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Erri De Luca Tre cavalli "Zappo sotto gli alberi. Proteggono passeri sotto le foglie spesse, sempreverdi. A sera litigano per il posto più caldo, vicino al tronco. Litigano per vivere. Poi fanno un bisbiglio di assestamento, penso che pregano." Cosa significa la dura vita contadina, un litro di vino da dividere la sera nell'osteria con altri uomini affaticati e infreddoliti. Cosa significa scandire la propria vita solo con momenti crudi, essenziali, legati ai fatti contingenti e ai cicli naturali: "una vita di un uomo dura quanto quella di tre cavalli - dice a un certo punto un interlocutore al protagonista - e tu hai già sotterrato il primo". Cosa significa avere un passato da ricordare con angoscia, legato alla dittatura argentina, alla crudeltà dei militari, alle avventure marinare nel gelido e tempestoso Atlantico, alla scomparsa tragica di una donna tanto amata, al modo studiato per vendicarla, anche uccidendo. Questo scrive Erri De Luca nel suo romanzo, o meglio, nel suo racconto lungo. Questo ci narra attraverso le parole di un uomo che rientra nel proprio paese, forse alla ricerca di un'impossibile pace. È giardiniere, segue il corso delle stagioni e il ciclo della vita attraverso gli animali e le piante, sa quali sono le necessità essenziali e quali le cose superflue. E si innamora, di nuovo, di una donna che ancora una volta non ha una vita semplice e lineare, che rischia e che lo porterà a rischiare. Una scrittura secca, semplice, a volte essenziale: qualche articolo di meno, qualche verbo sottinteso, qualche tempo presente al posto del passato, per rendere la parlata e il pensiero di un emigrante, non certo colto, che ritorna in Italia e forse non sa più nemmeno parlare la sua lingua d'origine, o forse non avrebbe saputo in ogni caso parlarla meglio di così. "Sono parole scolpite che si lasciano trascinare in un'eco di cantata, di lirismo asciutto che assume a tratti una impronta sapienziale", scrive Lorenzo Mondo. È il linguaggio di un uomo che non vuol ricordare il passato, che vuole semplicemente vivere il presente, perché la vita del primo cavallo è terminata e tra poco terminerà anche quella del secondo. E non c'è tempo da perdere. Tre cavalli di Erri De Luca Pag. 109, Lire 22.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli) ISBN 88-07-01563-3 Le prime righe Leggo solo libri usati. Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo. I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù. I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi. Così alla trattoria di mezzogiorno mi siedo alla stessa sedia, chiedo minestra e vino e leggo. Sono romanzi di mare, avventure di montagna, niente storie di città, che già le ho intorno. Alzo gli occhi per un po' di sole riflesso nel vetro della porta d'ingresso da dove entrano in due, lei con aria di vento addosso, lui con aria di cenere. Torno al libro di mare: c'è un po' di burrasca, forza otto, il giovane sta mangiando di gusto mentre gli altri vomitano. Poi esce sul ponte a reggersi forte perché è giovane, solo e allegro di burrasca. Stacco gli occhi per spezzare aglio crudo sulla minestra. Assorbo un piccolo sorso di rosso aspro, legnoso. Giro pagine docili, bocconi lenti, poi stacco la testa dal bianco di carta e di tovaglia e seguo la linea delle mattonelle di rivestimento che gira per la stanza e passa dietro due pupille nere di donna, messe su quella linea come due "mi" spaccati dal rigo basso del pentagramma. Stanno dritti su di me. Alzo allo stesso punto il bicchiere e lo lascio sospeso prima di berlo. L'allineamento mi spinge a un principio di sorriso agli zigomi. La geometria delle cose intorno fa succedere coincidenze, incontri. La donna sorride frontale. L'uomo di schiena intercetta il brindisi, torce il busto, dà precedenza al gomito, l'oste lo schiva con un giro d'anca mentre mi porta un piatto. Prima che l'energico termini il suo mezzo giro mi raschio in gola un saluto alla donna, come se conoscente. Lei risponde uguale mentre l'uomo mi mette a fuoco. © 1999, Giangiacomo Feltrinelli Editore L'autore Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950. Tra i titoli pubblicati per varie case editrici: Non ora non qui, Pianoterra, Alzaia, Tu, mio. Ha anche tradotto e curato Esodo/Nomi, Giona/Ionà, Kohèlet/Ecclesiaste e Libro di Rut. Nelle pagine di Café Letterario troverete anche un'intervista con l'autore. |
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Carlo Sgorlon Il filo di seta "Ogni confratello osservava con attenzione i comportamenti di Odorico, che sembrava possedere una grande autorità. Perché? Nessuno lo sapeva. Odorico era uno dei frati più giovani, uno degli ultimi che aveva pronunziato i voti ed era diventato secardote, eppure tutto ciò che faceva rivelava un singolare carisma." Protagonista del romanzo è Odorico da Pordenone (soprannome di Odorico Mattiuzzi), un grande viaggiatore del XIII secolo paragonabile al suo contemporaneo Marco Polo. L'anno della sua nascita è incerto, ma pare possa essere il 1265, il medesimo in cui vide la luce Dante Alighieri. Nel 1280 divenne francescano e in seguito missionario in Armenia, Persia ed Estremo Oriente, incontrando addirittura il Gran Khan, imperatore di Mongolia e di tutta l'Asia. La sua esperienza venne poi raccolta nelle pagine dei De rebus incognitis e Descriptio terrarum, del 1331 (ripubblicate anche in estratti e sotto vari titoli, tra cui Memoriale toscano. Viaggio in India e Cina (1318-1330), per le Edizioni dell'Orso) considerate fra le più importanti fonti medievali per la conoscenza delle civiltà orientali. Non potevamo non accennare alle note biografiche di Odorico per far comprendere come Sgorlon ne sia rimasto affascinato e abbia deciso di scrivere un libro incentrato proprio sulla sua vita e sui suoi viaggi. Naturalmente in versione romanzata. Perché è stimolante immaginare come sia stata l'esperienza diretta di questo monaco in mezzo a genti talmente diverse: l'iniziale stupore, i successivi dialoghi, gli incontri più o meno importanti, le difficoltà di comunicazione, il fascino dell'ignoto e, soprattutto, il desiderio di portare il messaggio di Dio in terre così lontane. Odorico affronta un viaggio straordinario proprio per diffondere la conoscenza della religione cristiana ed incontra sul suo cammino le tradizioni culturali e religiose degli altri popoli, con cui si confronta nella speranza di convincere e convertire. Da Trebisonda, cristiana come la maggior parte dell'Armenia, alla Città Probita del Gran Khan Jesun Timur, dove la religione cristiana, in minoranza, non poteva non risentire della mentalità dei mongoli e dei cinesi, dalla Persia musulmana alle strade dell'India calpestate dai bramini... Un affresco culturale e religioso di un'epoca, immaginario ma non troppo, da consigliare agli appasionati di storia, ma anche a chi ama la narrativa di viaggio ed è affascinato da un tempo, ormai irriproducibile, in cui muoversi dalle proprie terre significava andare verso l'ignoto. Il filo di seta di Carlo Sgorlon Pag. 335, Lire 30.000 - Edizioni Piemme ISBN 88-384-4458-7 Le prime righe Franz Villanova di Pordenone nell'anno Domini 1265 avrà avuto sì e no duecento abitanti. Erano quasi tutti contadini e lavoravano i campi dei feudatari; gli altri erano artigiani o soldati. Tutto da quelle parti apparteneva ai feudatari, la terra, i boschi, le paludi, gli stagni, i viottoli di campagna e le scarse strade di terra battuta. E le case? Appartenevano loro anche le case, costruite dai contadini con i sassi raccolti nel letto del Meduna o del Cellina? La questione non si poneva neppure. Era qualcosa che dormiva un placido sonno nelle menti dei notai e degli uomini di legge. Ma, se per caso si fosse svegliata d'improvviso, certo avrebbe confermato in esplicite forme che tutto apparteneva ai feudatari, anche le acque dei torrenti che scendevano dalle montagne. Quei nobili erano sentiti dalla gente in modi piuttosto curiosi. Parevano lontani e assenti, sempre chiusi nei loro castelli, o impegnati in viaggi dai fini misteriosi a Udine, a Gorizia, a Trieste, o verso città di Carinzia, Stiria, Austria e Boemia. Ma, in pari tempo, sembravano sempre presenti, intenti a controllare e a spiare la gente che lavorava dalle torri e i corpi di guardia dei loro castelli. Uno di questi aveva tre cinte di mura. Qualcuno di Villanova, che aveva avuto la strana sorte di entrarvi, aveva raccontato una serie di bizzarrie, per esempio che le scale non erano scale, ma una specie di sentiero a chiocciola, in salita, con scalini bassissimi, che si potevano percorrere senza smontare da cavallo. Era una cosa che, in certo modo, non stava né in cielo né in terra, e che i contadini stentavano a credere. Accettavano di essere contadini di Baroni boemi, la cui volontà era sovrana come quella del Padreterno. Nessuno si sognava neppure di sostituirla con la propria. © 1999, Edizioni Piemme L'autore Carlo Sgorlon è nato a Cassacco in provincia di Udine il 26 luglio 1930. Romanziere e saggista, tra le sue molte opere ricordiamo: Il trono di legno (Supercampiello 1973), La conchiglia di Anataj (Supercampiello 1983), L'armata dei fiumi perduti (Premio Strega 1985), Il Caldèras (Premio Nonino, Premio Napoli 1989), La foiba grande (finalista al premio europeo Aristeion 1992), La malga di Sîr (Premi Elba, Rhegium Julii, Superflaiano internazionale 1996). A cura di Grazia Casagrande |
5 novembre 1999