Cristina Campo
Lettere a Mita

"Scusi questa lettera carica di perfezioni. È una parola che mi ossessiona, con pochissime altre - le parole di quell'era primaria del linguaggio alla quale tento invano di arrivare. È certo, in ogni caso, che tutti gli altri strati geologici del vocabolario mi sono divenuti inabitabili; mi limito, qualche volta, a chieder loro diritto di asilo."


L'ampio epistolario recentemente pubblicato da Adelphi propone un'immagine completa, e complessa, di Vittoria Guerrini, conosciuta sotto lo pseudonimo Cristina Campo (uno dei tanti che lei adottò nella sua vita). Sono lettere scritte tra il 1952 e il 1975 a Margherita Pieracci, che è anche la curatrice di questa raccolta, testimonianza di una lunga e affettuosa amicizia interrotta solo dalla morte della Campo. L'amicizia aveva per lei un'importanza assoluta, la profondità di questo sentimento appare nell'ansia dell'attesa di lettere, nella partecipazione agli eventi fondamentali nella vita dell'amica, nel pudore con cui, negli ultimi anni soprattutto, parlava delle sue malattie e della sofferenza fisica che le rendeva impossibile qualsiasi azione. Ma da questo epistolario emergono anche tutte le tematiche proprie di questa scrittrice e in particolare l'aspirazione alla perfezione, anzi l'ossessione della perfezione a cui, umanamente e professionalmente aspirava. Il profondo senso religioso, la tensione mistica che di anno in anno aumenta creano un'esigenza di abbandono e di accettazione che entra in conflitto con una personalità fortissima e tenace, che si ribella ad ogni bruttura, altrui e propria, che combatte la malattia con l'assistenza amorevole nei confronti degli altri e con uno spirito reattivo e coraggioso per quanto riguarda se stessa. Certe cadute di stile di vita di alcuni nomi famosi dell'ambiente letterario, le provocano un vero disgusto, ma non è un atteggiamento moralistico il suo, piuttosto estetico e infatti altro tema ricorrente è quello della bellezza. La Campo dice in proposito che "è un'arma a doppio taglio", caduca, spesso irraggiungibile, spesso solo vera nella forma e non nella sostanza. Bellezza fisica (le immagini dei figli dell'amica, la loro tenerezza) e bellezza nei riti e nelle cose: l'amore per la liturgia, il rifiuto della "modernizzazione" della chiesa compiuto soprattutto con l'abbandono degli antichi e affascinanti rituali. Pietro Citati in una splendida pagina critica su la Repubblica del 23 novembre, offre una lettura di questo epistolario e della sua autrice davvero illuminante. La conoscenza diretta (Citati è più volte nominato nelle Lettere a Mita) di certo ha reso la sua analisi più intensa, così come la scoperta, attraverso la lettura di questo epistolario, della crisi mistica che ha attraversato la vita della Campo, aumentano rispetto e quasi timore nei confronti di questa intellettuale raffinata e severa. Chiude la sua pagina con queste parole: "Così, alle prime ore del 10 gennaio 1977, Cristina Campo morì. Aveva cinquantatré anni. In apparenza, morì per una crisi di cuore. Sebbene sino alla fine fosse scintillante di spirito e di leggerezza, non posso non credere che si sia immolata per ansia di perfezione: la più tremenda tra tutte le ansie umane".


Lettere a Mita di Cristina Campo
A cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell
Pag. 404, Lire 35.000 - Edizioni Adelphi (Biblioteca Adelphi n. 381)
ISBN 88-459-1494-1



Le prime righe



1

16 luglio [1955]

Niente lettera! Un affettuoso pensiero da

Vie

2

[1955]

Mia cara Mita, questa era la versione del suo Allarme prima che S[eroni] me ne tagliasse qualche paragrafo. Ho solo aggiunto qualche citazione per lasciare alla B[anti] quei "passaggi" essenziali del resto già tutti impliciti nel Suo testo. Ora la prego di riscrivere tutto, senza più tener conto dei 9 minuti concessi; e di perdonare la mia continua intrusione. Ho una terza copia di questo testo, che mi dirà dove vuole sia pubblicata. La seconda l'ho data alla B. (con tutte le spiegazioni necessarie) alla festa famosa di cui le scrissi due giorni fa. Tutto vi era bantiano dall'a alla z, fuorché naturalmente la Banti: marito, dame in grandi cappelli, Contini in mezzo lutto, visita al Caravaggio morsicato e contorsionista. Lei, in scialletto bianco, unicamente preoccupata di due gatti di 5 giorni (i figli della Tommasina) che ogni momento correva a sorvegliare, sgusciando di tra la folla. Dinanzi a Longhi patetica di sussiego ("La Signorina G[uerrini], che si professa mia ammiratrice!"). La sola vera, dopo tutto, ed inerme.
Più a lungo domani o dopodomani.
Mille teneri abbracci dalla sua

Cristina

3

[1955]

Carissima, il suo articolo verrà letto il 30 di maggio. Seroni l'ha trovato bellissimo e ne sono stata felice: avevo tanta paura di rovinare ogni cosa, coi miei tagli e le mie cuciture (altre otto righe sono volate via oggi; ma tutto tornerà a posto, sulla "Posta" od altrove). Anche Y. E mia madre - di cui mi fido estremamente - hanno trovato appassionante il suo scritto ("Finalmente è presentato un libro - mi ha detto oggi Seroni - vede com'è difficile tagliare; come amputare di un capitolo il libro?")... Quanto alle lettere che dovrei distruggere, questa volta sono io a non capire; perché allora lei non distrugge le mie (del '54, per esempio; o soltanto la lettera di un mese fa dove parlavo di "giorni come amuleti"?). Lasci al tempo la memoria, questo suo unico possesso; e non tolga al passato la veste bianca, se pure l'oggi le sembri nudo e scheletrico. Non conosciamo le alchimie dei giorni - né come incontreremo in futuro ciò che abbiamo abbandonato alle spalle. Proprio lei una volta mi disse (a proposito di lettere da bruciare): "Sarebbe orribile poter distruggere o modificare il passato". (Lei sa che questa è solo una parola). Poi non comprendo le ragioni di tutto ciò; troppo scoperte e ingenue le frasi che mi riporta; ed è tardi perché il "contegno" possa apparirmi spontaneo...
Di me non le dico niente. Vengo da così lontano - da luoghi dove neppure il Penati può raggiungerci.
Stia serena, cara

Cristina



© 1999, Adelphi Edizioni


L'autrice
Cristina Campo (Bologna 1923-Roma 1977), scrittrice tra le più appartate della letteratura del Novecento, di straordinaria raffinatezza e di sconfinate letture.



Eric J. Hobsbawm
Intervista sul nuovo secolo

"Il fatto che l'America resterà ovviamente il massimo potere, non significa di per sé che il prossimo secolo sarà un secolo americano. Ma ciò che mi preme dire è che non sarà il secolo di nessun altro. Perché c'è una cosa che mi sembra sempre più chiara: il mondo è diventato troppo grande e complicato per essere dominato da un singolo Stato."


Il più importante storico vivente chiude il secolo e il millennio con questa intervista che di certo resterà come un caposaldo della storiografia contemporanea, un riferimento per qualsiasi successiva analisi, così come è avvenuto per il precedente e fondamentale saggio di Hobsbawm, Secolo breve. 1914-1991: l'era dei grandi cataclismi. Antonio Polito rivolge all'illustre interlocutore le domande che ogni buon giornalista e ogni persona consapevole può porsi osservando l'oggi e ragionando sul domani. Quindi non viene richiesto ad Hobsbawm di diventare un futurologo o una specie di mago, quanto di svolgere un ragionamento critico sull'attualità storica, politica ed economica e, da qui, trarre le inevitabili riflessioni sulle ripercussioni o sugli sviluppi prevedibili nei prossimi anni. Ciò che davvero appassiona in questo saggio-intervista è appunto l'analisi del presente: le osservazioni su ciò che significhi (o non significhi) la globalizzazione, sulla perdita di valore dello Stato nazionale o sull'evoluzione della sinistra politica internazionale. Proprio a pochi giorni dall'incontro di Firenze tra i leader dei partiti socialisti europei e Clinton, il giudizio di Hobsbawm su di loro appare particolarmente interessante. Estremamente critico nei confronti di Blair, "una Tatcher in pantaloni", mostra tutte le contraddizioni e i limiti degli assertori del free market che però cerchino di presentarsi come progressisti. "Le leggi dello sviluppo capitalistico sono semplici: massimizzare l'espansione, il profitto, l'incremento del capitale. Ma le priorità dei governi e dei popoli organizzati in società sono, per loro natura, differenti. E quindi, entro certi limiti, conflittuali". Da ciò si deduce che chi governa non può, per un dovere che gli è proprio, appiattirsi sui bisogni del capitale o del mercato, perché in ciò viene meno la sua funzione in quanto solo lo Stato-Nazione può svolgere la funzione di redistribuzione del reddito che la globalizzazione in atto tende a concentrare. Eppure, ancora oggi, nonostante il succitato esempio, esiste una grande differenza tra governanti di destra e di sinistra. Nel dichiarare ciò Hobsbawm compie una breve, ma efficace analisi storica della sinistra socialista europea, dei suoi errori e dei suoi meriti, e alla domanda (di grandissima attualità) se ci sia una "terza sinistra", lo storico risponde che dagli anni Sessanta è sorta una nuova sinistra che oggi però non ha più alle spalle il blocco sociale che "fu il pilastro di quella sociale e operaia", né ha forti basi elettorali, né un singolo progetto. Per questi motivi il suo peso è poco rilevante e la sua visibilità è data sostanzialmente dalla crisi delle sinistre tradizionali, indebolite dalla "società del consumo" e "dall'identificazione della libertà come scelta individuale, senza riguardo alle sue conseguenze sociali".
Uno degli ultimi capitoli del volume è dedicato all'Italia, alla sua storia politica e al possibile futuro: visione critica, ma molto affettuosa (soprattutto su certo passato) che lascia aperta la porta alla speranza.
Così vogliamo che sia rivolto a tutti noi l'augurio per il futuro rivolto, nell'ultima pagina del saggio, al nipotino Roman di poter "trovare una società all'altezza delle sue speranze e delle sue aspirazioni".


Intervista sul nuovo secolo di Eric J. Hobsbawm, a cura di Antonio Polito
Pag. 165, Lire 15.000 - Edizioni Laterza (Saggi tascabili n. 236)
ISBN 88-420-5898-X


Le prime righe

Introduzione
I TAROCCHI DELLO STORICO


D. Non pensi che la voglia trattare da futurologo, ma lo scopo di questa nostra conversazione è individuare alcune tendenze del nuovo secolo che comincia. Lo chiedo a lei, storico di professione e di fama, e non ad un astrologo o ad un veggente, per due ragioni. La prima è che lei stesso ha scritto che è "auspicabile, possibile e perfino necessario prevedere entro certi limiti il futuro". E che quest'esercizio, la "funzione prognostica", è stato colpevolmente trascurato dagli storici. Prevedere è parte del sapere, lo ha scritto ancora lei, parafrasando Auguste Comte. Peraltro, prevedere il futuro è anche utile. Suo suocero, avendo concluso che l'Austria non poteva evitare l'annessione hitleriana, trasferì la propria attività da Vienna a Manchester nel 1937, ma non ci furono molti altri ebrei viennesi - purtroppo - che seppero fare la stessa previsione.
È d'accordo nel tentare di delineare le grandi tendenze del Duemila sulla base delle sue conoscenze di storico, partendo cioè dalla connessione con il Novecento, dal legame tra passato e futuro?


R. Ognuno prevede o tenta di prevedere il futuro. È parte della vita, degli affari, interrogarsi su quel che il domani porterà, fin dove è possibile ognuno ci prova. Ma il processo di previsione del futuro deve necessariamente basarsi sulla conoscenza del passato. Ciò che accadrà deve avere alcune connessioni con ciò che è già accaduto. È questo il punto in cui interviene lo storico. Il quale non persegue il profitto, nel senso che il suo mestiere non consiste nel mettere a frutto la propria conoscenza per garantirsi dei guadagni. Ciò che lo storico può fare è tentare di analizzare quali parti del passato sono importanti, quali sono le tendenze e quali i problemi. Dunque, entro certi limiti, noi dobbiamo fare uno sforzo di predizione, ma essendo consapevoli del rischio di scimmiottare la preveggenza. Dobbiamo cioè sapere che molto del futuro è - in pratica o in principio - interamente imprevedibile. Ciò nondimeno, mi sembra che le cose del tutto imprevedibili siano eventi singoli, specifici; e il problema reale per gli storici è capire quanto importanti essi siano o possano essere. Talvolta possono rivelarsi rilevanti dal punto di vista dell'analisi, altre volte no.

© 1999, Gius. Lterza & Figli


L'autore
Eric J. Hobsbawm (Alessandria d'Egitto, 1917), Fellow della British Academy e Honorary Dellow del King's College di Cambridge, ha insegnato dal 1959 al Birkbeck College dell'Università di Londra. Tra i suoi lavori tradotti in italiano: Il secolo breve, Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale, Le rivoluzioni borghesi, L'Età degli imperi 1975-1914, Il trionfo della borghesia, Gramsci in Europa e in America.



Ernst Jünger
Boschetto 125
Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918

"Già i nostri più lontani antenati, che lottarono contro bestie gigantesche, devono aver avvertito che l'uomo è certamente un avversario d'altra natura, e anche per noi che siamo abituati a restare intere settimane in mezzo agli orrori, questo incontro rappresenta sempre la prova di forza più dura."


È affascinante leggere oggi il diario di un combattente della prima guerra mondiale, che venne pubblicato per la prima volta nel 1924 a Berlino. Soprattutto perché si tratta di un testo scritto da un autore come Ernst Jünger, testimone rigoroso, attento e determinato. È opinione di molti (uno tra tanti Marco Paolini che lo afferma nel suo spettacolo Bestiario veneto) che in alcune zone del nostro paese, per vari motivi, la prima guerra mondiale sia stata più "sentita" della seconda (sebbene più drammatica per certi versi) e venga tutt'oggi ricordata con maggiore enfasi e con uno strano legame temporale, come se non fossero passati più di ottant'anni da quei giorni. Presumibilmente ciò sta accadendo in tutti i paesi che hanno partecipato al conflitto, che l'hanno avuto pesantemente sulla propria terra. Forse perché è stata l'ultima guerra che ha legato direttamente, visceralmente, gli uomini al territorio da difendere, ma anche la prima che ha visto l'uso di mezzi offensivi radicalmente nuovi, come gli aerei, i gas. Gli uomini e i viveri trasportati su mezzi meccanici, ma anche le infinite attese nelle trincee per sortite alla ricerca delle "prede", come arcaici cacciatori esaltati dall'eccitazione dell'attesa e dalla vista del sangue della vittima. Solo chi partecipa in prima persona a un atto di guerra lo può raccontare veramente. Così ha fatto il ventitreenne tenente Ernst Jünger, appuntando su vari quadernetti i propri pensieri del momento e i fatti vissuti mano a mano che questi accadevano. Nel devastato quadro del paesaggio francese, dove si trova il Boschetto 125, il luogo che la compagnia tedesca ha il compito di difendere dall'attacco inglese, si muovono i protagonisti della storia-documentario emblemi di una realtà difficile e complessa. Sopravvivere a suoni, rumori, immagini, sensazioni così duri, sconvolgenti e mantenere la lucidità e la capacità di combattere la propria battaglia per la sopravvivenza, anche in uno scontro uomo contro uomo, è uno dei compiti più ardui che possa riservare la vita. Ma solo chi è in grado di farlo, può sperare di uscire dall'incubo. Perché "una battaglia non è vinta dalla mitragliatrice, ma piuttosto con la mitragliatrice, e tra le due cose c'è una grande differenza".


Boschetto 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918 di Ernst Jünger
Presentazione di Quirino Principe
Titolo originale dell'opera: Das Wäldchen 125

Traduzione di Alessandra Iadicicco
Pag. 153, Lire 19.000 - Edizioni Guanda (Quaderni della Fenice)
ISBN 88-8246-176-9


Le prime righe

Prima linea

Ogni volta che incomincio a scrivere su uno di questi esili quaderni che si possono così facilmente infilare in un tascapane, mi viene da pensare che, forse, non farò scorrere la matita sull'ultima pagina. Ne ho già completata un'intera serie con rapporti giornalieri, brevi osservazioni, rapidi disegni. Li tengo a casa, e immagino che più avanti, in tempi di pace, sarà bello poterli sfogliare in tutta tranquillità e intanto ricordare: così hai trascorso i tuoi giorni in quegli anni formidabili.
A tratti la scrittura è tranquilla, vergata accuratamente con l'inchiostro, e allora immediatamente so: quella volta eri comodamente seduto in una delle piccole fattorie delle Fiandre o della Francia settentrionale. Oppure ti eri tranquillamente sistemato davanti al rifugio, fumando la pipa, disturbato al massimo dal frullare lontano degli ultimi uccelli in volo per compiere la ronda serale. Vengono poi segni scomposti e distorti, graffiati con la matita prima di un attacco nello spazio ristretto e sovraffollato di una qualche buca infernale, o scarabocchiati, alla luce vacillante di una candela, nelle interminabili ore di un cannoneggiamento pesante. Infine frasi annotate in appunti concitati, illeggibili, come la linea spezzata di un sismografo, concluse da lunghi svolazzi, come colpi di frusta inferti da una mano fremente: buttate giù dopo l'attacco, nel cratere prodotto da un'esplosione o in un angolo della trincea su cui ancora si abbattono le raffiche dei proiettili lasciati cadere da sciami di calabroni mortali.
Già, deve essere bello, in un'ora tranquilla come adesso non riusciamo più nemmeno a immaginare, sfogliare tra questi ricordi, turbati al massimo dalla preoccupazione di come trascorreremo la serata. Mi basta questo per desiderare di restare in vita. A casa credono spesso che siamo così coraggiosi da non tenere la vita in alcun conto; io però ho vissuto abbastanza a lungo tra i combattenti per sapere che non esiste un uomo senza paura. Senza la paura anche il coraggio sarebbe privo di senso; essa è l'ombra scura contro cui il rischio appare più vivace e più attraente.

© 1999, Ugo Guanda Editore


L'autore
Ernst Jünger nacque a Heidelberg, in Germania, nel 1895. Nel 1913 si arruolò nella Legione Straniera e negli anni del primo conflitto mondiale vi partecipò direttamente. Scrisse saggi e romanzi, e tra quelli pubblicati in Italia ricordiamo: Il cuore avventuroso, Foglie e pietre, Un incontro pericoloso, Nelle tempeste d'acciaio, Al muro del tempo, Lo stato mondiale.



Benjamin Lebert
Crazy

"E che non vengano a dirmi che l'adolescenza è semplice. Lo dicono solo quelli che l'hanno già superata. Magari perché ne hanno nostalgia. Credo che non dovrebbero. Santo cielo, che squallore!"


Una moda l'attenzione crescente per la letteratura adolescenziale? Una tendenza di costume? Oppure un nuovo filone narrativo si sta davvero aprendo la strada tra i generi tradizionali? Non è facile dirlo, perché il fenomeno si è affacciato da poco sulla scena editoriale italiana. Ma chi sono questi autori-ragazzini? Davvero hanno qualcosa di nuovo da raccontare e, soprattutto, lo fanno in termini originali rispetto al passato? Che differenza può esserci tra l'adolescenza vista con gli occhi di un ragazzo che la sta vivendo e quella raccontata da un adulto che scava nei propri ricordi? Forse a tutte queste domande non può rispondere un singolo romanzo, ma senza dubbio la lettura di Crazy potrà essere utile per iniziare a capire. Non aspettatevi "sangue" e violenza. Non si tratta di un autore pulp, non tutti i giovani lo sono. È piuttosto un romanzo di formazione, di passaggio: un anno di collegio di un liceale normalissimo. Con qualche difficoltà in più data da un handicap fisico (un'emiplegia) ma con le tipiche speranze, i normali dubbi, le fantasie e le prime esperienze di vita e d'amore di un sedicenne come tanti. Semplicità e "pulizia" sono le principali chiavi costitutive del romanzo. Semplicità narrativa ma anche linguistica. E "pulizia" dei protagonisti, che non si drogano, non hanno atteggiamenti estremamente trasgressivi, non rientrano nei canoni dell'adolescente dannato e irrecuperabile che bolla ormai la nuova generazione, l'ultima del Novecento. Unica fissazione: il sesso. Ma lo stesso autore spiega perché, in un'intervista apparsa su la Repubblica: "L'attesa del sesso è qualcosa che a 16 anni occupa ogni pensiero, ogni momento della giornata. Nel mio libro si parla molto di sesso, perché il desiderio di questo ti rende incerto, e allora ti fai forza con gli altri, ti allei, non ti senti più solo, e così alla fine scopri di avere degli amici". Certo, gli amici: indispensabile componente della crescita individuale. La "banda" del romanzo è formata da Benni, da Felix il Magro, Felix il Grasso, il cupo Troy, Florian soprannominato Bambina e il capo assoluto Janosch. Un gruppo di ragazzi alle prese con le domande esistenziali, con il senso della vita e con la ricerca di un divertimento idealizzato. E che almeno qualche volta vuole fare qualcosa di crazy, "fare una cosa folle, una cosa che non ha mai fatto nessuno".


Crazy di Benjamin Lebert
A cura di Simona Vinci
Titolo originale dell'opera: Crazy

Traduzione di Umberto Gandini
Pag. 190, Lire 18.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86208-8


Le prime righe

1


Così è qui che mi tocca restare. Se tutto va bene, fino alla maturità. Almeno, questa è l'intenzione. Sono nel parcheggio del collegio e mi guardo attorno. Un castello, stando al nome. Castello delle Anime Nuove. Accanto a me, ci sono i miei genitori. Sono loro che mi hanno portato qua. Sono già stato in altre quattro scuole. Questa è la quinta. E dovrebbe riuscire a far risalire il mio quattro in matematica a sette. Non aspetto altro.
Hanno mandato lettere e incoraggiamenti. Cose del tipo: Caro Benjamin, vieni pure da noi, vedrai che le cose andranno meglio. Ce l'hanno fatta tanti altri prima di te.
Vorrei anche vedere. Ci sono troppi studenti perché l'uno o l'altro non ce la faccia, prima o poi. Lo so come vanno queste cose. Però il mio è un caso un po' diverso. Ho sedici anni e sto ripetendo l'ottava. Da come si sono messe le cose, mi sa che non ce la farò neanche stavolta. I miei sono gente in gamba. Lei infermiera specializzata e lui ingegnere. Non possono permettersi di festeggiare un diplomino qualsiasi. Vogliono di più. E va bene. Sono qui per questo. A metà dell'anno scolastico. Davanti ai cancelli di un collegio. Mamma mi allunga una lettera. Da consegnare dopo al direttore di questa baracca. Per spiegargli bene chi sono. Prendo una delle valigie e aspetto mio padre. È ancora con la testa nel bagagliaio a cercare qualcosa. Credo che mi mancherà. Certo, abbiamo litigato, e anche spesso. Ma dopo una rognosa giornata di scuola era sempre lui il primo ad accogliermi con un sorriso. Saliamo in segreteria. Dentro, il collegio è ancora più deprimente che fuori. Legno a non finire. Vecchio come il cucco.
Rococò dappertutto. Anche in storia dell'arte sono debole, non solo in matematica.

© 1999, RCS Libri


L'autore
Benjamin Lebert è nato nel 1982 e vive a Monaco. Crazy, il suo primo romanzo, da mesi nelle classifiche dei bestseller in Germania, è stato tradotto in 19 paesi.



Christa Wolf
L'altra Medea
Premesse a un romanzo

"Possibile che una guaritrice ed esperta di magia che doveva essere emersa da antichissimi sostrati mitici, da epoche in cui i figli erano il bene supremo di una tribù e in cui le madri venivano tenute in grande stima proprio per la loro capacità di perpetuare la stirpe, proprio lei abbia ucciso i propri figli?"


Il fascino del mito permane nell'immaginario collettivo e supera inalterato il tempo e l'evoluzione culturale. Archetipi radicati nella memoria collettiva dell'umanità, i personaggi che hanno popolato i drammi della tragedia greca permangono come modelli a cui riferirsi ancora per indicare comportamenti esemplari, in senso positivo o negativo. Ma la rilettura approfondita, non superficiale, di questi personaggi emblematici può riservare sorprese. Conosciamo già il lavoro viscerale fatto da Christa Wolf su Cassandra; ora vediamo che il medesimo tentativo di andare al di là della tradizione, di scavare alla ricerca delle più profonde radici del mito, della storia, è stato fatto dalla Wolf anche su Medea. Una donna che ha osato l'inosabile, ha superato ogni limite etico, ogni barriera culturale, arrivando ad uccidere i propri figli, o una donna coraggiosa e forte, che tenta di salvare proprio i figli dall'aggressione dei Corinti? Lo stimolo arriva da una studiosa tedesca che ipotizza una rielaborazione di Euripide sulle fonti precedenti che presenterebbero Medea, appunto, come una salvatrice e non un'assassina. Dunque un esempio evidente di quella trasformazione radicale che ha generato quella società patriarcale che vede nella donna il "nemico"? "Questa cultura definita sempre più decisamente da bisogni e valori maschili - scrive la Wolf - la quale oltre tutto ha prodotto una paura del Femminile e della donna, aveva bisogno della figura della donna selvaggia, malefica, dominata da istinti sfrenati, dell'esperta di magia nera, della strega". E Medea è la vittima di questa necessità, la necessità del patriarcato di trasformare le mitologie. La Medea di Christa Wolf non ha commesso i crimini di cui è accusata, è il capro espiatorio di quel momento in cui le antiche religioni incentrate sulle divinità femminili devono lasciare il posto alle nuove dominate da dei, da figure maschili. È una lotta di potere, in cui per far soccombere l'altro, l'avversario, si deve trasformare la sua immagine in qualcosa di talmente abietto da non poter essere risollevato in alcun modo. Un'operazione riuscita nel caso di Medea.
Il saggio ripercorre l'analisi e lo studio della Wolf e il lavoro preparatorio per la realizzazione del suo romanzo Medea, pubblicato in Italia nel 1996. Ma propone anche interviste, dibattiti, interventi di altre autrici (Margaret Atwood, Anna Chiarloni, Anita Raja, Sigrun Hellmich, Margot Schmidt, Heide Göttner-Abendroth) che affrontano l'analisi critica dell'opera della scrittrice tedesca. In appendice, inoltre, sono riprodotte alcune opere pittoriche e grafiche ispirate al personaggio di Medea.


L'altra Medea. Premesse a un romanzo di Christa Wolf
A cura di Marianne Hochgeschurz
Titolo originale dell'opera: Christa Wolfs Medea. Voraussetzungen zu einem Text. Mythos und Bild

Traduzione dal tedesco di Chiara Guidi
Testi e interventi di Margot Schmidt, Heide Göttner-Abendroth, Margaret Atwood, Anna Chiarloni, Anita Raja
Pag. 140, ill., Lire 26.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-399-5


Le prime righe

Da Cassandra a Medea
Sollecitazioni e motivi per la rielaborazione
di due figure mitologiche


Di frequente mi si richiedono interpretazioni personali - spesso in relazione al mio libro Medea - soprattutto da parte di studiose e studiosi di letteratura, per i quali non c'è gioia più grande di vedersi offrire questo tipo di materiale: un materiale nel quale si tuffano con vera e propria avidità, per poi reinterpretarlo a loro volta in prima persona dopo un processo di elaborazione piuttosto oscuro. Si tratta di un gioco, di un gioco di società, e - per quanto riesco a giudicare - di uno dei giochi più inoffensivi e innocui, che peraltro potrebbe essere piacevole in un numero molto maggiore di casi se noi che stiamo al gioco non dimenticassimo di continuo per l'appunto che stiamo giocando, anche se poi in Germania questo atteggiamento viene ritenuto oltraggioso. La massima "seria è la vita, gaia sia l'arte" ci è sfuggita di mano, i significati paiono essersi tramutati nel loro contrario: il "vasto campo" dell'arte, e in particolare del narrare, dell'inventare storie, è divenuto un campo di battaglia, dove si annunciano botte e fendenti, come se su questo campo si disputasse la questione - peraltro importante per il singolo e per interi gruppi - del valore dell'uno e degli altri. E si direbbe anche che, nel caso in cui si riuscisse a contestare a un gruppo il suo valore nel passato, allora stranamente il valore dell'altro gruppo aumenterebbe in maniera direttamente proporzionale al venir meno del valore del primo. Vergangenheitsbewältigung (superamento o elaborazione del passato), si suol dire in tedesco, con una parola che non so se sia neppure il caso di tradurre in altra lingua.
A volte può davvero giovare andarsene a centinaia di chilometri di distanza, oppure arretrare di secoli, in un passato che conosciamo solo attraverso saghe e miti, per vedere cosa ci si può trovare; senza illudersi sul fatto che avremo sempre con noi un bagaglio di cui non ci potremo sbarazzare: noi stessi.

© 1999, Edizioni e/o


L'autrice
Christa Wolf, il cui cognome è in realtà Ihlenfeld, è nata a Landsberg/Warthe, oggi Gorzów Wielkopolski, nel 1929. Il romanzo che l'ha resa celebre è Il cielo diviso del 1963. Sono seguiti poi, tra gli altri: Riflessioni su Christa T., Trama d'infanzia, Nessun luogo. Da nessuna parte, Kassandra, Guasto, Quel che resta, Recita estiva, Medea.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




26 novembre 1999