Edward Bunker
Cane mangia cane

"Talvolta la vita criminale ti obbligava a far secco qualcuno, ma, perdio, non tutti, o chiunque, senza un buon motivo."


Mai, come in questo romanzo, è importante capire l'esperienza di vita del suo autore. Edward Bunker dall'età di undici anni fino ai quaranta circa, ha vissuto una serie di carcerazioni nei penitenziari di Stato e negli istituti di pena federali, come conseguenza di reati più o meno piccoli che lo avevano reso un professionista del crimine.
Cresciuto in una famiglia disgregata e segnata dall'alcolismo in una Los Angeles violenta e spietata scoprì nel carcere di San Quentin la sua vocazione di lettore prima e di scrittore poi: proprio quella fu la passione che gli salvò la vita. Nei suoi romanzi, di una impietosa durezza espressiva, il mondo del crimine, l'abisso della droga, il rovesciamento delle regole morali e l'inevitabile tragica conclusione di queste storie di sangue e denaro, appaiono con tutta la forza della realtà e non concedono nulla al lettore. Nessuna pietà o solidarietà per la vittima, perché nessuno è innocente; nessuna complicità con il carnefice, perché lui stesso sa che le sue azioni sono frutto di una disperazione senza vie d'uscita.
Questo romanzo, Cane mangia cane, ha tre protagonisti, Diesel, Mad Dog e Troy Cameron, legati tra loro dalla comune esperienza del riformatorio, tutti e tre irrimediabilmente criminali (è impossibile redimersi per chi ha passato numerosi anni in carcere), ma diversissimi nella psicologia e nella personalità. Diesel conduce una vita "quasi" normale, ha una moglie e un figlio piccolo, se la cava con modesti crimini su commissione, rifiuta il delitto gratuito e ha una sua "morale" che risente dell'educazione religiosa dell'infanzia e che lo rende più permeabile alla paura, ai sensi di colpa, al desiderio di vita tranquilla. Mad Dog è invece considerato, fin dagli anni del riformatorio e dagli stessi compagni di crimine, un pazzo sanguinario, che uccide chiunque gli possa creare qualche problema o fastidio senza alcuna remora anche se la vittima è un bambino o una donna indifesa. Dominato dalla droga, prova un unico sentimento: l'assoluta ammirazione per Troy Cameron, il terzo protagonista del romanzo. Troy non ha alle spalle un'infanzia dominata dalla miseria e dall'emarginazione come gli altri due, ma anche per lui l'alcolismo del padre, che pure apparteneva ad una classe sociale elevata, è stata all'origine della sua devianza. Intelligente, colto, dentro di sé conserva il rimpianto per una vita diversa, ma sa di non poterla più avere: la società che lo circonda non glielo permetterà mai. E intorno ai tre il quadro di una California crudele, con paurose divisioni di classe, dove la disperazione più cupa sfiora la ricchezza più esibita, dove si passa un pochi minuti dalle ville sontuose delle celebrità ai ghetti che offrono solo droga e violenza. Il finale del romanzo è tragico ed è il logico epilogo di vite segnate, fin dall'inizio, da un destino sventurato.


Cane mangia cane di Edward Bunker
Titolo originale: Dog Eat Dog

Nota di William Styron, postfazione di Marco Scotti
Traduzione di Emanuela Turchetti
Pag. 330, Lire 16.000 - Edizioni Einaudi (Einaudi Tascabili. Stile libero n. 655)
ISBN 88-06-14721-8



Le prime righe

Capitolo I


Due notti da solo in una stanza in compagnia di due flaconi da un'oncia di cocaina farmaceutica permisero a Mad Dog McCain di meritarsi pienamente il suo soprannome. Quella cocaina era migliore di quella spacciata per strada. Proveniva dalla valigetta di un dottore che Mad Dog aveva rubato in un'automobile in sosta nell'area di parcheggio di un centro sanitario. All'inizio aveva pensato di venderla dopo averne presa un po' per sé, ma le poche persone di sua conoscenza a Portland che aveva contattato o la volevano avere a credito, oppure avevano parlato della cocaina con sarcasmo, usando espressioni come "paranoia in polvere", o "venti minuti verso la follia". In realtà volevano tutti l'eroina, una droga che li calmava anziché mandarli fuori di testa.
Solo una piccola dose di quella roba l'aveva fatto sentire alla grande, così se n'era fatta un altro poco, e i denti veleniferi del serpente erano affondati nella sua carne. Prima aveva sminuzzato le scaglie con una lametta da barba, con la polvere aveva disegnato delle righe, che aveva poi aspirato dal naso. Bello. Ma Mad Dog sapeva come farsi un bel botto, un botto anche più grosso. Nella borsa del dottore c'era una confezione intera di siringhe monouso con aghi annessi e connessi. Bastavano poche gocce d'acqua per sciogliere la cocaina pura. Poi serviva una pallottolina di cotone grande quanto la capocchia di un fiammifero, attraverso cui aspirare il liquido prima di infilare l'ago nella parte in rilievo della vena, nell'incavo del gomito. Difficile mancarla. Adesso aveva il braccio nero e bluastro, e sui fori delle prime iniezioni si erano formate delle croste. La canotta era sudicia e imbrattata di macchie sulla parte in basso, usata per tamponare il sangue che gli usciva dal braccio. Non importava. Niente importava, all'infuori del flash.

© 1999, Giulio Einaudi editore


L'autore
Edward Bunker, condannato due volte per crimini vari, scopre in carcere di non essere un criminale che diventa scrittore, ma uno scrittore che una volta è stato criminale. Apprezzato da autori diversi come Styron o Ellroy, da gente del cinema come Tarantino o De Niro (che lo ha voluto come consulente in Heat, La sfida), ha scritto, oltre a romanzi, anche la sceneggiatura di A trenta secondi dalla fine e ha recitato Mr Blue in Le iene di Tarantino.



Erri De Luca
Tre cavalli

"Zappo sotto gli alberi. Proteggono passeri sotto le foglie spesse, sempreverdi. A sera litigano per il posto più caldo, vicino al tronco. Litigano per vivere. Poi fanno un bisbiglio di assestamento, penso che pregano."


Cosa significa la dura vita contadina, un litro di vino da dividere la sera nell'osteria con altri uomini affaticati e infreddoliti. Cosa significa scandire la propria vita solo con momenti crudi, essenziali, legati ai fatti contingenti e ai cicli naturali: "una vita di un uomo dura quanto quella di tre cavalli - dice a un certo punto un interlocutore al protagonista - e tu hai già sotterrato il primo". Cosa significa avere un passato da ricordare con angoscia, legato alla dittatura argentina, alla crudeltà dei militari, alle avventure marinare nel gelido e tempestoso Atlantico, alla scomparsa tragica di una donna tanto amata, al modo studiato per vendicarla, anche uccidendo. Questo scrive Erri De Luca nel suo romanzo, o meglio, nel suo racconto lungo. Questo ci narra attraverso le parole di un uomo che rientra nel proprio paese, forse alla ricerca di un'impossibile pace. È giardiniere, segue il corso delle stagioni e il ciclo della vita attraverso gli animali e le piante, sa quali sono le necessità essenziali e quali le cose superflue. E si innamora, di nuovo, di una donna che ancora una volta non ha una vita semplice e lineare, che rischia e che lo porterà a rischiare.
Una scrittura secca, semplice, a volte essenziale: qualche articolo di meno, qualche verbo sottinteso, qualche tempo presente al posto del passato, per rendere la parlata e il pensiero di un emigrante, non certo colto, che ritorna in Italia e forse non sa più nemmeno parlare la sua lingua d'origine, o forse non avrebbe saputo in ogni caso parlarla meglio di così. "Sono parole scolpite che si lasciano trascinare in un'eco di cantata, di lirismo asciutto che assume a tratti una impronta sapienziale", scrive Lorenzo Mondo. È il linguaggio di un uomo che non vuol ricordare il passato, che vuole semplicemente vivere il presente, perché la vita del primo cavallo è terminata e tra poco terminerà anche quella del secondo. E non c'è tempo da perdere.


Tre cavalli di Erri De Luca
Pag. 109, Lire 22.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01563-3


Le prime righe



Leggo solo libri usati.
Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo.
I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù. I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi.
Così alla trattoria di mezzogiorno mi siedo alla stessa sedia, chiedo minestra e vino e leggo.
Sono romanzi di mare, avventure di montagna, niente storie di città, che già le ho intorno.
Alzo gli occhi per un po' di sole riflesso nel vetro della porta d'ingresso da dove entrano in due, lei con aria di vento addosso, lui con aria di cenere.
Torno al libro di mare: c'è un po' di burrasca, forza otto, il giovane sta mangiando di gusto mentre gli altri vomitano. Poi esce sul ponte a reggersi forte perché è giovane, solo e allegro di burrasca.
Stacco gli occhi per spezzare aglio crudo sulla minestra. Assorbo un piccolo sorso di rosso aspro, legnoso.
Giro pagine docili, bocconi lenti, poi stacco la testa dal bianco di carta e di tovaglia e seguo la linea delle mattonelle di rivestimento che gira per la stanza e passa dietro due pupille nere di donna, messe su quella linea come due "mi" spaccati dal rigo basso del pentagramma. Stanno dritti su di me.
Alzo allo stesso punto il bicchiere e lo lascio sospeso prima di berlo. L'allineamento mi spinge a un principio di sorriso agli zigomi. La geometria delle cose intorno fa succedere coincidenze, incontri.
La donna sorride frontale.
L'uomo di schiena intercetta il brindisi, torce il busto, dà precedenza al gomito, l'oste lo schiva con un giro d'anca mentre mi porta un piatto. Prima che l'energico termini il suo mezzo giro mi raschio in gola un saluto alla donna, come se conoscente. Lei risponde uguale mentre l'uomo mi mette a fuoco.

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L'autore
Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Tra i titoli pubblicati per varie case editrici: Non ora non qui, Pianoterra, Alzaia, Tu, mio. Ha anche tradotto e curato Esodo/Nomi, Giona/Ionà, Kohèlet/Ecclesiaste e Libro di Rut. Nelle pagine di Café Letterario troverete anche un'intervista con l'autore.



Yehoshua Kenaz
Ripristinando antichi amori

"Ora che non parlo e non riesco a muovermi, è probabile che abbia anche meno possibilità di fare sbagli, perché meno partecipo a quello che mi succede, più mi sento prossimo alla mia vera essenza."


Un romanzo minimalista in cui vengono raccontate, in quasi trecento pagine, le storie di vita quotidiana di persone qualunque senza che capitino fatti straordinari, tranne un unico, sconcertante evento finale, che però non spegne la tensione, lo stress che la normalità dei personaggi, le loro frustrazioni e i loro fallimenti hanno creato nel lettore. Alcune di queste vite narrate si intrecciano, altre si sfiorano soltanto, così il grande condominio in cui vivono alcuni è il filo conduttore narrativo di molti capitoli.
Il personaggio di Gabi è forse quello che direttamente o indirettamente entra nelle vite degli altri e interagisce con le singole storie. È una donna, non giovanissima, molto gradevole e attraente, che accetta di vivere una relazione piuttosto umiliante con un uomo ambiguo ed egoista che esige da parte sua una assoluta riservatezza così da non far sospettare a nessuno che tra loro vi sia un rapporto. Pur basandosi unicamente su una forte attrazione sessuale (questi erano i reciproci patti) nella ragazza però nascono sentimenti diversi: il rifiuto orgoglioso di accettare ogni imposizione che garantisca la clandestinità della coppia, il bisogno di un rapporto anche sentimentale col proprio partner, il disprezzo che matura con sempre maggior forza nei confronti di quell'uomo di cui conosce la spregiudicatezza sul lavoro. Nell'appartamento accanto a quello preso in affitto appositamente per gli incontri amorosi dei due, vive un agente immobiliare, solo con il suo vecchio cane. È un uomo mite e sciatto, deriso dal socio per la sua debolezza, insicuro di sé tanto da sospettare sempre qualche trama contro di lui. La conoscenza di Gabi gli crea un grottesco, quanto inaspettato turbamento, decide di rinnovare il suo aspetto, di rendersi più attraente e giovanile e osa addirittura dichiarle il suo amore, la prima volta che scambia con lei due parole. Nello stesso condominio abita anche un vecchio completamente paralizzato che non è in grado nemmeno di parlare, ma che è intellettualmente lucidissimo. Si prende cura di lui una giovane e dolce filippina verso la quale il vecchio prova l'unico affetto che lo tiene legato alla vita. Questo è uno dei personaggi più interessanti del romanzo e attraverso le sue riflessioni è possibile capire meglio l'attuale situazione della società israeliana, del tutto immersa nella cultura del rampantismo e dell'arrivismo occidentale, ma con alcune specificità che la rendono del tutto particolare. Anche la frattura generazionale che emerge da un'altra storia, quella di Ezra e del figlio Eyal, il primo ligio ai valori tradizionali e all'amore per la patria, il secondo in fuga dal servizio militare e in angosciosa ricerca di una strada nuova per sé, mostra il fermento confuso e doloroso che sta attraversando Israele.
Ma tutte le vicende, quelle citate e le molte altre presenti, attraversano il romanzo senza che il lettore abbia la percezione che si narrino fatti, accadimenti particolari: non accade nulla, eppure si ha sempre una tensione psicologica, un'angoscia del vivere che non abbandona il lettore neppure a lettura conclusa e che non si risolve di certo quando e perché il fatto tragico accade, anzi proprio nelle ultime pagine aumenta, con la consapevolezza che la vita continua senza grandi cambiamenti, anche dopo l'evento drammaticamente eccezionale.


Ripristinando antichi amori di Yehoshua Kenaz
Titolo originale: Machzir Ahavot Qodemot

Traduzione di Elena Loewenthal
Pag. 295, Lire 30.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-45828-3


Le prime righe

1


Prima o poi uno dei due chiederà: quando ci rivediamo? e con ciò segnerà la fine di qualcosa ma anche l'inizio di qualcos'altro, che farà irrimediabilmente svanire la passione - sempre che la si possa chiamare così - dei primi tempi, le aveva spiegato chissà quando il professore con il quale aveva convissuto per un certo periodo, all'epoca dell'università. Erano parole di uno scrittore di cui non ricordava più il nome, il quale sosteneva che il primo a chiedere: quando ci rivediamo? era predestinato a "perdere la partita in amore", per usare il frasario del suo professore. Come dire che è tutto soltanto un gioco di forze, aveva pensato allora Gabi, senza esserne affatto convinta. Qualche tempo dopo, in seguito alla rottura con il professore, aveva colto l'occasione per mollare l'università, che ancora non le aveva dato nulla di quello che si aspettava.
Negli anni seguenti c'era stata anche un breve e nemmeno così deplorevole - almeno a suo parere - parentesi matrimoniale, chiusasi con un tempestivo fallimento. Gabi sembra più giovane della sua età, con quel fisico asciutto e la pelle liscia dal colorito roseo, etereo, i capelli scuri lunghi fin sulle spalle (in ufficio li teneva ben raccolti, però, una crocchia sulla nuca stile ballerina classica), i vivaci occhi castani un poco a mandorla e il naso all'insù che le dà un'aria ingiustamente saccente.

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore


L'autore
Yehoshua Kenaz è nato nel 1937. Ha studiato Filosofia e Filologia romanza all'Università di Gerusalemme, e Letteratura francese alla Sorbona. Traduttore di classici francesi in ebraico, ha anche lavorato per le pagine culturali di "Ha'aretz" (uno dei principali quotidiani di Israele). Autore di alcuni romanzi già tradotti o in corso di traduzione presso i principali editori internazionali, è noto al pubblico italiano per Voci di muto amore, pubblicato nel 1994.



Lydie Salvayre
La compagnia degli spettri

"Le ingiunsi di indossare dei vestiti, se non puliti, quantomeno inodori, di smetterla immediatamente con quelle buffonate e di chiudere la bocca ermeticamente, er-me-ti-ca-men-te, sillabai, perché quell'ufficiale giudiziario aveva in mano la nostra sorte e bisognava, sussurrai, mostrarsi il più furbe possibile con lui."


Un ufficiale giudiziario sta svolgendo il suo lavoro nella casa della protagonista (un caos senza limiti di oggetti e di sporcizia), mentre la madre, anziana, malata , farneticante, lo aggredisce credendolo un fantasma del passato che ritorna continuamente nella sua mente. Immagini atroci di stermini, di violenze, di persecuzioni contro gli ebrei, si accavallano nella memoria della donna, confondendo passato e presente.
Mentre la figlia, timida e preoccupata, cerca di arginare la furia della vecchia, scusandosi con l'ufficiale giudiziario e cercando di rabbonirlo, l'uomo procede imperturbabile nel suo lavoro. Due donne: due universi contrastanti, ma che si possono riavvicinare. Una, succube dei fantasmi del passato, vive ogni giorno in compagnia di spettri: non ha più alcuna speranza per il futuro, alcuna cura di se stessa e conduce la sua esistenza trascinandosi stancamente per la casa in una lurida camicia da notte. L'altra, si illude che il futuro possa portarle qualcosa di nuovo, di bello, magari l'amore che non ha mai avuto, e guarda tutto il giorno la televisione, per vivere la romantica vita degli altri e sperare un giorno di baciare anch'essa il suo uomo, chiunque possa essere. Non ha amici, se non una strana coppia che non si fa scrupoli di sfruttarla. Anche lei, dunque, vive in un certo senso in compagnia di spettri: quelli che popolano i suoi sogni sul futuro e quelli che compaiono nello schermo televisivo. L'importante è che l'ufficiale giudiziario non le sequestri proprio la televisione... Sembra che per le due donne non ci siano vie d'uscita e che il dialogo fra loro si possa attestare esclusivamente sui drammatici eventi del passato che la madre, continuamente, assillantemente narra e rinarra. Ma proprio la presenza dell'ufficiale giudiziario scatenerà una complicità contro il nemico comune che potrà finalmente riportare madre e figlia verso una via d'uscita comune.
Un romanzo intimista, scritto con la passione di chi partecipa intensamente alle vicende che narra. Forse la professione di psichiatra esercitata dall'autrice l'ha aiutata a rendere con questa profondità di sentimenti e a descrivere una situazione paradossale ma non per questo meno "vera".


La compagnia degli spettri di Lydie Salvayre
Titolo originale dell'opera: La Compagnie des spectres

Traduzione di Francesco Bruno
Pag. 155, Lire 23.000 - Edizioni Ugo Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-070-3


Le prime righe

1


E proprio mentre mi profondevo in convenevoli, signor ufficiale giudiziario di qui signor ufficiale giudiziario di là, giacché contavo con quelle cortesie che non mi erano affatto naturali di impressionare favorevolmente l'ufficiale giudiziario e indurlo ad annullare le sue delibere o quantomeno ad attenuarle, vidi la porta della camera aprirsi d'improvviso e mia madre comparire in camicia da notte sozza, cinta dall'orrendo marsupio da cui non si separava mai, nel caso, diceva, che fosse stata condotta manu militari in campo d'internamento, vidi, dicevo, mia madre comparire e urlare all'uomo di legge in tono agghiacciante Ti manda Darnand?
La riportai subito in quelli che per burla chiamavamo i suoi appartamenti, pregando l'ufficiale giudiziario che non aveva abbandonato la sua calma, quantunque fosse, suppongo, assai imbarazzato, di pazientare per qualche istante.
E quando, dopo aver riaccompagnato mia madre nella stanza al fine di nasconderla e metterla, per così dire, in condizione di non nuocere, tornai in corridoio dove l'avevo (l'ufficiale giudiziario) confinato, lui mi lesse:
Addì 15 aprile 1997, io sottoscritto avvocato Echinard, Ufficiale Giudiziario, titolare di un Ufficio di Ufficiale Giudiziario in Cretéil, ivi domiciliato al 44 di rue Violette, alla Signorina Rose Mélie, residente al 10 del quartiere des Acacias, appartamento 230, 12º piano a Créteil, dove essendo e parlando come riportato di seguito sul verbale di notifica, su richiesta del Signor Marcel Leducq, di nazionalità francese, nato il 10 agosto 1930 a Parigi 12º Arrondissement, pensionato, residente al 16 di rue Camille Desmoulins a Parigi 11º, Eleggendo a domicilio il mio Studio, agendo in virtù di una sentenza emanata in contraddittorio e in prima istanza, in data 2 giugno 1996, dal Signor Pretore di Créteil, non avendo la suddetta adempiuto all'ingiunzione di comunicare nomi e indirizzo del suo datore di lavoro o i dati relativi ai suoi conti bancari onde rendere possibile la confisca delle sue retribuzioni, iteratamente ordino di

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E, mentre l'ufficiale giudiziario snocciolava il suo verbale di pignoramento del quale non capivo niente, ma proprio niente, io valutavo le mie deboli speranze di sottrarre i pochi oggetti che mi erano cari a quel maledetto inventario, e in particolare il televisore senza il quale, pensavo, mi sarebbe stato impossibile vivere.

© 1999, Ugo Guanda editore


L'autrice
Lydie Salvayre è figlia di rifugiati politici spagnoli. Vive a Parigi ed esercita la professione di psichiatra. I suoi libri: La déclaration, La vie commune, La médaille, La puissance des mouches e La conférence de Cintegabelle.



Carlo Sgorlon
Il filo di seta

"Ogni confratello osservava con attenzione i comportamenti di Odorico, che sembrava possedere una grande autorità. Perché? Nessuno lo sapeva. Odorico era uno dei frati più giovani, uno degli ultimi che aveva pronunziato i voti ed era diventato secardote, eppure tutto ciò che faceva rivelava un singolare carisma."


Protagonista del romanzo è Odorico da Pordenone (soprannome di Odorico Mattiuzzi), un grande viaggiatore del XIII secolo paragonabile al suo contemporaneo Marco Polo. L'anno della sua nascita è incerto, ma pare possa essere il 1265, il medesimo in cui vide la luce Dante Alighieri. Nel 1280 divenne francescano e in seguito missionario in Armenia, Persia ed Estremo Oriente, incontrando addirittura il Gran Khan, imperatore di Mongolia e di tutta l'Asia. La sua esperienza venne poi raccolta nelle pagine dei De rebus incognitis e Descriptio terrarum, del 1331 (ripubblicate anche in estratti e sotto vari titoli, tra cui Memoriale toscano. Viaggio in India e Cina (1318-1330), per le Edizioni dell'Orso) considerate fra le più importanti fonti medievali per la conoscenza delle civiltà orientali. Non potevamo non accennare alle note biografiche di Odorico per far comprendere come Sgorlon ne sia rimasto affascinato e abbia deciso di scrivere un libro incentrato proprio sulla sua vita e sui suoi viaggi. Naturalmente in versione romanzata. Perché è stimolante immaginare come sia stata l'esperienza diretta di questo monaco in mezzo a genti talmente diverse: l'iniziale stupore, i successivi dialoghi, gli incontri più o meno importanti, le difficoltà di comunicazione, il fascino dell'ignoto e, soprattutto, il desiderio di portare il messaggio di Dio in terre così lontane. Odorico affronta un viaggio straordinario proprio per diffondere la conoscenza della religione cristiana ed incontra sul suo cammino le tradizioni culturali e religiose degli altri popoli, con cui si confronta nella speranza di convincere e convertire. Da Trebisonda, cristiana come la maggior parte dell'Armenia, alla Città Probita del Gran Khan Jesun Timur, dove la religione cristiana, in minoranza, non poteva non risentire della mentalità dei mongoli e dei cinesi, dalla Persia musulmana alle strade dell'India calpestate dai bramini... Un affresco culturale e religioso di un'epoca, immaginario ma non troppo, da consigliare agli appasionati di storia, ma anche a chi ama la narrativa di viaggio ed è affascinato da un tempo, ormai irriproducibile, in cui muoversi dalle proprie terre significava andare verso l'ignoto.


Il filo di seta di Carlo Sgorlon
Pag. 335, Lire 30.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-4458-7


Le prime righe

I.
Franz


Villanova di Pordenone nell'anno Domini 1265 avrà avuto sì e no duecento abitanti. Erano quasi tutti contadini e lavoravano i campi dei feudatari; gli altri erano artigiani o soldati.
Tutto da quelle parti apparteneva ai feudatari, la terra, i boschi, le paludi, gli stagni, i viottoli di campagna e le scarse strade di terra battuta. E le case? Appartenevano loro anche le case, costruite dai contadini con i sassi raccolti nel letto del Meduna o del Cellina?
La questione non si poneva neppure. Era qualcosa che dormiva un placido sonno nelle menti dei notai e degli uomini di legge. Ma, se per caso si fosse svegliata d'improvviso, certo avrebbe confermato in esplicite forme che tutto apparteneva ai feudatari, anche le acque dei torrenti che scendevano dalle montagne. Quei nobili erano sentiti dalla gente in modi piuttosto curiosi. Parevano lontani e assenti, sempre chiusi nei loro castelli, o impegnati in viaggi dai fini misteriosi a Udine, a Gorizia, a Trieste, o verso città di Carinzia, Stiria, Austria e Boemia.
Ma, in pari tempo, sembravano sempre presenti, intenti a controllare e a spiare la gente che lavorava dalle torri e i corpi di guardia dei loro castelli. Uno di questi aveva tre cinte di mura. Qualcuno di Villanova, che aveva avuto la strana sorte di entrarvi, aveva raccontato una serie di bizzarrie, per esempio che le scale non erano scale, ma una specie di sentiero a chiocciola, in salita, con scalini bassissimi, che si potevano percorrere senza smontare da cavallo. Era una cosa che, in certo modo, non stava né in cielo né in terra, e che i contadini stentavano a credere.
Accettavano di essere contadini di Baroni boemi, la cui volontà era sovrana come quella del Padreterno. Nessuno si sognava neppure di sostituirla con la propria.

© 1999, Edizioni Piemme


L'autore
Carlo Sgorlon è nato a Cassacco in provincia di Udine il 26 luglio 1930. Romanziere e saggista, tra le sue molte opere ricordiamo: Il trono di legno (Supercampiello 1973), La conchiglia di Anataj (Supercampiello 1983), L'armata dei fiumi perduti (Premio Strega 1985), Il Caldèras (Premio Nonino, Premio Napoli 1989), La foiba grande (finalista al premio europeo Aristeion 1992), La malga di Sîr (Premi Elba, Rhegium Julii, Superflaiano internazionale 1996).



A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




5 novembre 1999