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Tiziano Scarpa


Qual è stato il tuo primo libro?
S e devo veramente sforzarmi mi pare che uno dei primi libri che ho letto sia stato un assurdo libro sul Veneto. Era un libro che raccoglieva storia, geografia, leggende e produzione economica della mia Regione. Non so perché diavolo l'ho letto. A ripensarci adesso era un libro-contenitore dove c'erano parti descrittive, parti narrative, parti saggistiche, c'erano usi diversi della tipografia, delle immagini, dei disegni, quindi alla fine (me ne accorgo adesso mentre lo dico) non era poi così diverso dal tipo di letteratura che mi piace: questa letteratura-contenitore dove non si sa mai cosa ti aspetta. Puoi avere un libro dentro il quale c'è qualcosa che assomiglia per venti pagine a un romanzo, poi diventa una riflessione, poi un saggio, poi un trattato, poi una suspense irresistibile. Tutto sommato, questo primo libro assurdo che probabilmente ho letto per motivi scolastici durante una malattia (questo me lo ricordo ero a letto con la febbre alle elementari) forse mi è rimasto dentro.
E quello che ti ha divertito di più?
Il lamento di Portnoy di Philip Roth, che è irresistibile, anche se molto maschilista, ma almeno ha la sincerità, l'onestà di non mascherarsi da ipocrita maschio illuminato da alcune istanze femminili se non femministe. Quindi per questo può apparire anche un po' intollerabile in alcune sue intemperanze virili, ma è veramente spassosissimo. Lo consiglio a tutte le donne, anche per sapere la verità sui maschi (che sanno già benissimo) e per usarlo come prova a carico, "nero su bianco", per trascinarli in tribunale.
Tra gli ultimi libri letti c'è...
I l bellissimo romanzo di Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via. L'ho letto d'un fiato, un pomeriggio e una sera. Sono 400 pagine che mi hanno trascinato. Meraviglioso. Tra l'altro, non ce n'era bisogno, ma se mai ce ne fosse stato bisogno, è la dimostrazione che Niccolò Ammaniti è uno scrittore fantastico, è un narratore cui non manca nulla, per niente limitato a certi eccessi visionari che gli sono stati imputati che apparterrebbero a generi letterari un po' secondari, un po' facili come l'horror, lo splatter, la narrativa estrema... Questo è un libro pieno di umanità struggente. C'è il ritratto di un ragazzino dodicenne remissivo, succube della tracotanza psichica di alcuni suoi compagni di classe un po' teppistelli; c'è il ritratto di una professoressa un po' inibita, ma anche molto devota alla madre; c'è quello di un fantastico musicista da strapazzo, che fa il latin lover a Riccione e che vince il campionato del "grand trumbadur" dell'anno, perché riesce in una stagione estiva a portarsi a letto 300 turiste, quindi totalizza 300 punti... C'è, insomma un'umanità scapigliata ma anche molto vera. L'ho trovato bellissimo. E sono felice perché oltre a deliziare tutti i suoi fan mi fa profondamente piacere che un romanzo simile tappi la bocca ai soliti livori rancorosi dei criticucci che credono troppo alle gazzette letterarie.
Un altro romanzo italiano?
U n altro libro bellissimo è anche quello di Matteo Galiazzo, un altro che a torto è incastrato in una categoria che non voglio più nominare talmente mi ha stufato, un'etichetta limitante. Cargo, è un romanzo estrosissimo, pieno di fantasia e anche di fantasia strutturale non solo di fantasia narrativa, perché è un tentativo di racchiudere l'infinito (davvero letteralmente) grazie a un procedimento che si ispira alla matematica dei frattali, delle dimensioni intermedie studiate da Mandelbrot. È un romanzo stratificato, pieno di livelli plurimi e l'autore riesce a tenere le fila di una Genova inedita raccontata anche architettonicamente in maniera affascinante, però allo stesso tempo si sbriglia descrivendo un pianeta dove gli uomini per una epidemia non riescono più ad avere le funzioni vegetative normali, per cui il sistema nervoso simpatico non funziona più (per intenderci quello che presiede ai meccanismi automatici della vita: i battiti del cuore, le secrezioni digestive, i movimenti peristaltici dell'intestino) perciò ogni uomo deve comandare a ogni secondo il battito del proprio cuore con un atto di volontà. È solo un esempio ma ci sono altre cinque, sei, sette storie parallele che contengono addirittura l'autore (uno studente universitario genovese che sta scrivendo un libro intitolato Cargo...). È uno di quei libri che assomiglia a La zia Julia e lo scribacchino di Vargas Llosa o Una pinta di inchiostro irlandese di Flann O'Brien, dove c'è dentro un po' tutto. Anche qui il libro inteso come contenitore di mille cose: di riflessioni, di saggistica, di giri di vite narrative appassionanti, di colpi di scena.
Leggi quasi esclusivamente narrativa o anche saggistica?
C erco di leggere anche molta saggistica ultimamente mi sono tuffato nella lettura di Millepiani di Gilles Deleuze e Félix Guattari. È un'opera fondamentale della filosofia degli anni Ottanta che da noi era pressoché inedita. Un altro saggio che mi è piaciuto è Lo stile semplice di Enrico Testa, pubblicato da Einaudi, che analizza la lingua degli scrittori italiani negli ultimi due secoli ed è interessante perché è un filone diverso rispetto a una certa visione critica linguistica dominante o di primo piano del Novecento che è stata quella dell'Espressivismo, di una lingua ricca di apporti miscidati, corrotti, acrobaticamente mischiati, propugnata da Contini o da Segre. Invece questa analisi dell'opera di ricerca di una lingua più scarnificata, più essenziale (che rappresenta anche questa un filone importante nel nostro Novecento), anche se per certi aspetti può sembrare un'operazione non esauriente, perché non c'è solo questo aspetto, ovviamente, è interessante. Un'ultima segnalazione: mi piace molto la collana saggistica de il Mulino dedicata all'identità italiana, curata da Ernesto Galli della Loggia. Sono usciti libretti agili, per esempio uno molto bello di Franco La Cecla, La pasta e la pizza, che analizza il contributo di questi due "totem" dell'alimentazione italiana all'identità del nostro essere italiani che non si deve solo a figure della storia della cultura, ma anche a questi elementi della cultura materiale antropologicamente intesa, quindi ovviamente all'alimentazione. Un altro bel saggio è quello su Giordano Bruno di Anna Foa. Bello perché non solo ricostruisce la figura di Bruno e il suo processo a fine Cinquecento, ma anche perché è una storia delle polemiche che ci sono state un secolo fa per l'innalzamento della statua a Giordano Bruno in Campo de' Fiori: lì Roma si è nettamente spaccata, è stata una frattura fortissima tra papalini e liberali, laici. Una vicenda che non conoscevo e che ho trovato davvero "nutriente".

A cura di Giulia Mozzato


22 ottobre 1999