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Christa Wolf
L'altra Medea
Premesse a un romanzo
"Possibile che una guaritrice ed esperta di magia che doveva essere emersa da antichissimi sostrati mitici, da epoche in cui i figli erano il bene supremo di una tribù e in cui le madri venivano tenute in grande stima proprio per la loro capacità di perpetuare la stirpe, proprio lei abbia ucciso i propri figli?"
Il fascino del mito permane nell'immaginario collettivo e supera inalterato il tempo e l'evoluzione culturale. Archetipi radicati nella memoria collettiva dell'umanità, i personaggi che hanno popolato i drammi della tragedia greca permangono come modelli a cui riferirsi ancora per indicare comportamenti esemplari, in senso positivo o negativo. Ma la rilettura approfondita, non superficiale, di questi personaggi emblematici può riservare sorprese. Conosciamo già il lavoro viscerale fatto da Christa Wolf su Cassandra; ora vediamo che il medesimo tentativo di andare al di là della tradizione, di scavare alla ricerca delle più profonde radici del mito, della storia, è stato fatto dalla Wolf anche su Medea. Una donna che ha osato l'inosabile, ha superato ogni limite etico, ogni barriera culturale, arrivando ad uccidere i propri figli, o una donna coraggiosa e forte, che tenta di salvare proprio i figli dall'aggressione dei Corinti? Lo stimolo arriva da una studiosa tedesca che ipotizza una rielaborazione di Euripide sulle fonti precedenti che presenterebbero Medea, appunto, come una salvatrice e non un'assassina. Dunque un esempio evidente di quella trasformazione radicale che ha generato quella società patriarcale che vede nella donna il "nemico"? "Questa cultura definita sempre più decisamente da bisogni e valori maschili - scrive la Wolf - la quale oltre tutto ha prodotto una paura del Femminile e della donna, aveva bisogno della figura della donna selvaggia, malefica, dominata da istinti sfrenati, dell'esperta di magia nera, della strega". E Medea è la vittima di questa necessità, la necessità del patriarcato di trasformare le mitologie. La Medea di Christa Wolf non ha commesso i crimini di cui è accusata, è il capro espiatorio di quel momento in cui le antiche religioni incentrate sulle divinità femminili devono lasciare il posto alle nuove dominate da dei, da figure maschili. È una lotta di potere, in cui per far soccombere l'altro, l'avversario, si deve trasformare la sua immagine in qualcosa di talmente abietto da non poter essere risollevato in alcun modo. Un'operazione riuscita nel caso di Medea.
Il saggio ripercorre l'analisi e lo studio della Wolf e il lavoro preparatorio per la realizzazione del suo romanzo Medea, pubblicato in Italia nel 1996. Ma propone anche interviste, dibattiti, interventi di altre autrici (Margaret Atwood, Anna Chiarloni, Anita Raja, Sigrun Hellmich, Margot Schmidt, Heide Göttner-Abendroth) che affrontano l'analisi critica dell'opera della scrittrice tedesca. In appendice, inoltre, sono riprodotte alcune opere pittoriche e grafiche ispirate al personaggio di Medea.
L'altra Medea. Premesse a un romanzo di Christa Wolf
A cura di Marianne Hochgeschurz
Titolo originale dell'opera: Christa Wolfs Medea. Voraussetzungen zu einem Text. Mythos und Bild
Traduzione dal tedesco di Chiara Guidi
Testi e interventi di Margot Schmidt, Heide Göttner-Abendroth, Margaret Atwood, Anna Chiarloni, Anita Raja
Pag. 140, ill., Lire 26.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-399-5
Le prime righe
Da Cassandra a Medea
Sollecitazioni e motivi per la rielaborazione
di due figure mitologiche
Di frequente mi si richiedono interpretazioni personali - spesso in relazione al mio libro Medea - soprattutto da parte di studiose e studiosi di letteratura, per i quali non c'è gioia più grande di vedersi offrire questo tipo di materiale: un materiale nel quale si tuffano con vera e propria avidità, per poi reinterpretarlo a loro volta in prima persona dopo un processo di elaborazione piuttosto oscuro. Si tratta di un gioco, di un gioco di società, e - per quanto riesco a giudicare - di uno dei giochi più inoffensivi e innocui, che peraltro potrebbe essere piacevole in un numero molto maggiore di casi se noi che stiamo al gioco non dimenticassimo di continuo per l'appunto che stiamo giocando, anche se poi in Germania questo atteggiamento viene ritenuto oltraggioso. La massima "seria è la vita, gaia sia l'arte" ci è sfuggita di mano, i significati paiono essersi tramutati nel loro contrario: il "vasto campo" dell'arte, e in particolare del narrare, dell'inventare storie, è divenuto un campo di battaglia, dove si annunciano botte e fendenti, come se su questo campo si disputasse la questione - peraltro importante per il singolo e per interi gruppi - del valore dell'uno e degli altri. E si direbbe anche che, nel caso in cui si riuscisse a contestare a un gruppo il suo valore nel passato, allora stranamente il valore dell'altro gruppo aumenterebbe in maniera direttamente proporzionale al venir meno del valore del primo. Vergangenheitsbewältigung (superamento o elaborazione del passato), si suol dire in tedesco, con una parola che non so se sia neppure il caso di tradurre in altra lingua.
A volte può davvero giovare andarsene a centinaia di chilometri di distanza, oppure arretrare di secoli, in un passato che conosciamo solo attraverso saghe e miti, per vedere cosa ci si può trovare; senza illudersi sul fatto che avremo sempre con noi un bagaglio di cui non ci potremo sbarazzare: noi stessi.
© 1999, Edizioni e/o
L'autrice
Christa Wolf, il cui cognome è in realtà Ihlenfeld, è nata a Landsberg/Warthe, oggi Gorzów Wielkopolski, nel 1929. Il romanzo che l'ha resa celebre è Il cielo diviso del 1963. Sono seguiti poi, tra gli altri: Riflessioni su Christa T., Trama d'infanzia, Nessun luogo. Da nessuna parte, Kassandra, Guasto, Quel che resta, Recita estiva, Medea.
A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato
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