Gli altri 6)
ISBN 88-241-0616-0


Le prime righe

Capitolo primo


Diversamente da quanto si potrebbe supporre, la casa fu chiamata Vishwas non per un richiamo astratto alla fede, ma perché un antenato, arrivato dal sud con l'esercito del Peshwa, aveva deciso di stabilire lì la dimora della sua discendenza. Il nome, inciso su una lapide di pietra fissata al muro, sta svanendo; il processo d'erosione lo ha reso pressoché indecifrabile, tuttavia la casa ne rivela il vero significato con la sua presenza, con la sua solidità. È ovvio che il suo costruttore l'edificò non solo per se stesso, ma anche per i suoi figli e per i figli dei suoi figli.
Costruita per durare nel tempo, come infatti è stato, forse grazie anche alla semplicità del disegno: oltre alle due colonne, delicatamente esili, che racchiudono il portico, non c'è nessuno di quegli ornamenti che erano così comuni al tempo in cui fu costruita. Solo una spoglia facciata quadrata che non offre spazio allo spreco. Non ci sono decorazioni che si possono logorare, né fronzoli che pendano con trascuratezza. Ovunque però si trovano i segni dell'usura e dell'incuria: negli squarci profondi dell'intonaco del muro di cinta che circonda la casa, nel grande cancello che sembra poter cadere a pezzi, in quello più piccolo che si apre su una cerniera sola.
Il cortile anteriore è spoglio. Sembra che niente sia mai cresciuto o mai crescerà su quel duro terreno infruttuoso. Uno stagno, a forma di stella, è diventato un fosso che accoglie tutti i rifiuti portati dal vento. Un festone di ragnatele, che pende da una volta sopra l'enorme porta d'ingresso, rivela quanto raramente venga usata. La famiglia entra dalla porta laterale, dove i gradini di pietra, erosi dall'uso, conducono, attraverso un piccolo cancello di legno, alla veranda. Per i suoi abitanti, la casa è la Grande Casa, che ha meritato questo nome dal raffronto con la rimessa utilizzata dal cuoco che aiutava in cucina come abitazione. Da allora, prima restaurata e poi affittata a una famiglia, si ha adesso l'impressione che quella rimessa sia stata costruita apposta lì per far risaltare le dimensioni e la magnificenza della Grande Casa: sembra una casa per le bambole, con il suo giardino in miniatura che, con il sentiero lastricato di pietra, i raffinati tulsi brindavan e i cespugli nani, contrasta in modo impressionante e quasi ridicolo con il giardino posteriore della Grande Casa. Qui si ergono i noci di cocco - e a niente vale allungare il collo per guardare oltre - i drumstick, che protendono i loro rami con una esuberante generosità, e il comune e fragile curcuma, con un tronco che compete con quello del neem.
Il quarto lato della casa mostra un altro aspetto ancora. Qui tutto cresce a dismisura e nessuno si preoccupa di dare alle piante una forma aggraziata.

© 1999, Editori Associati


L'autrice
Shashi Deshpande è nata a Dharwad, in India, nel 1941. Figlia di un eminente studioso di sanscrito, è laureata in Economia e Legge e vive con il marito e due figli a Bangalore. Considerata una delle scrittrici indoinglesi più importanti è tradotta in tutto il mondo, è conosciuta in Italia per il suo primo romanzo, Il buio non fa paura.



Friedrich Glauser
La negromante di Endor

"Chi era, o meglio, che cos'è la negromante di Endor?"...
"Che cosa sa di questo libro?" chiese la signora Nisiow a voce bassissima. Il giudice istruttore aprì un cassetto e levò in alto un volume sottile rilegato in pergamena, sul quale erano impressi in nero caratteri cirillici.



Da tempo ormai la casa editrice Sellerio ha dedicato un ampio spazio alla narrativa di genere giallo, riscoprendo, o proponendo per la prima volta, alcuni titoli interessanti e spesso molto originali. Inutile ricordare il grande successo di Camilleri, nato proprio per i tipi Sellerio, o i titoli di Daphne Du Maurier, di Patricia Highsmith, di Santo Piazzese... e Friedrich Glauser, autore svizzero con una vita molto movimentata e difficile. Di Glauser Sellerio ha già pubblicato numerosi titoli, ai quali si va ad aggiungere questa bella raccolta di brevissimi gialli psicologici.
Nel primo racconto, che dà il titolo al volume, un uomo di nome Despine si risveglia in una vasca da bagno, in un ospedale psichiatrico. Lentamente ricorda di essere un cassiere di banca mentre l'uomo che lo interpella, un medico, lo accusa di essersi appropriato di trentamila franchi. Ma quali legami possono esserci tra il furto (sempre che sia stato commesso da Despine) e il libro La negromante di Endor, ritrovato sul letto dell'indiziato, ma di proprietà dell'affittacamere, la signora Nisiow? Ben presto si capirà quanta parte questa donna abbia nella storia e che poteri particolari cerchi di mettere in pratica.
Su una traccia analoga si dipanano gli altri racconti, basati sempre su eventi straordinari, in qualche modo legati a fenomeni psichici eccezionali, talvolta quasi "paranormali", e a indagini difficili su delitti, sparizioni, furti.
Una scrittura ricercata e sofisticata si accompagna a trame ricche di mistero. Pur nella brevità dei racconti, l'autore riesce immediatamente a ricreare il clima e l'ambiente spesso inquietanti in cui vengono immaginate le storie. E i protagonisti, pur appena tratteggiati, assumono immediatamente una profondità, un'intensità particolari, che li rendono molto più "importanti" della loro breve vita di personaggi di racconto.


La negromante di Endor di Friedrich Glauser
Traduzione e note di Gabriella de' Grandi
Pag. 159, Lire 15.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n. 454)
ISBN 88-389-1539-3


Le prime righe

La negromante di Endor


1

Il 31 marzo 1925 Adrian Despine, secondo cassiere della Banque Fédérale di Ginevra, prese alloggio in una camera ammobiliata al terzo piano del numero 23 di rue de Marché. Amélie Nisiow, l'affittacamere, era vedova e viveva di rendita, come gli aveva raccontato tre giorni prima. Il marito l'aveva lasciata da dieci anni, ed era scomparso; il figlio diciottenne studiava a Parigi, all'Arts et Métiers, voleva diventare ceramista. Quel giorno Despine aveva notato un odore strano, diffuso per tutto l'appartamento. Non era sgradevole: si distinguevano chiaramente la canfora, l'olio di noci fresco e la fragranza vagamente velenosa di una pianta in fiore. Despine ritenne che la spiegazione della padrona di casa - 'Soffro d'affanno' - fosse sufficiente.

La sera del 31 marzo Despine fu occupato fino alle undici a riordinare le sue cose. La camera dava su un piccolo cortile. Davanti alla finestra correva un ballatoio di legno, che collegava la scala alla porta dell'appartamento. A poco a poco i rumori della sera si andavano spegnendo. Contro il muro della casa di fronte, il bucato steso sventolava alla luce della luna. Alle undici e un quarto - Despine era a letto a fissava il massiccio riquadro della finestra - udì lo squillo importuno del campanello. Eppure non aveva sentito camminare nessuno sul ballatoio. Il pavimento tremò sotto i passi strascicati della padrona, Despine colse un bisbiglio sommesso, poi dei passi furtivi che tornavano indietro, ma anche questa volta si trattava di una sola persona; uno scatto attutito. Despine si addormentò. In seguito, nel corso dell'interrogatorio, dichiarò di essersi svegliato una volta durante la notte: da St. Pierre gli era giunta distintamente la melodia Allons danser sous les ormeaux, poi i due rintocchi cupi.

© 1999, Sellerio editore


L'autore
Friedrich Glauser (1896-1938), scrittore svizzero, ebbe una vita dolorosa e ribelle tra viaggi, Legione straniera, soggiorni in ospedali e manicomi. Tra le opere di Glauser pubblicate in Italia: Il grafico della febbre, Il tè delle tre vecchie signore, Il sergente Studer, Il Cinese, Gourrama, Morfina.



Walter Mosley
Un piccolo cane giallo

Avrei voluto scappare via, invece mi costrinsi a restare per dare un'occhiata. Il sangue era seccato. L'uomo abbandonato in quella fredda stanza era morto da molte ore. Poteva anche concedermi qualche minuto.


Un detective dalla vita sregolata che decide di chiudere col passato e diventa capocustode in una scuola; una bella insegnante mulatta, affascinante e seduttiva; un cagnolino petulante e terribilmente ingombrante: questi i protagonisti del romanzo di Mosley, un giallo molto particolare, perché la nota dominante non è l'orrore, ma l'ironia. Easy Rawlins ha deciso di cambiare vita quando si è assunto la responsabilità di crescere due figli adottivi, un ragazzo con qualche problema adolescenziale e una deliziosa bambina. Tale senso della paternità non gli impedisce di certo di invaghirsi della bella e disponibile Idabell, un'insegnante dalla vellutata pelle color cioccolato che gli si concede senza molte resistenze, ma che gli affida il suo viziato cagnolino, minacciato di morte dal violento marito della bellissima insegnante. La storia procede con la comparsa di un cadavere non previsto e del tutto sconosciuto nel giardino della scuola in cui Easy Rawlins presta servizio. È il cognato della bella Idabell di cui utilizzava con molta disinvoltura il denaro. A questo morto se ne aggiunge un altro: il marito stesso di Idabell, trovato ammazzato nel salotto di casa. Si vengono a conoscere storie di festini ambigui e di droga, di conoscenze inaffidabili degli assassinati, di rapporti non proprio professionali tra la generosa insegnante e il vicepreside ma, nonostante la gamma dei sospettabili sia vastissima, quello che appare dover dimostrare la propria innocenza è proprio Easy. Nell'America tuttora segnata dal razzismo è facile che ciò accada se i poliziotti e gli investigatori sono bianchi e il possibile sospetto è nero. Quindi iniziano le indagini parallele (quelle ufficiali e quelle del tutto private di Rawlins) perché è chiaro che solo sciogliendo l'enigma si potrà scoprire il vero colpevole.
Cosa che, in un travolgente finale, accade.
Il romanzo presenta una trama ricca di avvenimenti, ma non si basa tanto, o solo, sulla trama: non trascura infatti la ricchezza espressiva o la caratterizzazione dei personaggi. Ma oltre a ciò vivissima è anche la descrizione della società californiana, di Los Angeles in particolare, nella seconda metà del Novecento, in cui i fermenti razziali si incrociano con l'affermazione dell'uguaglianza e della pari dignità, in cui la donna si propone sia come seduttrice e corruttrice, ma anche come essere libero e autonomo. Un romanzo insomma che, senza perdere in suspence, offre parecchie chiavi di lettura.


Un piccolo cane giallo di Walter Mosley
Titolo originale: A Little Yellow Dog

Traduzione di Anna Maria Cossiga
Pag. 331, Lire 29.000 - Marco Tropea Editore (Le Gaggie)
ISBN 88-438-0134-1


Le prime righe

1


Quando arrivai al lavoro quel lunedì mattina, mi accorsi subito che c'era qualcosa di strano. La macchina della signora Idabell Turner era già nel parcheggio esterno e la luce nella sua parte del bungalow C era accesa.
Erano le sei e mezzo. Gli insegnanti della scuola media Sojourner Truth non arrivavano mai così presto. Neppure i bidelli che lavoravano alle mie dipendenze si presentavano mai prima delle sette e un quarto. Io ero il capocustode. Spettava a me fare in modo che tutto filasse liscio, perciò arrivavo quasi sempre per primo.
Ma non quella mattina.
Era novembre e il cielo non si era ancora spogliato del tutto della notte. Mi avvicinai al bungalow con una vaga sensazione di paura. Mi tornarono in mente le immagini dei corpi su cui ero inciampato quando facevo vita di strada. Le congedai. Adesso ero un dipendente, le sostanze di cui mi occupavo andavano dalla cera per pavimenti alla candeggina, basta con il sangue. La sola arma che portavo era un temperino che aveva l'onore di penetrare carne umana solo quando mi tagliavo i calli delle dita dei piedi.
Bussai, ma non risponse nessuno. Provai con la mia chiave, ma la porta era chiusa con il catenaccio dall'interno. Poi quel maledetto cane cominciò ad abbaiare.
"Chi è?" gridò una voce di donna.
"Sono Rawlins, signora Turner. Tutto bene?"
Invece di rispondermi, armeggiò con il catenaccio e aprì la porta. Un cagnolino giallo continuava a ringhiare, tenendosi dritto sulle zampe posteriori come se fosse pronto all'attacco. Ma era tutta scena. Filò a nascondersi dietro la gonna di lana azzurra della sua padrona, in cerca di protezione.
"Oh, signor Rawlins" disse la signora Turner con quella sua voce suadente.
Gli adolescenti della Sojourner Truth seguivano le sue lezioni per poter sentire la voce sensuale di Idabell Turner, e per contemplarne le forme; nemmeno un'armatura sarebbe riuscita a nasconderle. Per gli insegnanti maschi e il vicepreside, porgerle un saluto mentre era seduta alla mensa professori era questione di vita o di morte. Però non facevano commenti su di lei quando ero nei paraggi, perché la signora Turner era una delle poche insegnanti di colore in quella scuola frequentata principalmente da neri.

© 1999, Marco Tropea Editore


L'autore
Walter Mosley è nato a Los Angeles nel 1952 e vive attualmente a New York. Già presidente del Mistery Writers of America e membro dello staff direttivo del PEN Club, ha pubblicato numerosi romanzi, oltre ai sei della serie che ha per protagonista l'investigatore privato Easy Rawlins. Di Mosley è già stato pubblicato, nelle edizioni Tropea, il romanzo Betty la nera.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




7 gennaio 2000