Henry Bauchau
Antigone

"Io non rifiuto le leggi della città, sono leggi per i vivi, non possono essere imposte ai morti. Per loro c'è un'altra legge che è inscritta nel corpo delle donne."


Antigone, la fanciulla che Sofocle ha cantato e reso immortale nei suoi versi, una figura che possiede la modernità di tanti personaggi della tragedia, del mito, dell'epos classico. Emblema di una legge superiore che nemmeno le leggi umane possono fermare, simbolo di una giustizia che supera la contingente giustizia degli uomini, così mutevole, così transitoria. Una legge interiore, la legge dell'amore, del legame familiare, del rispetto per i morti guida questa vergine ad infrangere il divieto posto dal re: nessun ordine che sia ingiusto va eseguito. Esiste insomma un discrimine fondamentale perché si rispettino le leggi umane, che non siano contrarie ad un più universale diritto. Dice di sé Antigone: "Non è per odiare che sono nata, è per amare che tanto tempo fa sono fuggita sulla strada e che ho seguito Edipo fino al luogo della sua chiaroveggenza". È lei che, per destino ineludibile, segue il padre Edipo, accecatosi per non vedere l'orrore dell'incesto di cui inconsapevolmente si è macchiato, è lei che, mendica e fedele, farà sì che all'infelice cieco venga dato il dono della chiaroveggenza, è lei che vorrà riportare la pace tra i fratelli destinati alla morte, ma che capirà che la sua azione si scontra con un destino indomabile che incombe sulla sua stirpe. Bauchau sa ricostruire la figura di Antigone, il suo tormento, la sua purezza incontaminata, il suo consapevole affronto al potere e infine la capacità di affrontare la prevedibile punizione, con grande intensità e forza. La narrazione, che procede attraverso il "punto di vista" dei personaggi, si allarga a far emergere il significato dell'arte, della rappresentazione, del colore nell'evolversi dei sentimenti e delle consapevolezze nell'uomo. Dal rosso intenso della pittura nelle prime pagine del romanzo, al tormento di far affiorare dal pezzo di legno la figura, lo spirito di Giocasta che deve poter trovare una rappresentazione plastica. Altri scrittori contemporanei hanno tratto dal mito spunto per la loro scrittura e prima tra tutte Christa Wolf che, in Cassandra prima, in Medea e, più recentemente, in L'altra Medea, ha rivisitato quelle eroine della tradizione classica offrendoci una interpretazione straordinaria di psicologie femminili. Più inserita della tradizione è quest'opera di Bauchau, forse proprio perché la figura di Antigone, fragile vergine ma dura avversaria dell'iniquità della legge, è così universale e moderna da non aver bisogno di riletture e di attualizzazioni.


Antigone di Henry Bauchau
Traduzione di Angela Vitale
Pag. 314, Lire 24.000 - Edizioni Giunti (Narratori Giunti)
ISBN 88-09-01402-2



Le prime righe

I

Il tempio rosso


Da quando Edipo è morto, i miei occhi e i miei pensieri sono orientati verso il mare ed è vicino al mare che mi rifugio sempre. All'ombra di una roccia, ascolto il rumore del porto e degli uomini e il grido degli uccelli marini. Mi ricordo del giorno in cui Giocasta mi ha detto: "Non ti dimenticare mai, Antigone, che tuo padre è prima di tutto un marinaio". Quel marinaio mi ha portato con sé nel suo vertiginoso viaggio fino al luogo che mi faceva tanta paura. Quel luogo che, dopo dieci anni sulla strada, è diventato Atene, dove ora sono sola, in lutto, in riva al mare. Contemplo nel cielo un uccello dalle grandi ali, le grandi ali di Edipo, di Giocasta e di Clios quando dipinge. Io non sono così, non sono fatta per il grande cielo e i grandi pensieri.
Edipo, un giorno, si è girato di scatto e mi ha detto: "Tu non sei mai stata sul mare, Antigone, eppure sei un vero marinaio. Senza vele, senza timone, sono anni che navighi, senza rovesciarti, in mezzo alla mia cecità, le mie vertigini, la follia di Clios e la mia". Ritrovo dentro di me quell'istante di felicità sulla strada invisibile dove continuamente ci perdevamo.
L'amico di Clios, Narsete, ritorna dal porto, dove era andato a vedere se le sue navi sono pronte per una partenza immediata. Si siede vicino a me e mi dice che l'affresco del tempio rosso è terminato. Clios si augura che io vada a vederlo domani. Perché quel tempio è rosso? Narsete mi spiega che si tratta di una grotta in cui, fin dai tempi più antichi, pescatori e pastori vengono a implorare e onorare le divinità. Da quell'antro oscuro Clios è stato ispirato, ne ha ricoperto la soglia d'ingresso di un rosso ardente che, a poco a poco, si è esteso all'intero tempio.
L'indomani l'alba è purissima, aerea, mentre saliamo al tempio, lungo un sentiero appena tracciato. La grotta è nascosta tra le rocce, abbagliata dal sole non ne scopro subito l'entrata. All'improvviso ecco il rosso, un rosso imperioso, che soggioga, alla maniera di Clios. Provo subito piacere a vederlo, a respirarlo, a sentire la sua gioia nel palmo delle mie mani. Sento il desiderio di addentrarmi più oltre nella sua sonorità. Sono in un rosso in movimento. Lo tocco sulle pareti meravigliosamente levigate, vi cammino sopra dove prende la forma di grandi lastre. Il rosso sprofonda nel nero e vi si mescola senza perdersi, dalla sua luce audace Clios ha fatto scaturire mille colori.

© 1999, Giunti Gruppo Editoriale


L'autore
Nato a Malines (Belgio) nel 1913, Henry Bauchau è poeta, romanziere, drammaturgo e psicoanalista. Nel 1958 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Géologie, che vince il premio Max Jacob. Nel 1966 entra in contatto con Jacques Lacan, di cui seguirà a lungo i seminari; nello stesso anno completa il primo romanzo La déchirure. Con Edipo sulla strada Bauchau raggiunge la notorietà internazionale: il romanzo è tradotto in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Cina e in Giappone. Ricordiamo inoltre Diotima e i leoni, Il ragazzo di Salamina, Il reggimento nero.



Stefano Benni e Goffredo Fofi
Leggere, scrivere, disobbedire
Conversazione

"La frase Io li odio i nazisti dell'Illinois! rimane una delle mie frasi preferite."


Una conversazione brillante e affascinante tra due protagonisti della vita ( e delle svolte culturali italiane) degli ultimi anni. Stefano Benni è "l'intervistato", mentre Fofi pone le domande. Anche se, alla fine, entrambi formulano quesiti e rispondono senza più divisioni di sorta.
Un discorso contro le generalizzazioni, alla ricerca del particolare che renda unici i pensieri e le cose, contro la massificazione che non crea solidarietà ma individualismo e competizione. Anche un amarcord di un passato che non esiste più o che si è trasformato nel privato come nel pubblico: dalle eccezionali figure di editor di un tempo (una per tutti Grazia Cherchi, alla quale è anche dedicato il volume), dal comico-poeta come Totò alla grande città, mitizzata e amata come Bologna, che si trasforma lentamente in qualcosa di diverso, deludente, così come deludente si manifesta la sinistra al governo quando non dimostra reale interesse a fare luce sulle stragi che hanno insanguinato la nostra storia più recente.
Quando si parla di cultura, tra le "colonne" del secolo Benni cita Beckett e Kubrick, Kafka, Joyce, West, Pynchon, Vonnegut, Ballard e Dick, e parlando di libri afferma: "I libri si possono vendere anche senza la televisione: io ne sono una dimostrazione vivente, e vado avanti su questa strada. Finché esistono in Italia sei, sette, otto scrittori che vendono senza andare sempre in televisione, o andandoci una volta all'anno, allora continuiamo a lottare..."
Lottare contro il conformismo e il trasformismo, imputato, quest'ultimo anche a personaggi come Benigni o Dario Fo, ormai troppo simpatico e "buonista" rispetto al passato, pare uno degli obiettivi che entrambi gli autori si prefiggono da sempre e continuano a perseguire. Insieme al gusto dell'analisi e alla critica costruttiva.


Leggere, scrivere, disobbedire. Conversazione di Stefano Benni e Goffredo Fofi
Pag. 110, Lire 15.000 - Edizioni minimum fax (I quaderni dello Straniero n.4. Collana diretta da Goffredo Fofi)
ISBN 88-86568-77-0


Le prime righe

Satira e politica.
Si comincia con il solito '68


Allora, da dove cominciamo?

Ma sì, dal '68. Perché no?
D'accordo, il '68 va bene.

Tra le tante utopie del '68 vanificate dalla politica c'era in grande discorso, che poi diventò solo poliziesco (o antipoliziesco), della controinformazione, l'utopia di avere dei propri media in grado di raccontare il mondo diversamente da come lo raccontavano la borghesia, il Potere, la sinistra storica e parlamentare. C'era una prevalenza della politica che ha condizionato tutti i meccanismi successivi, con una visione assai poco dialettica nei confronti della realtà. La politica doveva decidere tutto, essere al centro di tutto, e quindi tutto il discorso culturale, le "sovrastrutture", contavano pochissimo. Questa assoluta centralità della politica ci ha un po' fregato. È soltanto col '77 che, dopo molte bastonate, si è ricominciato a parlare di cultura in senso più vario e complesso. Tu, però, sei tra i pochissimi che di cultura ha parlato sempre, come anche la rivista che io facevo allora con altri compagni, "Ombre rosse": non c'erano solo Mao Tse Tung, la classe operaia, le lotte, gli scontri; c'era anche qualcos'altro e questo qualcos'altro erano i libri, i film, la vita quotidiana, la scuola, il servizio militare, la disciplina, l'antipsichiatria, l'erba voglio, eccetera... Tu sei stato uno dei pochi che ha lavorato da subito anche sulla letteratura. Il tuo primo libro quando uscì, a metà degli anni Settanta, nei primi anni Settanta?

Sì...

Era una raccolta di articoli pubblicati da Samonà e Savelli?
No, prima c'era stato Bar Sport... pubblicato dalla Mondadori di allora, che era molto diversa da quella di oggi.

© 1999, Edizioni minimum fax


Gli autori
Stefano Benni, autore di una decina di libri (tra cui i celeberrimi Bar Sport e Bar Sport duemila, ha di recente allestito con Paolo Damiani uno spettacolo di poesia e jazz dal suo libro Blues in sedici. Ha anche raccolto i suoi testi teatrali nel volume Teatro.
Goffredo Fofi, giornalista e critico cinematografico e letterario, dirige la rivista Lo straniero. Tra i suoi titoli più noti: Il cinema italiano d'oggi raccontato dai suoi protagonisti, Come in uno specchio. I grandi registi del cinema, Maledetti giornalisti (con Gad Lerner e Michele Serra), Totò (con Franca Faldini).



Margaret Doody
Aristotele detective

"Aristotele abitava in quell'epoca in una casetta vicina al Liceo. La casa non era sua... Sì, senza dubbio ammiravo molto Aristotele. Ma lui si sarebbe interessato a me? Non ero stato uno studente di particolare talento. Probabilmente non si sarebbe nemmeno rammentato chi ero. Mentre mi avvicinavo alla casa, mi sentivo spaventato della mia temerità."


Ecco un giallo veramente originale, scritto con grande capacità narrativa, avvincente e ritmato dalla prima all'ultima pagina. Strano che fosse già stato pubblicato nell'80 nella serie dei Gialli Mondadori e fosse passato quasi inosservato, forse perché, come ricorda Edmondo Dietrich, stampato in versione quasi dimezzata. Eppure non c'è nessun motivo di ridurre, di rendere in qualche modo monca questa storia, che "regge" benissimo i tempi, la trama, i personaggi. E arriviamo a questi: protagonista un giovane di nome Stefanos che vive ad Atene nel IV sec. a.C. e che si ritrova involontariamente a svolgere delle vere e proprie indagini per scagionare un suo cugino da un'accusa ingiusta e infamante: aver ucciso un ricco oligarca. Accanto a questo protagonista troviamo il deus ex machina della vicenda: Aristotele. Chiuso nella sua abitazione (una descrizione che ha giustamente richiamato a molti la figura di Nero Wolfe) Aristotele raccoglie gli indizi, indaga e deduce come un antesignano di Sherlock Holmes. E i fatti da analizzare non mancano, perché la trama si fa via via più complicata e i colpi di scena si succedono rendendo sempre più complesso il ragionamento del filosofo: dopo il primo omicidio ne arriva anche un secondo e i possibili colpevoli aumentano... Ma Aristotele, com'è prevedibile, non si fa sviare da possibili false piste e arriva alla soluzione finale. Del resto la trama , pur essendo importante trattandosi di un giallo, non è l'unico motivo di interesse del romanzo. Anzi, forse il suo aspetto più affascinante è proprio quello filosofico-deduttivo messo in atto nei ragionamenti dello Stagirita, così attuale da sembrare inverosimile e invece basato sulla grande conoscenza della filosofia e della letteratura greca dell'autrice.


Aristotele detective di Margaret Doody
Titolo originale dell'opera: Aristotle detective

Traduzione di Rosalia Coci
Postfazione di Beppe Benvenuto
Con una nota di Emanuele Ronchetti
Pag. 449, Lire 18.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n.442)
ISBN 88-389-1522-9


Le prime righe

I
Io, Stefanos


Ascoltami, o musa Clio, e aiutami nella stesura di questa storia. I fatti che riferisco sono veri. Io, Stefanos, figlio di Nichiarco, cittadino d'Atene, intendo esporre qui le strane e terribili avventure che mi capitarono nel primo anno della 112ª Olimpiade. Si vedrà così come un uomo della mia casa fu calunniato, come fu riconosciuto innocente, e come un malvagio fu consegnato alla giustizia, per opera degli Dei onnipotenti. Inoltre, potrò così celebrare la sapienza del mio consigliere, Aristotele, che io proclamo, a dispetto di tutti i detrattori, uno degli uomini migliori ed uno dei più grandi filosofi del nostro tempo.

Fu nel mese di Boedromione, al calare della terza luna dopo il solstizio d'estate, che si compì il terribile misfatto che doveva avere così lunghe e complicate conseguenze. Il giorno prima aveva avuto già abbastanza grattacapi. Ma è meglio tacere una simile inezia, ché gli dei potrebbero udirla e riderne. Ero molto preoccupato per la mia situazione. Mio padre Nichiarco era morto in primavera, ed io, giovane di ventidue anni, ero rimasto a capo della famiglia, con una madre e un fratello minore a cui provvedere, oltre alla schiera dei domestici e degli schiavi. Mia madre non aveva fratelli, e il fratello di mio padre era morto; così l'andamento di casa dipendeva interamente da me. Con il cuore ancora dolente per la perdita d'un genitore molto amato, dovevo seguire i discorsi dei fattori sulle pecore, il burro e le olive. Invece di studiare al Liceo e seguire la conversazione dei filosofi, mi toccava verificare i conti in mezzo al chiacchierio delle donne nel cortile. La mia casa manteneva ogni sorta di bisognosi: gracili vecchiette avvolte in scialli ricevevano in dono pappine d'avena, mentre i loro aitanti schiavi se ne andavano carichi di focacce e olive.

© 1999, Sellerio editore


L'autrice
Margaret Anne Doody, canadese, è professore di inglese e letteratura comparata nella Vanderbilt University. Oltre a Aristotele detective ha scritto Aristotele e la giustizia poetica, seconda inchiesta del filosofo greco, che deve ancora essere pubblicato in Italia.



Bergljot Hobæk Haff
Il rogo

"Ciò che accade nell'intimo può rendere ciechi per periodi di tempo più o meno lunghi. Grandi sconvolgimenti a livello invisibile possono fermare il sole nel cielo e zittire il vento, e far progredire una guarigione in modo così impercettibile da dare l'impressione che le condizioni del malato siano stazionarie. Avvengono molte cose del tutto spiegabili mentre gli uomini sono prigionieri di un incantesimo in attesa del risveglio."


Il bel romanzo di questa scrittrice norvegese dalla scrittura intensa, quasi epica, è ambientato in un paese sperduto con tante piccole case disseminate lungo i fianchi delle montagne e sul fondo della vallata, come ce ne sono tanti e non solo in Norvegia ma ovunque vi siano montagne ed esseri umani che le abitano. L'ombra delle vette copre per lunghi periodi il sole, lasciando le abitazioni più fredde e più tristi. Il centro del villaggio è rappresentato da un locale pubblico, una sorta di caffè dove la proprietaria Helga, ha cercato di creare un ambiente piacevole, nel limite del possibile. Il locale di Helga è il fulcro della "vita" delle discussioni, dei rapporti sociali. Qui il caldo è garantito da una stufa sempre accesa e i discorsi sono a volte "leggeri" (spesso si parla della maestra, "d'aspetto comune quanto è giusto che sia la maestra di un così piccolo angolo del mondo") a volte più impegnativi, riguardando il futuro o lo "stato" del luogo. Ogni tanto, proprio in questo locale, arriva qualche forestiero, a piedi, con uno zaino sulle spalle. Come il calzolaio, arrivato da lontano con grande fatica, sulle sue gambe troppo corte, che, aperta la sua bottega, dopo un'iniziale diffidenza, si era integrato perfettamente nella comunità, nascondendo il suo difetto fisico dietro un bancone, seduto su uno scranno, e sempre disposto, senza mai fare commenti, a rappezzare stivali, scarpe, pantofole ormai più adatti ad andare ad aumentare il mucchio dei rifiuti che a ritornare nei piedi dei proprietari.
E quando un altro forestiero, circa un anno dopo il calzolaio, varca la porta del caffè di Helga, facendo richieste troppo raffinate e precise per un gestore come lei, getta la povera donna nello sconforto. Questo personaggio singolare, il signor Allan, trova ospitalità come pensionante dalla maestra e diventa un altro protagonista della vita di paese. Vita che, lentamente ma inesorabilmente, verrà minata da tanti piccolo episodi, di cui il più grave sarà proprio un rogo, quello del titolo. La morale è: mai fidarsi degli estranei e della realtà come appare, perché probabilmente nasconde qualcosa di diverso che prima o poi può riaffiorare pericolosamente.


Il rogo di Bergljot Hobæk Haff
Titolo originale dell'opera: Bålet

Traduzione dal norvegese e postfazione di Pierina M. Marocco
Pag. 150, Lire 20.000 - Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-084-9


Le prime righe



La maestra del villaggio era d'aspetto comune quanto è giusto che sia la maestra di un così piccolo angolo del mondo. Se qualche estraneo avesse voluto informarsi su di lei domandando, per esempio, se fosse più o meno carina, chiunque si sarebbe trovato in grande imbarazzo e avrebbe risposto che non era quella la qualità più importante in una maestra. E se un giorno un visitatore, passando verso il crepuscolo davanti alla scuola, avesse domandato alla sua guida se era vero che l'insegnante viveva lì sola, in quel luogo così isolato e proprio al margine del bosco, l'uomo o la donna del posto avrebbe fatto una faccia stupita e avrebbe risposto che sì, la maestra viveva lì sola, naturalmente. Ma non aveva paura di abitare così fuori mano? E non riceveva visite da un'amica, un parente, magari un fidanzato? Dopo tutto, doveva essere stata ancora abbastanza giovane, e poi chi può sopportare di vivere così lontano dal respiro e dal calore di un altro essere umano?
Se la maestra fosse molto, o solo relativamente giovane, nessuno avrebbe potuto dirlo con certezza. Quanto a ricevere in casa un fidanzato, che razza di discorso insensato era mai quello! Una maestra non dovrebbe stare precisamente lontana ed appartata come lei, laggiù al margine del bosco? Che nel villaggio gli altri posti fossero tutti vicini e addensati in una zona ristretta era cosa naturale, che faceva parte della vita terrena.
Ma la scuola, non dovrebbe essere appunto un luogo un po' fuori mano, dove si mandano i propri figli a imparare quello che è bene sapere?
Nulla da obiettare su questo, ma doveva pur essere possibile avere una benché minima descrizione di quella persona. Era vero che non rideva mai, come sostenevano i bambini? E non aveva alcun segno particolare che consentisse di indicarla da lontano ed esclamare: "ecco la maestra, laggiù alla curva"?

© 1999, Iperborea


L'autrice
Bergljot Hobæk Haff, nata nel 1925, è una delle scrittrici norvegesi più personali, produttive, premiate e amate in patria. Sono quasi sempre epoche storiche drammatiche, periodi di guerre, l'Inquisizione, che fanno da sfondo ai suoi romanzi, spesso ispirati a miti e leggende, densi di riferimenti biblici, ma con un che di solforoso, nonostante il tono poetico, in cui dà voce agli esclusi. Per la prima volta tradotta in Italia, è con Il rogo (1962), La strega (1974) e La vergogna (1996), che si è fatta conoscere anche all'estero.



Jean Ziegler
La fame nel mondo spiegata a mio figlio

"Ogni minuto sulla terra nascono centocinquantatré bambini. La maggior parte in uno dei centoventidue paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Molti, poco dopo la nascita, raggiungono una di queste zone di sepoltura anonime. Di loro Régis Debray dice: 'Sono crocifissi fin dalla nascita'."


Il mondo occidentale, i paesi ricchi, quella piccola porzione della popolazione mondiale che consuma la maggior parte dei prodotti alimentari del globo, tentano di rimuovere dalle loro coscienze il dramma della fame, dei milioni di individui che quotidianamente muoiono per sottoalimentazione, per mancanza del minimo necessario per sopravvivere. Jean Ziegler, autore già noto in Italia per il coraggioso spirito di denuncia dei suoi libri precedenti, presenta, in un serrato dialogo con il figlio Karim, i dati e alcune spiegazioni possibili di questo scandalo che vede, alle soglie del terzo millennio, milioni di esseri umani morire di fame, e molti altri trascorrere l'esistenza in condizioni disperate. Partendo dalla Somalia e dalla carestia che ha costretto a esodi in massa uomini disperati alla ricerca di un po' di cibo, l'autore presenta i dati forniti dalla Fao per il 1998: più di trenta milioni di persone morte per fame, 828 milioni gli esseri umani che soffrono di denutrizione grave e permanente. Di certo il triste primato spetta ai paesi del terzo mondo, ma non mancano sacche di disperazione anche in Europa, soprattutto nei paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'est europeo.
Ancora più interessante è l'analisi delle cause di tale assurda divisione delle ricchezze, non è il destino, non è un'ineluttabile fatalità, tutto è dipeso dagli uomini, dall'avidità di chi ha sfruttato le risorse di alcuni paesi per potersi permettere anche il superfluo. Anche la guerra, le terribili guerre di questi ultimi anni, aggravano il problema, così come le sanzioni alimentari verso alcuni paesi che, nascendo per combattere un regime politico, in realtà colpiscono la parte più debole della popolazione di quel luogo.
Esiste, dice Ziegler, però una nuova sensibilità verso il problema e lo testimonia l'insorgere di organizzazioni che si occupano di questo tema, quali il PAM (Programma Alimentare Mondiale) o che affrontano il tema della desertificazione del pianeta. Questa calamità provoca milioni di cosiddetti "profughi ecologici" che fuggono da terre ormai diventate inabitabili e vanno a ingrossare il numero di emarginati che popolano le periferie delle metropoli.
Sono ormai annuali anche gli Earth Summit che dibattono la questione offrendo dati sempre aggiornati sul problema e presentano proposte per affrontarlo o per cercare, per lo meno, di arginarlo in parte.
Le conclusioni del libro non sono incoraggianti, Ziegler non sembra nutrire grandi speranze per il futuro, segnala organizzazioni che, come l'Enda, si muovono perché inizi una fase di sviluppo autonomo del terzo mondo, ma non vede segnali da parte dei paesi ricchi di una presa di coscienza delle proprie responsabilità. Libri come questo però, di facile lettura, di forte presa emotiva, capaci di raggiungere adulti e ragazzi, di certo sono utili mezzi di conoscenza e fanno capire come anche una pagina scritta possa trasformarsi in preziosa azione civile.


La fame nel mondo spiegata a mio figlio di Jean Ziegler
Titolo originale: La faim dans le monde expliquée à mon fils

Traduzione di Maria Cristina Reinhart
Pag. 140, Lire 16.000 - Pratiche Editrice
ISBN 88-7380-656-2


Le prime righe

I


Non capisco come l'avvicinarsi dell'anno Duemila e su un pianeta così ricco come il nostro, tanta gente continui a morire di fame.

Hai ragione, Karim! E visto che facciamo questa discussione durante la primavera del 1999, quando una terribile carestia colpisce la Somalia, questo fatto è ancora più evidente.
Il telegiornale ha iniziato a diffondere nell'indifferenza più assoluta, almeno così mi sembra, immagini di spettri somali, uomini, donne, bambini che, su gambe magre, fuggivano barcollanti dal sud della Somalia. Le hai viste queste immagini?

Per questo dico che è rivoltante!

Vedi, credo che in Occidente, nei paesi dove vivono molti ricchi, nessuno abbia preso semplicemente atto di questo orrore. O, per la precisione, ne abbiamo preso atto ma non si è verificata in noi alcuna rivolta della coscienza. Niente! La lenta distruzione, il martirio senza fine di queste famiglie somale fanno parte, come dire, di una sorta di normalità. Quanto hai visto in queste ultime sere e che adesso, all'inizio di gennaio, è già scomparso dagli schermi, mentre la tragedia prosegue e s'ingrandisce, non è che l'aspetto più "presentabile" della carestia in Somalia. In realtà questa carestia innalza montagne di cadaveri nella Somalia del sud, a Galcasc, Cola, Dugiuma, Gherille. E queste vittime non le vedi. Nessuno le vede. Le telecamere di Tf1, della Rai, della ZDF e della BBC sono a centinaia di chilometri da là, nell'Ogaden, all'entrata dei campi etiopici. Quelli che tu vedi sono, almeno temporaneamente, i sopravvissuti; sono quelli che hanno avuto la forza sufficiente per attraversare la frontiera e raggiungere uno dei feeding centers, i campi di accoglienza, nell'Ogaden per l'appunto.

Dove si trova l'Ogaden?

È la vasta provincia etiopica più vicina alla Somalia, ed è in gran parte popolata da pastori e contadini somali. L'imperatore Menelik d'Addis Abeba ha conquistato, più di ottant'anni fa, questa parte dell'antica Somalia e l'ha annessa con la forza al suo impero. Di fatto, oggi l'Etiopia è povera come Giobbe. Inoltre, l'attuale governo di Addis Abeba che, dopo una guerra di oltre vent'anni, è succeduto agli imperatori Amhara e a un dittatore militare, è anch'esso nuovamente in guerra! Questa volta contro il suo vicino settentrionale: la Repubblica d'Eritrea.
Tutto questo per dirti che le poche decine di migliaia di sopravvissuti ai massacri della Somalia del sud arrivano in un paese oggi sull'orlo della catastrofe. Molti campo d'accoglienza delle regioni etiopiche di Dolo, di Kallalo non sono più che campi di raccolta in attesa della morte.

© 1999, Nuove Pratiche Editrice


L'autore
Jean Ziegler insegna Sociologia all'università di Ginevra ed è stato eletto più volte al Parlamento svizzero. Ha scritto numerosi saggi di successo in cui ha criticato la politica e il sistema finanziario del suo Paese. In Italia sono stati tradotti: La Svizzera lava più bianco, La felicità di essere svizzeri, i banchieri di Hitler, La Svizzera, l'oro e i morti.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




17 dicembre 1999