Arundhati Roy
La fine delle illusioni

"Certo l'India ha fatto progressi, ma la maggior parte dei suoi abitanti no. I nostri capi dicono che dobbiamo avere missili nucleari per proteggerci dalla minaccia della Cina e del Pakistan. Ma chi ci proteggerà da noi stessi?"


Cosa significa per centinaia di migliaia di persone essere allontanate a forza dal proprio paese d'origine, obbligate a migrare verso città e paesi lontani, abitati già da troppi uomini e donne che non li aspettano e non li accolgono certo bene? Cosa significa perdere tutti i propri seppur modesti beni, la propria casa e non avere nulla in cambio? Si può certo immaginare la tragedia che si cela dietro questo fenomeno. Eppure è il governo indiano che organizza queste migrazioni di massa, per costruire dighe sempre più grandi, sempre più forti e sempre più economicamente utili. Arundhati Roy, l'autrice dello splendido romanzo Il dio delle piccole cose, ha scoperto questa triste, drammatica realtà e ha scelto di non tacere, anche di fronte a uno scempio naturalistico di immani proporzioni. Ed è nato il primo saggio contenuto nel volume: Per il bene comune. Tanti i prezzi da pagare per questi territori estesissimi ricoperti dalle acque, ma quali saranno i vantaggi? il progresso, il bene comune, l'interesse del paese? La Roy risponde no. E poi, 50 milioni di persone trasferite nei bassifondi delle città a vivere una vita senza futuro e senza umanità non può significare il "bene della nazione". La scrittrice individua anche alcuni responsabili dello scempio, tra cui la Banca Mondiale, alcuni Consulenti Internazionali per l'Ambiente, politici, burocrati e imprese costruttrici. Uno scenario che si ripete in molti altri paesi del Terzo Mondo, mentre il Primo Mondo si rifiuta ormai da tempo di costruire Grandi Dighe "che riducono la terra a un deserto, provocano inondazioni, saturazione e salinizzazione del terreno, e diffusione di malattie... non sono nemmeno riuscite a svolgere il ruolo di monumento alla Civiltà Moderna, di emblema del dominio dell'Uomo sulla Natura". Un esempio di fallimento per tutti: la diga di Bargi, vicino a Jabalpur, che irriga solo il 5 per cento della terra che i progettisti avevano previsto. Non si può parlare di "sviluppo costruttivo", ma unicamente di "sviluppo distruttivo". E anche di ribellione, perché, come la Roy ci racconta, non sempre le popolazioni hanno subito senza lottare il destino della migrazione, dello sradicamento. Tanti sono gli episodi di rivolta, di organizzazione contro il potere. E sia che si voglia la diga, sia che la si odi è bene che si conosca il prezzo che si paga per averla. Così come si deve conoscere il costo che l'umanità paga per avere l'armamento nucleare, altro tema di grande importanza per la nazione indiana degli ultimi anni, sia in politica interna che nelle relazioni internazionali con i paesi confinanti, Pakistan in testa. Nel secondo saggio raccolto nel volume, Un mondo senza immaginazione, la Roy affronta questo argomento con grande fervore. E riguardo gli esperimenti nucleari che hanno portato l'India (un miliardo di persone, di cui 400 milioni analfabeti e nullatenenti, 600 milioni senza servizi igienici di base e 200 milioni privi di acqua potabile...) a possedere anch'essa la bomba atomica nel 1998, scrive: "Ancora una volta siamo penosamente in ritardo, non solo sul piano scientifico e tecnologico (ignorate le vacue proteste), ma, cosa più pertinente, nella capacità di cogliere la vera natura delle armi nucleari. Il nostro Reparto Comprensione dell'Orrore è disperatamente antiquato". Un grido rivolto all'umanità, alle altre nazioni, alla speranza di un futuro migliore. Davvero le armi nucleari sono un "deterrente", uno strumento per la pace e non per la guerra? E la proliferazione nucleare di paesi fino adesso estranei al problema, sarà un bene per l'umanità? La scrittrice ne dubita molto, e come darle torto? Specie poi se anche intellettuali stimati si schierano a favore della bomba come momento di riscatto nazionale, di forza, di orgoglio... Allora cosa sarà in futuro? "Se rifiutarsi di farsi impiantare una bomba nucleare nel cervello è anti-indù e antinazionale, - scrive - allora dichiaro la secessione. Mi proclamo una repubblica indipendente a ambulante. Sono una cittadina della Terra. Non possiedo territori."


La fine delle illusioni di Arundhati Roy
Titolo originale dell'opera: The Cost of Living

Traduzione di: Chiara Gabutti e Marina Astrologo
137 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Guanda
ISBN 88-8246-204-8

le prime pagine
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Se bisogna soffrire, è meglio soffrire nell'interesse del Paese...
JAWAHARLAL NEHRU, in un discorso agli abitanti dei villaggi evacuati per la costruzione della diga di Hirakud, 1948


In piedi su una collina, mi stavo facendo una bella risata.
Avevo attraversato la Narmada in barca da Jalsindhi e, sulla sponda opposta, mi ero arrampicata sul promontorio da dove potevo vedere, disposti sulla corona di basse colline brulle, i villaggi adivasi di Sikka, Surung, Neemgavan e Domkhedi. Distinguevo le abitazioni fragili, i campi e, dietro, le foreste. E bambini minuscoli con caprette ancor più piccole che correvano su e giù nel paesaggio come noccioline motorizzate. Sapevo che quella che stavo contemplando era una civiltà più antica dell'induismo, e che c'era la proposta, già approvata (dalla più alta corte del Paese), di sommergerla all'arrivo del monsone, quando le acque del bacino del Sardar Sarovar sarebbero salite fino a coprirla tutta.
Cos'avevo da ridere, allora?
D'improvviso mi era tornata in mente la tenera sollecitudine con la quale i giudici della Corte Suprema di Delhi (prima di annullare la sospensione legale dei lavori per la costruzione della diga del Sardar Sarovar) si erano accertati se nei nuovi insediamenti i bambini adivasi avrebbero avuto parchi giochi a loro disposizione. I legali che rappresentavano il Governo si erano affrettati a rassicurarli che certo, li avrebbero avuti, e con tanto di altalene, scivoli e dondoli. Sollevai gli occhi al cielo immenso e poi li abbassai sul fiume che scorreva sotto, e per un breve, brevissimo istante l'assurdità di tutto ciò invertì il senso della mia rabbia, facendomi ridere. Ma la mia non era una risata irriverente.
Tengo a precisare fin dall'inizio che non sono una che odia la città. Sono cresciuta in un villaggio e ho sperimentato sulla mia pelle l'isolamento, l'iniquità e la potenziale barbarie di questa vita. Non sono una fanatica antiprogresso, e nemmeno cerco di far proseliti a favore del mantenimento perenne di costumi e tradizioni. Ma sono molto curiosa. E la mia curiosità si è ridestata a proposito della valle della Narmada. L'istinto mi diceva che qui c'era qualcosa di grosso. Qui il fronte del combattimento era nettamente delineato, gli eserciti in armi schierati su tutta la linea. Qui si riusciva a guardare la gelida palude di speranza, rabbia, informazione e disinformazione, trucchi della politica, ambizioni degli ingegneri, socialismo disincantato, attivismo radicale, sotterfugi burocratici, l'emozionalismo disinformato e, ovvio, dell'invadente e sempre ambigua politica degli aiuti internazionali.
L'istinto mi indusse a mettere da parte Joyce e Nabokov e a rimandare la lettura del librone di Don De Lillo per dedicarmi a rapporti di bonifica e irrigazione, diari, libri e documentari sulle dighe, sul perché vengono costruite e sui loro scopi.
I miei primi sondaggi rivelarono che pochi sanno ciò che sta accadendo veramente nella valle della Narmada. Chi sa, sa molte cose. I più non ne sanno proprio niente. Eppure ognuno ha la sua appassionata opinione. Nessuno è neutrale. Ben presto mi resi conto che mi muovevo su un terreno minato.
Da dieci anni a questa parte, la battaglia contro la diga del Sardar Sarovar è diventata in India molto più della lotta per salvare un fiume. E questo ha rappresentato la sua forza e insieme la sua debolezza. Qualche anno fa diede vita a un dibattito che riuscì a catturare l'immaginazione della gente, e quindi ad alzare la posta in gioco e a trasformare il carattere della lotta: partita come semplice battaglia per decidere il destino di una vallata, cominciò a far sorgere una serie di dubbi sull'intero sistema politico. La questione, adesso, riguarda la natura stessa della democrazia. Chi è il proprietario di questa terra? E dei suoi fiumi, delle sue foreste, dei suoi pesci? Domande enormi, che lo Stato ha affrontato con enorme serietà. La risposta è arrivata univoca da tutte le istituzioni ai vertici dello Stato: l'esercito, la polizia, l'apparato burocratico, i tribunali. E non una risposta qualsiasi, ma una risposta amara, brutale e inequivocabile.


© 1999, Ugo Guanda editore

biografia dell'autrice
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Arundhati Roy, nata nel Kerala, si è laureata alla Delhi School of Architecture e vive a Nuova Delhi. È stata assistente al National Institute of Urban Affairs e ha studiato Restauro dei monumenti a Firenze. Ha scritto, tra l'altro, alcune sceneggiature. Il dio delle piccole cose, suo romanzo d'esordio, è stato un best seller in tutto il mondo.


A cura di Giulia Mozzato


29 ottobre 1999