Silvia Ballestra
Romanzi e Racconti

"Non riesco a capire come possa esserci tanto calore nell'aria, così a tarda notte. Guardo gli oggetti della cucina: sono pieni di bagliori, luce vivida che penetra le finestre della strada."


Questa raccolta propone al lettore pagine di Silvia Ballestra già note, grazie anche alla trasposizione cinematografica, come La guerra degli Antò, o il Compleanno dell'Iguana, ma anche alcuni racconti passati inosservati o addirittura inediti. Proprio questa completezza di proposta permette una conoscenza dell'autrice che fa superare il giudizio, pur positivo, dei suoi romanzi più noti, e consente di attribuirle qualità di scrittrice non solo generazionale. La provincia marchigiana e i suoi fragili eroi sicuramente dominano il volume, l'uso del dialetto, o di forme dialettali, accresce la vivacità e la naturalezza della narrazione, così come l'intervento della scrittrice in commenti e riflessioni direttamente inseriti nel contesto. La comicità involontaria di questi ragazzi qualunque resiste anche alle situazioni più tragiche o dolorose. L'amputazione di una gamba subita da Antò Lu Purk dà il via alla sua fuga verso le mete tipo dell'adolescente italiano: Berlino, Amsterdam. La Ballestra è davvero abilissima nel descrivere l'impatto con queste realtà, ormai per i ragazzi non più così diverse e lontane, che per il giovane provinciale rappresentano il mito e la trasgressione, ma in fondo in fondo anche una gran voglia di casa e di mamma. Così davvero divertente e calzante è la rappresentazione della comunità studentesca dei "fuori sede" di Bologna: gran voglia di sesso, pochi soldi, case difficili da trovare e su cui si svolge una gran speculazione, passione politica tutta ingenuità e ideologia, impegno culturale spesso funzionale solo all'effetto che può provocare sulla ragazza da conquistare. Il vittimismo, i deliri di onnipotenza, le abissali infelicità e gli entusiasmi assoluti, le contraddizioni e le incoerenze: i ragazzi di circa vent'anni che popolano le pagine di questo libro sono davvero autentici e vivi.
Nei racconti che chiudono la raccolta, emergono anche altre qualità narrative, quali la forza descrittiva (certe immagini della città notturna sono davvero intense), una sensibilità sottile e intrigante che sa leggere le solitudini del nostro tempo non solo nei giovanissimi, il senso della tragedia del vivere, delle paure e delle ansie che però non diventa mai abbandono sentimentale o compiacimento. La scrittura rigorosa e "pudica" dà maggiore forza alla comunicazione col lettore che non si sente mai attratto furbescamente nel gorgo delle facili emozioni.


Romanzi e racconti di Silvia Ballestra
Pag. 373, Lire 34.000 - Edizioni Theoria (Letterature n. 74)
ISBN 88-241-0622-6



Le prime righe

La via per Berlino

Un'adolescenza pescarese


Antò Lu Purk è nato a Montesilvano, provincia di Pescara, nel '69, lo stesso giorno che l'uomo ha conquistato la luna.
Ha trascorso questa adolescenza pescarese mangiando parrozzi alla pasticceria Primo Vere, in piazza D'Annunzio; smadonnando in riva al mare estate e inverno con gli amici del cuore Antò Lu Zombi, (attualmente apprendista trimestrale alle poste ferrovia di Pianello); Antò Lu Mmalatu, (infermiere alla casa di cura Vittoriale); Antò Lu Zorru, (giornalista free lance al quotidiano Il Centro di Pescara, con il falso nome di Antonio Possis D'Arno).
Fino ai sedici anni i quattro Antò hanno cercato di concupire le figlie dei giostrai stagionali in tournée nella zona Franvailla a Mare-Roseto. Palpavano, più che altro: chiappette sode dell'Alto Lazio; puntavano uccelli guizzanti contro cosce e pantacalze alla Cercasi Susan disperatamente; sussurravano negli orecchi giovinetti frasi come: "Psss, 'stu batacchio trepidante, pacca 'l culo a lu passante!" O anche: "Psss, se te lascerai 'chiappà, goderai fino a dumà!"
Figurarsi.
Le figlie dei giostrai avevano cominciato a suonare organi trentacinquenni prima dei dodici anni; pertanto, ogni volta che i quattro Antò comparivano inutilmente assatanati all'orizzonte, le ninfe li portavano per culo settimane di fila in tutte le fiere del circondario.
"Prustitute" diceva autoconsolatorio Antò Lu Mmalatu.
"Zoccole."
"Ventisette centimetri di manico" constatava Antò Lu Zorro. "Chiunque se la farebbe sotto, al posto loro."
"Ventisette da moscio" precisava Antò Lu Purk, con fare da imbonitore d'aste.

© 1999, Editori Associati


L'autrice
Silvia Ballestra, trent'anni, vive e lavora a Milano. Oltre alla raccolta Compleanno dell'iguana, e al romanzo La guerra degli Antò, ha pubblicato i racconti Gli orsi e il romanzo La giovinezza della signorina N.N.
Ha inoltre curato il libro-intervista a Joyce Lussu, Joyce L. Una vita contro.



Hal Hellman
Le dispute della scienza
Le dieci controversie che hanno cambiato il mondo

"Cominciamo con il caso di papa Urbano VIII contro Galileo. Alcuni sostengono che questa faida è il punto di partenza dello scisma ancora esistente tra scienza e religione. Però [...] William Provine sostiene che la spaccatura si è prodotta più tardi, ed è stata causata principalmente dalla controversia sull'evoluzione. Magari, come sostiene qualcuno, non c'è alcuna spaccatura. Su questo potremo disputare..."


Ancora una volta la casa editrice Cortina ha scelto di pubblicare un saggio di divulgazione scientifica divertente e accattivante. E non è sbagliato sottolinearlo. Perché la scienza può essere molto meno "pesante" e difficile di quello che banalmente si creda e perché rileggere le storie di eventi conosciuti che hanno segnato in qualche modo l'evoluzione della civiltà e della conoscenza umana, può rivelarsi tutt'altro che noioso.
Hellman interseca con grande abilità la storia umanistica e quella scientifica, analizza i fatti alla luce del contesto sociale, storico, culturale del momento in cui si svolsero (ricostruendo anche quelle atmosfere, quegli ambienti) e ce li ripropone "rinnovati". La chiave di lettura è la polemica, la disputa. L'evoluzione della scienza è zeppa di diatribe e non potrebbe essere altrimenti. Per propugnare una nuova teoria è necessario attaccare quella precedente, cercando di smontarla e nel far ciò si colpisce, ovviamente, la sensibilità di chi invece è ancora legato alle vecchie idee, giuste o sbagliate che siano. Hellman ha scelto, tra le tante, dieci controversie epocali, che "hanno cambiato il mondo": Urbano VIII contro Galileo; Wallis contro Hobbes; Newton contro Leibniz; Voltaire contro Needham; Thomas Huxley, il "mastino di Darwin" contro Samuel Wilberforce, detto "Sam il viscido", Lord Kelvin contro i geologi e i biologi sulla datazione della terra; Cope contro Marsh in una faida sui fossili; Wegener contro tutti per la teoria della deriva dei continenti; Johanson contro i Leakey nella controversa scoperta dell'"anello mancante"; infine il dibattito tra due visioni radicalmente opposte sulle origini del comportamento umano: natura contro cultura, Deerek Freeman contro Margaret Mead. Studiosi e scienziati severi e autorevoli mostrano il loro lato più umano, o semplicemente più "nevrotico" , testardo, battagliero e, diciamolo, divertente. La scienza non è una "marcia trionfale", come scrive l'autore nell'Introduzione, "il processo della scoperta scientifica è spesso carico di emozioni". E in realtà "è il processo a costruire la scienza vivente", un lungo processo di scontri, dibattiti, sperimentazioni fallimentari e successi: tutto questo porta al risultato finale che leggiamo negli asettici libri di scuola. È una bella idea ridare la vita al vero corso degli eventi per far capire che la storia della scienza è una storia "tanto dei vincitori quanto dei vinti".


Le dispute della scienza. Le dieci controversie che hanno cambiato il mondo di Hal Hellman
Titolo originale dell'opera: Great Feuds in Science

Traduzione di Pietro Adamo
Pag. XX-267, Lire 38.000 - Edizioni Raffaello Cortina (Scienza e idee, collana diretta da Giulio Giorello n.54)
ISBN 88-7078-600-5


Le prime righe

1
URBANO VIII CONTRO GALILEO:
UNO SCONTRO IMPARI


Entrare nella basilica di San Pietro a Roma è come camminare nel Grand Canyon. Si sperimenta la stessa sensazione di grandiosità e di imponente maestà. Tutt'e due sono "costruiti" su scala talmente enorme da far sentire insignificante il singolo essere umano, la qual cosa, almeno nel caso di San Pietro, era l'esatto obiettivo dei suoi artefici.
Il più ampio edificio religioso al mondo, la basilica è lunga come due campi di calcio, copre quattro acri e può contenere cinquantamila persone. In uno dei suoi grandi mosaici la penna di Marco è lunga quasi un metro e mezzo. Ci volle più di un secolo per ideare e poi costruire la basilica così com'è; nel suo progetto furono coinvolti pressoché tutti i grandi artisti e architetti della fine del Quattrocento, del Cinquecento e del primo Seicento, inclusi Michelangelo, Raffaello, Bernini, Sangallo e Bramante. Marmo, bronzo, oro e spazio elevatissimo si combinano per darci un'esperienza irresistibile.
Solo lentamente gli altri aspetti di questa notevole struttura cominciano a presentare dettagli riconoscibili. Uno di questi è il grande baldacchino di bronzo: quattro enormi colonne a spirale che sostengono una magnifica volta di bronzo sulla tomba di Pietro. Alto quanto il non lontano palazzo Farnese, domina il centro della basilica.
Avvicinandosi al baldacchino, i visitatori vedono emergere un'altra serie di dettagli. Alla base delle colonne ci sono alcuni curiosi bassorilievi ovali, scolpiti in marmo, che ritraggono tre api in formazione. Si tratta dello stemma della famiglia Barberini, che appare non meno di otto volte alla base del baldacchino, e altrettante alla sua cima.
Le origini dei Barberini risalgono alla Firenze dell'undicesimo secolo. Nel Cinquecento la famiglia aveva ammassato una fortuna e godeva di grande influenza. Nel 1623 il cardinale Maffeo Barberini, all'età di cinquantacinque anni, venne eletto papa con il nome di Urbano VIII, aggiungendo così alla potenza finanziaria e politica della famiglia la forza della Chiesa Cattolica romana. A tempo debito Urbano VIII usò questa influenza aggiuntiva: nominò cardinali un suo fratello e due suoi nipoti; a un terzo concesse il principato di Palestrina.

© 1999, Raffaello Cortina Editore


L'autore
Hall Hellman è autore di numerosi testi di divulgazione scientifica e collabora a giornali e periodici come il New York Times, Psychology Today e Geo.



Liliana Madeo
Donne cattive
Cinquant'anni di vita italiana

"Non esistono eroine intemerate. Non vittime. Non controfigure da primattori. Non schegge impazzite mosse da impotenza o disagio del vivere. Ma donne con il gusto della provocazione, con un proprio progetto di vita, capaci di scelte radicali, di scelte a volte perverse a volte audacemente innovative."


In questo libro, a metà tra saggio e romanzo, Liliana Modeo attraversa la storia italiana degli ultimi cinquant'anni, presentando figure femminili in un certo senso esemplari della trasformazione della cultura e della società italiana del dopoguerra. La trasgressione è l'elemento che accomuna queste figure: talvolta porta al delitto e alla pazzia, più spesso rompe semplicemente con la cultura dominante e viene demonizzata dall'universo maschile per un rabbioso timore di perdita di privilegi.
La successione delle storie corrisponde al passare degli anni, e all'esemplarità delle vicende narrate. La miseria, la tensione, lo smarrimento morale dell'immediato dopoguerra è alle spalle della tragica storia, che fece impazzire le cronache nere di quegli anni, di Rina Fort e dei suoi spietati omicidi. Giovane, attraente, emigrata da un Friuli schiacciato dalla povertà, approdata a Milano, terra di promozione sociale e di lavoro, Rina diventa amante di un siciliano, sposato e padre di tre figli che, in quanto proprietario di un negozio, rappresentava per lei quella ricchezza e quel ruolo sociale a cui aspirava. Quando però la moglie e i figli del suo amante lasciano anch'essi la Sicilia e si trasferiscono a Milano, la Fort, pazza di rabbia, li uccide con freddezza e determinazione: non risparmia neppure il più piccolo, un bambino di dieci mesi, ucciso sul seggiolone. Qualcosa della vicenda ricorda la tragedia greca, ma Rina Fort non è Medea, è l'aspirazione alla vita borghese e al benessere a muoverla, non l'ira degli dei. In anni molto più recenti, un'altra spietata assassina ha dominato le pagine di cronaca nera dei quotidiani. È Doretta Graneris che, con la complicità del fidanzato e di un balordo di provincia, ha sterminato l'intera famiglia, padre, madre, nonno, fratellino: unico movente, il denaro. Antesignana dei vari Pietro Maso che la ricca provincia avrebbe prodotto negli ultimi anni, è l'esempio delle derive di una generazione cresciuta nel benessere, che non ha modelli e valori positivi, ma solo il mito di una ricchezza da ottenere senza fatiche e in fretta.
Ma la Modeo non propone solo figure estreme, in cui la trasgressione diventa delitto, anzi la maggior parte delle donne "narrate" diventa simbolo della trasformazione del costume e della cultura, vera avanguardia di una nuova concezione del mondo e dei rapporti tra i sessi, che oggi possiamo considerare cultura acquisita dalla maggioranza degli italiani. E così si passa dalla storia di Franca Viola, una ragazza del "profondo Sud", non acculturata, senza nessuna motivazione idelogico-politica, ma forte solo della coscienza di sé, che per prima rifiuta il matrimonio come riparazione di un rapimento e di una violenza sessuale; a quella di Lara, ragazza dall'intelligenza brillantissima che pur proveniendo da una famiglia poverissima, col lavoro e una ferrea volontà riesce a conseguire una laurea in sociologia, prende coscienza che le donne sono le ultime tra gli ultimi e diventa leader del nascente movimento femminista; alla teologa Adriana Valerio, che ha il coraggio di opporsi, all'interno della Chiesa cattolica, al maschilismo dominante e assume posizioni del tutto autonome rispetto a quelle ufficiali su temi scottanti come divorzio o aborto, precedendo il Catechismo Olandese e il dibattito che tormentò il mondo cattolico più illuminato. Molte altre donne, più o meno consapevoli, più o meno positive, prendono vita dalle pagine, avvincenti come quelle di un romanzo, di questo libro dal taglio giornalistico e dallo stile elegante in cui le trasformazioni o le patologie della mentalità femminile sono guardate in un'ottica sociologica così da diventare specchio dell'intera società italiana.


Donne cattive. Cinquant'anni di vita italiana di Liliana Madeo
Pag. 218, Lire 25.000 - Edizioni La Tartaruga (Saggistica)
ISBN 88-7738-310-0


Le prime righe

Pietà l'è morta


Piovigginava. Le edizioni straordinarie dei giornali andarono a ruba. Milano era attraversata da un brivido di orrore e sgomento. Sulla prima pagina del "Corriere della Sera" Dino Buzzati scriveva: "Una specie di demonio si aggira dunque per la città, invisibile, e sta forse preparandosi a nuovo sangue". Raccontava: "L'altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti. Non si udì un grido. Negli appartamenti vicini continuavano, fra tintinnio di posate e stanchi dialoghi, i pranzi familiari come nulla fosse successo, e poi le luci a una a una si spensero, solo rimase accesa nel cortile quell'unica finestra al primo piano, e i ritardatari, passando, pensarono che lassù forse un bambino era ammalato, o una mamma era rimasta alzata tardi a lavorare, o altra scena, dietro quei vetri, di notturna intimità domestica; e invece là tutto era silenzioso e immobile; orribilmente fermi come pietre i quattro corpi di cui il più piccolo seduto sul seggiolone con la testa piegata da una parte come per un sonno improvviso, e fermo ormai anche il sangue i cui rigagnoli, simili a polipi immondi, lucevano sempre meno ai riflessi della lampadina di venticinque candele, facendosi sempre più neri. Così la città intera si svegliò, inconsapevole, sulla mamma e sui tre bambini morti senza sacramento, abbandonati sulle gelide piastrelle in tutta la loro corporale miseria, e fino a che non tornò il giorno e non suonarono le nove non ci fu a consolarli la pietà di nessuno".

© 1999, La Tartaruga edizioni


L'autrice
Liliana Madeo è giornalista e scrittrice. Si è occupata dei grandi fatti di cronaca, dalle vicende del terrorismo alla criminalità organizzata, di problemi sociali, dalla legge sulla droga a quella sulla violenza sessuale. Tra le altre cose, ha scritto Donne di mafia.



Renata Pisu
La via della Cina

"Questa sensazione di incompiutezza, questa cosa che sarebbe potuta essere e non è stata e mai sarà, ecco, forse è questo il mal di Cina."


Pagine di diario, lettere, annotazioni: in questo libro Renata Pisu attraversa quarant'anni della sua vita e della storia della Cina. Giovane studentessa innamorata della cultura cinese, arriva, dopo un lungo ed estenuante viaggio (e questo sarà il primo di numerosi altri e altrettanto faticosi viaggi fatti in genere con il mitico treno della linea Transiberiana), dopo aver attraversato le sterminate distese dell'Unione Sovietica, incontrato popoli di razze diverse, a Pechino. Lei proviene da un paese capitalista, come pochi altri compagni di studio, e l'impatto con questa città "nana", un po' triste e polverosa, la colpisce profondamente: Pechino non è una città come la si pensa in Occidente, ma un insieme di casupole basse, senza finestre e incolori, con grandi spazi vuoti che, di notte, sprofonda nel buio più assoluto per la totale mancanza di illuminazione.
Anche da un punto di vista politico le emozioni degli occidentali nascono dal clima di forte controllo ideologico, di vera e propria persecuzione nei confronti di chiunque appaia poco ligio al suo dovere di buon comunista. Essere etichettati come "elementi di destra" era davvero pericoloso: si perdeva il lavoro, si veniva obbligati a svolgere attività per lo più umilianti e molto faticose, si era esclusi dal contesto sociale.
L'accusa era quasi sempre per delazione di qualcuno che cercava di salvare prima di tutto se stesso, oppure di spie di professione che venivano poste nei luoghi strategici, così che tutti si sentissero perennemente minacciati. In questo clima, l'autrice mostra in ogni caso quanta sincerità, quanta fedeltà all'ideale comunista ci fosse nella maggior parte dei cinesi: c'era una grande speranza diffusa che venne poi distrutta dalla Storia. Arriva la Rivoluzione Culturale, le università si svuotano, le persecuzioni aumentano e diventano più feroci. Così Renata Pisu decide di rientrare in Italia, ma il "mal di Cina" ormai si è impossessato di lei e così dopo qualche anno ritorna a Pechino, riprende i corsi di storia e qui assiste all'evoluzione del Sistema: altre persecuzioni, altri sospetti, anzi addirittura alcuni amici occidentali diventano delatori. Altro viaggio di ritorno in Italia, altre amicizie che nascono, proprio durante il lungo viaggio. Nelle lettere e nelle pagine di diario appare anche la trasformazione sia dei rapporti russo-cinesi che quella della stessa Unione Sovietica, da lei descritta durante le soste a Mosca. Passano gli anni e, ormai giornalista affermata, compie nuovi viaggi: la Pechino spettrale di piazza Tiananmen, le riabilitazioni frettolose e, infine, la Cina dei grattacieli, della febbrile corsa alla modernizzazione e al mercato. Una Cina che sta perdendo identità e che si uniforma a quello che l'Occidente propone come messaggio e come modello: l'efficienza, la ricchezza, la velocità. Eppure quel popolo ha in sé qualcosa di speciale che emerge ancora dalla stratificazione di culture e di tempi che ogni città propone, dai versi dei suoi poeti, Mao compreso. E proprio una sua poesia conclude questo del tutto particolare diario di viaggio.


La via della Cina di Renata Pisu
Pag. 191, Lire 26.500 - Edizioni Sperling & Kupfer (Saggi)
ISBN 88-200-2913-8


Le prime righe

Il viaggio delle meraviglie


La prima volta che sono andata a Pechino ho attraversato la Russia e la Siberia in aereo: è stato un viaggio molto lungo e movimentato, perché allora volare era diverso. Quando siamo partiti da Roma - eravamo in tre, Lia, Ignazio e io, i primi studenti italiani in Cina - era l'8 settembre e a Pechino siamo arrivati cinque giorni dopo.
Di quel viaggio ricordo il continuo, estasiato stupore che mi ha colto sin dalla prima tappa, Copenhagen: da lì la mattina dopo siamo partiti per Riga e poi alla volta di Mosca a bordo di un bimotore Iliuscin, sul quale eravamo sei passeggeri in tutto e la hostess continuava a offrirci caviale, salmone, vodka, sigarette, tè, caffè.
La sala d'aspetto dell'aeroporto di Mosca sembrava quella di una stazione ferroviaria per la quantità di gente che c'era. Gente così da noi non viaggiava in aereo, ma in treno, anzi in corriera.
Ma da noi c'era gente così? Erano per lo più contadini, contadini russi, con gli stivali di feltro, le camicie lente e lunghe fuori dai pantaloni legate in vita con una cinta, le donne con il fazzoletto in testa. Però contadini di un paese così grande che per spostarsi dovevano prendere l'aereo, proprio come da noi si prendeva la corriera. Cominciavo ad assaporare la dismisura russa, gli immensi spazi, i treni giganteschi, tutte quelle donnone e quegli omoni che, quasi volessero scongiurare la loro enormità, si parlavano usando paroline: "Vuoi l'acquina? Vuoi un bicchierino di tè? Aspetta un minutino..."
Tra loro si chiamavano gragdanin, cioè cittadino, ma a me si rivolgevano con un semplice devuska, ossia ragazza. Dovevo riempire il formulario dell'immigrazione: nome, patronimico, cognome. Ma il patronimico non lo scrissi perché non sapevo come ricavarlo da un nome così latino come quello di mio padre, Mario: Mariova? Suonava male.
Il poliziotto che ritirava i formulari mi aiutò, decidendo che dovevo essere figlia di Marian, così divenni Renata Marianovna. Sempre poi volevano sapere di quale delegazione facessimo parte noi tre italiani diretti a Pechino. Rispondevamo che non eravamo una delegazione, ma non ci credevano e ci guardavano con sospetto. Allora stabilimmo di rispondere: "delegazione studentesca" e subito fummo creduti e rispettati.

© 1999, Sperling & Kupfer Editori


L'autrice
Renata Pisu ha frequentato i corsi di lingua cinese e di storia della Cina moderna all'università di Pechino fino agli inizi della Rivoluzione Culturale. Da allora svolge la professione di giornalista con particolare attenzione ai problemi dell'Asia Orientale. È stata corrispondete de La Stampa a Tokyo dal 1984 al 1988. Dal 1990 è inviato speciale de la Repubblica, su tutti i fronti delle guerre non dichiarate e delle catastrofi annunciate, dalla Bosnia al Ruanda, dal Kuwait alla Cambogia, dal Bangladesh all'Indonesia. Ha tradotto dal cinese numerose opere di narrativa contemporanea ed è autrice di saggi sulla società cinese pubblicati su riviste italiane e straniere. Tra le sue opere pubblicate: Le cause della rivoluzione cinese, L'Opera di Pechino, Cina, tra uomini e mostri.



Vikram Seth
Una musica costante

"Qual è la differenza fra la mia vita e il mio amore? La vita mi deprime, il mio amore mi sopprime."


Raramente la musica è entrata nella letteratura con tanta forza, raramente un romanzo ha avuto una colonna sonora di tanta bellezza e uno scrittore è riuscito a creare l'atmosfera, la tensione, la passione che precede e segue un'esecuzione musicale. Il protagonista, e narratore, Michael, è un violinista affermato, che ha scelto di suonare non come solista (e come il suo illustre maestro avrebbe voluto), ma in un quartetto. Gran parte del romanzo è dedicata al rapporto tra lui e gli altri membri del gruppo, alla passione straordinaria che lo investe alla lettura di un raro spartito, all'ansia dell'esecuzione, ma in particolare all'amore reverenziale che prova per il suo strumento. Michael non è proprietario del prezioso violino con cui suona, un Tononi, prestatogli anni prima da una anziana signora sua concittadina, che era stata anche, nonostante l'avversione della sua famiglia, colei che lo aveva spinto agli studi musicali. Il timore di perdere quello strumento così amato, l'ansia di non potersi permettere una sostituzione adeguata, accompagnano molte giornate e molte notti del musicista: quando si ama e si sa che l'oggetto amato appartiene a un altro, l'angoscia supera il godimento che da quello proviene. Ma se questo è vero per il violino, in un certo senso lo è anche per la donna che Michael ama, Julia. Fuggito da lei dieci anni prima, quando entrambi erano ancora molto giovani, e dopo averla rimpianta e amata a distanza a lungo, senza avere più sue notizie, e non avendola più incontrata, la rivede: un incontro in camerino dopo un concerto, un appuntamento, l'amore che riprende tutto il suo vigore. Ma Julia è sposata, ha un figlio, una vita serena, un grande problema che la tormenta. Anche lei è musicista, una pianista, ma da qualche anno è diventata sorda, dramma tenuto rigorosamente segreto, perché la sua carriera non venga compromessa, a prezzo di grandi sacrifici e rigore. L'amore riprende per un breve periodo il sopravvento sulla saggezza, la riflessività e la conquistata serenità. Un concerto insieme, un viaggio a Venezia, le menzogne al marito e poi la scelta di rientrare nell'ordine familiare, di non spezzare quella armonia conquistata con fatica, di conciliare la sua malattia con la musica, scegliendo una carriera da solista. Il romanzo si chiude con una perdita e una conquista per Michael: la donna, l'amore se ne va, ma il violino gli verrà lasciato in eredità. Nulla sarà capace di sostituire quella perdita, ma la musica gli permetterà di sopravvivere. Seth è uno scrittore indiano, ma di certo possiede una profonda conoscenza della cultura e della mentalità inglesi ed europee; la sua scrittura, talvolta molto poetica, ben si addice all'argomento musicale del romanzo, tanto da creare delle straordinarie sonorità linguistiche; questo romanzo conferma questo autore come uno dei più interessanti degli ultimi anni.


Una musica costante di Vikram Seth
Titolo originale: An Equal Music

Traduzione di Massimo Birattari
Pag. 459, Lire 30.000 - Edizioni Longanesi (La gaia scienza n. 594)
ISBN 88-304-1664-9


Le prime righe

1.1

I RAMI sono nudi, il cielo stasera di un viola lattiginoso. Qui non c'è silenzio, ma pace sì. Il vento increspa l'acqua nera verso di me.
Non c'è nessuno in giro. Non si vedono uccelli. Il traffico taglia a metà Hyde Park. Mi arriva alle orecchie come rumore bianco.
Passo una mano sulla panchina ma non mi siedo. Come ieri, come l'altro ieri, resto in piedi finché non ho più pensieri. Guardo l'acqua della Serpentine.

Ieri, mentre tornavo a casa attraverso il parco, mi sono fermato a un bivio del sentiero. Avevo la sensazione che qualcuno si fosse arrestato dietro di me. Ho ripreso a camminare. I passi mi seguivano sulla ghiaia. Non avevano fretta; sembrava volessero tenere il mio ritmo. Poi all'improvviso hanno cambiato idea, hanno accelerato, mi hanno superato. Erano di un uomo con un pesante cappotto nero, alto - più o meno come me - un uomo giovane, a giudicare dall'andatura e dal portamento, anche se non l'ho visto in faccia. La sua fretta adesso era evidente. Dopo un po', con poca voglia di attraversare così presto l'accecante Bayswater Road, mi sono fermato di nuovo, però accanto alla pista per cavalli. Ho sentito il debole rumore di zoccoli. Questa volta, tuttavia, erano disincarnati. Ho guardato a sinistra, poi a destra. Non c'era niente.
Mentre mi avvicino ad Archangel Court sono consapevole di essere osservato. Entro nell'atrio. Ci sono fiori, una composizione di gerbere e rami verdi. Una telecamera sorveglia l'atrio. Un palazzo sorvegliato è un palazzo sicuro, un palazzo sicuro è felice.

© 1999, Longanesi & C.


L'autore
Vikram Seth è nato a Calcutta nel 1952. Dopo aver studiato Economia alla Stanford University, ha compiuto numerosi viaggi, trascorrendo lunghi periodi in Inghilterra, California, India e Cina. Nel 1986 scrive The Golden Gate un romanzo in versi che vende oltre centomila copie soltanto negli Stati Uniti. Ma è con Il ragazzo giusto che raggiunge il successo internazionale di pubblico e di critica.



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




12 novembre 1999