Julia Deuley
Racconti che fanno le fusa

"Nella notte dei tempi, quando la Terra era ancora un giovane pianeta, i primi gatti erano delle creature indolenti e oziose, che si trascinavano noncuranti nei sottoboschi e nelle pianure, nutrendosi esclusivamente di frutta e di erbe."


Una raccolta di brevi racconti, aneddoti, aforismi su gatti di ogni tipo. La scrittrice, studiosa di leggende e miti ha tratto in parte materiale dai suoi studi e in parte costruito delle storie sullo stesso stile e con le stesse modalità narrative della fiaba. Il risultato è un gradevole volume di sicuro apprezzato dagli innumerevoli amanti dei gatti. Leggende orientali o tratte dalla tradizione classica vengono qui adattate al protagonista assoluto del volume: quel felino infido e incantevole, misterioso e affascinante, amico di poeti e di filosofi che abita le nostre case con distaccato interesse.
Dalle leggende delle origini del mondo a un breve racconto di fantascienza tutto viene rivisitato per offrire un ritratto efficace e giocoso del carattere del gatto. Ma oltre che sulla leggendaria Sfinge e su maghi di vario genere questo animale, a detta della scrittrice, è riuscito ad avere la meglio anche su pensatori del calibro di Marx o di Freud. Forse non era necessario scomodare questi grandi, e non sempre la scrittrice pare possedere la necessaria ironia per trattare l'argomento con la dovuta leggerezza.
Più felici sono i racconti che vedono protagonisti Lewis Carroll e il gatto del Cheshire, probabilmente perché il tono fiabesco ben si addice all'autore di Alice nel paese delle meraviglie. Sono infatti i racconti in forma di fiaba a risultare i più adatti al protagonista assoluto del libro e a rappresentare una gradevole lettura per tutti. Ad esempio Come le rose divennero gatti, è una deliziosa leggenda che spiega il perché del manto vellutato del gatto e dei suoi ingannevoli artigli. Così molto divertente è anche l'oroscopo che attribuisce caratteri specifici a seconda del segno zodiacale a cui il micio appartiene. L'ultima parte del libro contiene una conversazione in più tempi tra la scrittrice e il suo gatto, vero autore del libro in quanto, sicuramente, l'osservazione quotidiana dei suoi comportamenti e l'attenzione alle sue morbide movenze devono avere regalato a Julia Deuley mille spunti e mille fantasie che poi sono state formalizzate nella pagina scritta.


Racconti che fanno le fusa di Julia Deuley
Titolo originale: La Sagesse des Chats

Traduzione di Frediano Sessi
Pag. 167, Lire 25.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-4446-3



Le prime righe

La saggezza dei gatti


In un tempo molto, molto lontano, un tempo così antico che anche le rocce più vecchie non ne conservano traccia, il Creatore di tutte le cose convocò presso di sé le diverse categorie di spiriti che aveva deciso di destinare alla Terra. A ognuna chiese di formulare il più grande dei suoi desideri, al fine di procedere a un'equa ripartizione delle specie.
Un buon miliardo di stelle nacquero e morirono mentre i diversi clan ponderarono con cura la delicata questione. Infine ciascuno espresse la propria aspirazione dando libero sfogo ad ambizioni e sogni.
"Vogliamo l'onnipresenza e l'invisibilità" dissero i primi.
Nacquero così batteri, virus e microbi.
"Noi desideriamo la fortuna!"
E presero forma le ostriche perlifere.
"Noi vogliamo soggiogare il mondo."
Il Creatore generò allora i vermi e tutta la brulicante popolazione sotterranea alla quale le altre specie, inesorabilmente, avrebbero finito col consegnare le proprie spoglie.
"Noi chiediamo soltanto la virtù della pazienza."
E vide la luce il ragno.
Taluni vollero l'eloquenza, e furono trasformati in pappagalli. Altri, l'alta finanza, e il Creatore riempì gli oceani di pescecani. Altri ancora, che avevano una fortissima inclinazione alla convivenza sociale, lo pregarono di accordare loro la perfetta uguaglianza. Furono pecore.
Certuni chiesero il talento di misurare con precisione vaste distese e ampi territori. Il Creatore li fece cammelli le cui gobbe non sono altro che l'emblema del loro innato bernoccolo per le scienze esatte che permette loro di attraversare gli immensi deserti terrestri senza mai smarrirsi.

© 1999, Edizioni Piemme S.p.A.


L'autrice
Julia Deuley è appassionata di astrologia e studiosa di miti e leggende. Vive ad Angers con il suo gatto, che si racconta le abbia dettato questo delizioso libro



John Irving
Vedova per un anno

"Una bambina di quattro anni ha una comprensione limitata del tempo. Dal punto di vista di Ruth, c'era soltanto il fatto che sua madre e le fotografie dei fratelli morti erano spariti. Presto le sarebbe venuto in mente di domandare quando sua madre e le foto sarebbero tornate."


Uno scrittore scrive di altri scrittori. Un romanzo a intreccio basato sul mondo che l'autore forse conosce meglio e in cui lui stesso e i suoi colleghi vivono. Non è certo difficile per lui descrivere la mentalità, il gusto, il pensiero di chi gli somiglia, almeno per affinità culturali e intellettuali. Anche se la storia non ha nulla di autobiografico e prende indirizzi e svolte lontani da quelle della vita di Irving. Protagonista è in realtà una donna, che conosciamo bambina e adolescente e ritroviamo poi scrittrice di successo. L'autore ci racconta subito che Ruth, questo è il suo nome, incontrerà a distanza di anni il giovanissimo amante della madre, Eddie, che, a soli quattro anni, aveva visto fare l'amore con lei. E subito ci dice che scoppierà una passione tra loro. Ma nel frattempo tanti avvenimenti dovranno ancora accadere. Le radici della storia stanno in una famiglia formata da una madre, Marion, molto bella e inafferrabile, un padre, Ted Cole, scrittore affermato di libri per bambini e accompagnato spesso da altre donne, e due fratelli morti adolescenti da alcuni anni, prima ancora della nascita di Ruth, ma presenti in tutta la casa attraverso centinaia di fotografie. Queste fotografie sono la fonte di molte storie che il padre racconta alla piccola Ruth, che ormai sente di conoscere quei due fratelli forse meglio di chiunque altro. Il tempo passa e la madre di Ruth decide di andarsene, portando con se anche le fotografie dei ragazzi. La piccola crescerà con il padre, ricordando sempre quelle storie dell'infanzia e diventando anch'essa scrittrice di successo, poi moglie e madre. Ma nel frattempo anche Eddie è cresciuto e diventato un autore di romanzi, anzi, in sostanza, di un unico romanzo autobiografico che ripercorre le vicende appassionate della relazione con Marion. E Marion stessa, vive in Canada e scrive libri gialli firmando con uno pseudonimo. A questo punto il destino cambia le carte in tavola: Ruth rimane vedova e dopo un anno incontra Eddie e nasce il loro amore. Le tre parti del romanzo hanno così un compimento: dopo la solitudine e la vedovanza che sono seguite all'infanzia e alla realizzazione professionale, ecco arrivare il vero amore. La scrittura di Irving è scorrevole, piacevole, come in una riuscita commedia americana, ma forse manca dell'ironia di Neil Simon, divenendo talvolta una saga "di genere", anche se costruita in modo eccellente.


Vedova per un anno di John Irving
Titolo originale dell'opera: A widow for one year

Traduzione di Francesco Bruno
538 pag., Lit. 34.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86209-6


Le prime righe

PARTE PRIMA
ESTATE 1958

Il paralume inadeguato


All'età di quattro anni, mentre dormiva al piano inferiore del letto a castello, Ruth Cole fu svegliata dai suoni di qualcuno che stava facendo l'amore... venivano dalla camera da letto dei suoi genitori. Erano suoni assolutamente sconosciuti per lei. Ruth aveva appena avuto un'influenza con complicazioni intestinali; quando sentì per la prima volta sua madre fare l'amore, pensò che stesse vomitando.
Il fatto è che quell'estate i suoi genitori non avevano soltanto camere da letto separate, ma addirittura case separate, anche se Ruth non vide mai l'altra abitazione. I suoi genitori si alternavano una notte per ciascuno nella casa di famiglia con Ruth; vicino ce n'era un'altra in affitto dove la madre o il padre di Ruth abitavano quando non stavano con lei. Era uno di quei ridicoli accordi che fanno le coppie sul punto di separarsi, ma prima del divorzio, quando ancora s'illudono che figli e averi possano essere condivisi con magnanimità, più che con recriminazioni.
Quando Ruth si destò a quei suoni inconsueti, sulle prime non seppe se fosse la madre o il padre che stava vomitando; poi, nonostante l'estraneità del rumore, riconobbe quell'accento di tristezza e di isteria trattenuta che si percepiva spesso nella voce di sua madre. Ricordò anche che quella era la sera in cui toccava a sua madre stare con lei.
Fra la camera di Ruth e la camera dei genitori c'era il bagno grande. Mentre la bambina attraversava scalza il bagno, prese con sé un asciugamani. (Quando aveva l'influenza, suo padre la esortava a vomitare in un asciugamani). Povera mammina! pensava Ruth, portandole l'asciugamani.
Nel pallido chiarore lunare e nel baluginio ancor più fioco e palpitante della lucina da notte sistemata nel bagno da suo padre, Ruth scorse le facce esangui dei suoi fratelli morti sulle fotografie appese alle pareti. C'erano foto dei suoi fratelli morti sparse per tutta la casa, su tutte le pareti; sebbene i due ragazzi fossero morti adolescenti, prima della nascita di Ruth (prima ancora del suo concepimento), alla bambina pareva di conoscere più quei ragazzi scomparsi che suo padre o sua madre.

© 1999, RCS Libri


L'autore
John Irving è nato a Exeter, New Hampshire, nel 1942. Ha scritto nove romanzi, tra i quali Il mondo secondo Garp, Hotel New Hampshire, Le regole della casa del sidro, Figlio del circo, Libertà per gli orsi. Vive tra Toronto e il Vermont.



Deborah Lupton
L'anima nel piatto

"Cucinare è un processo morale, in virtù del quale la materia grezza - sottomessa e addomesticata - passa dallo stato di natura a quello di cultura"


Si può scrivere una storia dell'umanità basandosi sulla storia della sua alimentazione. E si può tracciare un percorso di civilizzazione e di crescita culturale, sempre attraverso l'analisi del cibo e di come questo cibo venga "trattato" dall'uomo. Cibo e alimentazione non sono solo esclusivamente una necessità oggettiva di sopravvivenza, ma sono anche una manifestazione fondamentale della soggettività e del contesto socio-culturale in cui l'individuo si inserisce. La fame è un istinto primario di sopravvivenza; come questa esigenza venga soddisfatta è il frutto della crescita culturale di un popolo. Con le abitudini alimentari si stabiliscono le appartenenze a classi sociali differenti, a regioni geografiche, a religioni, a nazioni. E le scelte alimentari sono scandite dalle stagioni, dalle feste, dai momenti del giorno, dalle età dell'individuo... Per lungo tempo (la concezione ha radici nelle filosofia greca) si è considerata l'alimentazione e la preparazione dei cibi come un'attività minore, dedita alla materialità, non degna di considerazione se non del tutto ignorata e sottovalutata. Dunque anche poco studiata. "La filosofia è maschile e disincantata - scrive l'autrice - mentre il cibo e l'atto di mangiare sono femminili e incarnati". Anche per questo non esistono grandi saggi sull'argomento che ne affrontino gli aspetti culturali interdisciplinari. L'anima nel piatto intende colmare la lacuna esistente affrontando sia un'analisi degli approcci teorici nello studio delle abitudini e delle preferenze alimentari, sia il ruolo fondamentale che il cibo riveste all'interno dell'equilibrio familiare e nella crescita dell'individuo, ma anche nel contesto sociale (con i grandi temi del rapporto cibo-salute e dell'etica dell'alimentazione). E non vengono tralasciati altri aspetti culturali dell'approccio al cibo: la valutazione del sapore "buono" e "cattivo" e le preferenze alimentari in base al tipo di sostanza (ad esempio gelatinosa, untuosa, appiccicosa o sanguinolenta) e alle tradizioni culturali del gruppo sociale di appartenenza. Non poteva mancare un accenno a chi del cibo si priva, attraverso l'ascetismo e il digiuno, e a chi non riesce con ad avere con gli alimenti un rapporto equilibrato, con le tante variabili contemporanee dei disturbi dell'alimentazione.


L'anima nel piatto di Deborah Lupton
Titolo originale: Food, the Body and the Self

Traduzione di Susanna Falchero
274 pag., Lit. 30.000 - Edizioni il Mulino (Incontri n.17)
ISBN 88-15-07258-6


Le prime righe

Capitolo primo

Cibo e alimentazione


Considerare la personificazione come un prodotto sociale e le pratiche alimentari come mediate dalle relazioni sociali richiede una consapevolezza complessa del modo in cui società, soggettività e corpo sono interconnessi. Nel corso degli ultimi due decenni, i sociologi hanno dedicato un'attenzione crescente al significato, alle convinzioni e alle strutture sociali che danno forma alle consuetudini alimentari nel mondo occidentale. Nonostante sia un'area relativamente minore e meno studiata nell'ambito della sociologia tradizionale, la "sociologia del cibo e dell'alimentazione" è considerata una sottodisciplina legittima, a cui non si presta tuttavia la stessa attenzione dedicata, per esempio, alla sociologia del corpo. Anche altri settori importanti della ricerca socioculturale si sono occupati delle dimensioni sociali del cibo e dell'alimentazione, basti pensare all'antropologia, alla storia e alle indagini culturali. Tale ricerca ha analizzato l'interazione complessa tra fenomeni tradizionalmente separati nel pensiero accademico: fisiologia e società, corpo e mente, micro e macro. Questo capitolo passa in rassegna le scoperte offerte dagli approcci teorici al cibo, e costituisce una base teorica per i capitoli successivi.

1. Dieta perfetta, salute perfetta

La prospettiva nutrizionale o sociobiologica ha tradizionalmente dominato la ricerca sulle pratiche alimentari. Questo approccio ha portato a considerare il cibo, le abitudini e le preferenze alimentari correlate in modo ampiamente strumentale al funzionamento anatomico del corpo umano. In generale, si tende a considerare le pratiche alimentari finalizzate allo sviluppo e al funzionamento fisico - e quindi degne di essere incoraggiate - o a debilitare il corpo - e perciò soggette a disapprovazione.

© 1999, Società editrice il Mulino


L'autrice
Deborah Lupton insegna Sociologia dei processi culturali nell'Università di Bathrust (Gran Bretagna). Tra le sue pubblicazioni: An Imperative of Health and the Regulated Body, Constructing Fatherhood, The Emotional Self: A Sociocultural Exploration.



Tom Wolfe
Un uomo vero

"Se uno perde il desiderio sessuale, perde tutto: l'energia, il coraggio, l'immaginazione. Rimase in attesa del fremito ma avvertì invece una sorta di scarica elettrica nel plesso solare. E se fosse successo davvero? Se davvero gli avessero tolto tutto? Potevano annientarlo. Aveva sessant'anni, e questa volta avrebbero potuto annientarlo completamente!"


Un romanzo dalle ampie dimensioni, ricco di informazioni, di fatti, di personaggi, un esempio di alto giornalismo letterario che offre un quadro realistico e circostanziato di una città, Atlanta, modello del nuovo risveglio delle città del Sud.
Un sessantenne ricco, esageratamente ricco, tanto da essersi conquistata anche un giovane moglie, dopo aver "smesso" la precedente, ormai attempata, sbaglia investimento e si trova all'orlo del fallimento. Il fisico ben allenato, il lusso di cui si circonda, tutto americano nel suo esibito potere, non lo tutelano dai manager avidi e ostili che gli chiedono il conto dei soldi di cui è debitore. E a quel punto tutto sembra cadergli addosso, tutto si incrina e quel mondo così artificiale da lui costruito mostra tutte le crepe della finzione. In questa prima parte emerge tutta la città, così diversa dalla New York de Il falò delle vanità, e così interessante nel perbenismo che tutto mette a tacere. Anche uno stupro, anche la violenza su di una ragazzina è subordinata alle opportunità della politica e non c'è grande differenza tra bianchi e neri, quanto piuttosto tra classi sociali, tra ricchi ed emarginati, tra personaggi del potere ed esclusi. Infatti Atlanta è una città a maggioranza negra, in cui molti appartengono ad un ceto medio ormai perfettamente assimilato ai costumi dei bianchi, anche se la divisione razziale esiste e non interessa quasi più spezzarla. Si temono in ogni caso delle sommosse di tipo etnico, del tutto improbabili ad Atlanta, e così si mettono a tacere gli scandali soprattutto se chi è accusato dello stupro della figlia bianca di un potente locale è un ragazzo nero, idolo sportivo, di origini umilissime. Da questo clima di rampantismo spesso spietato il romanzo poi passa in una zona industriale, a Oakland, sulla costa californiana, dove un giovane, Conrad Hensley, perde il posto di lavoro in una fabbrica del gruppo che faceva capo a Croker e che era stata ridimensionata nel personale per tentare di salvare il magnate dal fallimento. Il giovane Conrad, uomo onesto e puro, finisce col mettersi nei guai e trovarsi in carcere. E qui Wolfe riesce a rendere meno netto e falso il rapporto bene/male, vittima/colpevole attraverso l'introduzione di un riferimento dotto: la filosofia di Epitteto dà al giovane Conrad quei riferimenti morali, quelle sicurezze che danno senso al suo agire. Può sembrare curioso come in un romanzo come questo, così ricco di cronaca, di elementi dell'attualità più bruciante, sia proprio una citazione dalla filosofia greca a supportare il racconto. Eppure se si riesce a dare peso a espressioni come: "le mie gambe metterai in catene, sì, ma non la mia volontà", si può trarne motivo non solo di riflessione, ma anche d'azione. L'ultima parte riesce a dare unità alle due precedenti, mescolandone le tensioni e i personaggi, così da non apparire del tutto giustapposte le due vicende, unite apparentemente da un filo sottile.

In conclusione un romanzo che scorre con la pienezza di un fiume, una specie di commedia umana di fine millennio, capace, anche nella bella traduzione di Giovanni Luciani, di rendere le mille sfaccettature del linguaggio contemporaneo, in cui al dialetto si sono sostituiti elementi di gergo e codici linguistici prettamente distinti nelle categorie d'appartenenza dei parlanti.


Un uomo vero di Tom Wolfe
Titolo originale: A Man in Full

Traduzione di Giovanni Luciani
Pag. 860, Lire 36.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-44443-6


Le prime righe

Prologo

Capitan Charlie


In sella al suo cavallo preferito, Charlie Croker tirò indietro le spalle per essere sicuro di stare dritto e trasse un profondo respiro... Ahhh, ecco la posizione giusta... Amava il modo in cui il possente torace gli si gonfiava sotto la tenuta cachi, e immaginava che tutti i partecipanti alla battuta di caccia avrebbero notato la sua prestanza fisica. Tutti. Non solo i sette ospiti, ma anche i sei dipendenti e la giovane moglie, a cavallo dietro di lui vicino ai muli che tiravano il buckboard e il carro dei cani. Per sicurezza, allargò e gonfiò i muscoli più potenti della schiena, i latissimi dorsi, in una personale interpretazione di un pavone. Sua moglie, Serena, aveva solo ventotto anni, mentre lui ne aveva da poco compiuti sessanta ed era mezzo calvo, con una striscia di capelli ricci e grigi ai lati della testa e sulla nuca. Non perdeva quasi mai l'occasione di rammentarle che corda spessa - anzi, che cavo d'acciaio - lo legasse ancora alla vitalità primitiva e animalesca della sua giovinezza. Stavano attraversando i campi sconfinati di saggina della piantagione, a circa due chilometri di distanza dalla Big House. Quel giorno di fine febbraio, lì nell'estremo sud della Georgia, alle otto di mattina il sole era già così forte da far alzare la foschia dal suolo in spirali di fumo, creando un celestiale bagliore verde nel bosco di pini e illuminando la saggina di rossastre tonalità. Charlie trasse un altro profondo respiro... Ahhhhhh... l'aroma aspro dell'erba... l'aria resinosa dei pini... l'intenso odore fisico di tutti i suoi animali, i cavalli, i muli, i cani... Niente come l'odore degli animali aveva il potere di ricordargli quanta strada avesse fatto su questa terra nei suoi sessant'anni di vita. La piantagione di Turpmtine! Tredicimila ettari di foresta vergine, campi e paludi nel sudovest della Georgia! E tutto questo, ogni centimetro quadrato, ogni bestia che lo calpestava, i cinquantanove cavalli, i ventidue muli, i quaranta cani, oltre a trentasei edifici e a un chilometro e mezzo di pista d'atterraggio, con pompa di rifornimento e hangar - tutto questo era suo, di Capitan Charlie Croker, a sua disposizione per farne quel che voleva, cioè andare a caccia di quaglie.

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autore
Tom Wolfe è nato nel 1931 a Richmond in Virginia. Principale esponente del cosiddetto "new journalism", è autore di diversi libri divenuti ormai celebri. Con Il falò delle vanità, nel 1987, si impose in tutto il mondo e da allora è considerato uno dei capisaldi della narrativa americana contemporanea.

A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato






29 ottobre 1999