Il Galateo del Telefonino
Venti scrittori per nuove regole di comportamento

"Comunque lo trovano il cellulare: era finito in pezzi sotto il cadavere. Abbandonato dal caro estinto nel tentativo estremo di frantumare il coperchio della bara con le unghie."


Tanti racconti quante sono le lettere dell'alfabeto, tante storie che vedono protagonista, o attore secondario, il telefonino. Nuovo strumento della comunicazione postmoderna, contatto onnipresente con il mondo, simbolo di benessere economico, di velocità e di paura del silenzio. Tanti scrittori dell'ultima generazione che si cimentano in brevi narrazioni comiche o tragiche, storie di questo nostro tempo che ha nella comunicazione il nuovo idolo. E si passa dal tradimento della moglie infedele che non si riesce a liberare dalla presenza fantasmatica del marito attraverso la voce del cellulare, alla grottesca discussione tra un "morto" e la sua fidanzata, al gesto liberatorio del professore in fuga dalla quotidianità che lancia il famigerato legame col passato, il telefonino appunto, dal finestrino dell'automobile. Da una voce piangente di innamorata che ha sbagliato numero e con cui inizia un'avventura sentimentale, pronubo il cellulare, al tentativo fallito di chi ha cercato di uscire dalla schiavitù della droga e che si ritrova, rientrato a casa, il telefonino in dono e le sirene del consumismo che lo richiamano all'antica schiavitù.
Momenti reali e banali, strane vicende un po' surreali tutto ciò in questo moderno Galateo adeguato a un'epoca dell'effimero che richiede anche all'uomo sempre un po' di carica per sopravvivere. L'amore e la morte, temi della letteratura di ogni tempo, vengono qui rivisitati secondo modalità adeguate all'oggi, così anche le sicurezze, le aspirazioni, i desideri, i rapporti intergenerazionali vengono stravolti e talvolta hanno il colore del grottesco. Gli autori della raccolta, alcuni nomi noti e altri meno conosciuti, sono stati capaci di costruire in poche pagine racconti davvero godibili, eleganti e talvolta geniali. L'esile filo conduttore non appare solamente un pretesto, è invece un simbolo collettivo su cui forse occorre ogni tanto riflettere.


Il Galateo del Telefonino. Venti scrittori per nuove regole di comportamento, a cura di Piero Rinaldi
Pag.173, Lire 20.000 - Edizioni Mobydick (I libri dello Zelig n.96) ISBN 88-8178-119-0



Le prime righe

A
amore


Cara ***,
pare proprio che stanotte non riuscirò a dormire. Così scrivo. Domani ti spedirò questo fax dall'ufficio. Domani ti spedirò questo fax dall'ufficio, sì.
Non ho capito granché di quello che è successo tra noi, anche se sembrava che fossi io quello che. Sto cercando di ricordare. Noi due stavamo insieme, mi sbaglio? E a un certo punto io (io) ti ho detto che forse era meglio non vedersi più. Giovedì scorso. Senza apparente motivo (senza motivo). E non ci siamo visti più.
Io mi accorgo che cambio, a seconda delle persone con cui sto. Succede a tutti? Boh. Vedo questa persona e divento sarcastico, vedo quell'altra e divento malinconico. Le parole che ci scambiamo si ondulano tra di loro e assumono delle forme diverse. Ci sono persone che mi mettono di buonumore solo a vederle. Prendi Mirco. Non riusciamo a dirci niente di serio. Prendi Giorgio. Non riusciamo a dirci niente di comico. Io cambio, io mi accorgo di cambiare. Non è che cambi anche il mio umore, non so. È più la forma che assumono le parole dopo che sono uscite dalla mia bocca. Forse è che non ho una grande personalità. Forse non ci sono dentro, sono gli altri a delimitarmi, a darmi una forma a seconda di quella che è la loro forma. Forse i confini tra me e gli altri sono i confini degli altri, e cambiano continuamente. Forse per tutti è così, e le persone dentro sono delle cose fluide come dei sacchetti pieni d'acqua, come quelli dove ci mettono i pesci rossi che vinci alla festa dell'unità.
Fatto sta che io vengo modificato dalle persone che ho di fianco. Anche tu mi modificavi. Anche tu mi modifichi. Anche adesso, adesso non ci sei fisicamente, però il fatto di averti in mente, di rivolgermi a te mi modifica, sento di avere una forma diversa.
Forse non è te che amo, cioè, non direttamente. Forse amo me stesso quando ho la forma che tu mi imprimi. Che ne so. Forse sono i tuoi confini. Non lo so.
Senz'altro io stavo bene con te. Sto bene con te. Mi piaci o mi piaccio quando stiamo insieme. Ecco tutto. Non saprei distinguere i due fenomeni. Non so.

© 1999, Mobydick/Cooperativa Tratti


Gli autori
Eraldo Baldini, Luigi Bernardi, Guido Conti, Marco Draghi, Marcello Fois, Franco Foschi, Matteo Galiazzo, Barbara Garlaschelli, Guido Leotta, Claudio Lolli, Giuseppe O. Longo, Carlo Lucarelli, Giulio Mozzi, Antonio Pennacchi, Patrizia Rigoni, Giampiero Rigosi, Piero Rinaldi, Antonella Sbuelz, Nicoletta Vallorani, Dario Voltolini.



Kevin Baker
Il paese dei sogni

"Ma guardi quanta strada hanno già fatto! Questa repubblica... ha appena un secolo di vita, no?" sottolineò Jung. "È un popolo fresco, nuovo, con una psicologia giovane. Secondo me, tra altri cent'anni supererà l'Europa in tutto!"


C'era una volta in America l'illusione di un mondo meraviglioso, in cui tutti sarebbero stati felici, la promessa di benessere e serenità, la certezza che il futuro avrebbe riservato solo belle sorprese e fantasmagorici fuochi d'artificio. C'era una volta in America un luogo che simboleggiava tutto questo più di altri. Questo luogo era Coney Island, il fantastico parco di divertimenti affacciato sull'oceano. Ma Coney Island non era solo un luna park e soprattutto non era un luna park come possiamo oggi immaginare. Era un grande spettacolo composto da tante piccole realtà spesso incredibili, una fiera dei divertimenti in cui entrava violentemente una crudeltà oggi inimmaginabile, in cui si esprimeva la durezza dell'epoca, la difficoltà di vivere e di sopravvivere, anche all'interno del grande sogno americano. Tra saltimbanchi e nani, fenomeni esposti alla crudele curiosità del pubblico, Coney Island "era una sorta di grande schermo che restituiva amplificate le più tremende paure e i più grandi desideri di chi allora viveva in America", dice lo stesso Kevin Baker in un'intervista di Simonetta Fiori.
C'era una volta in America un nano di nome Trick che lavorava a Coney Island, innamorato di Carlotta la Pazza, ballerina di circo, e che per lei voleva fondare un Impero dei piccoli, una Metropoli per nani, "un'intera città da fiaba" dove accogliere nani di tutto il mondo.
C'era una volta in America una, due, mille navi che portavano uomini e donne disperati alla ricerca di un possibile futuro, o personaggi importanti che desideravano aumentare fama e conoscenza: c'erano Freud, Jung e Ferenczi, pionieri in territorio di conquista, curiosi di capire e vogliosi di spiegare.
C'era una volta in America una grande ditta di confezioni, la Triangle, "nuovo, audace modello di industria razionalizzata", ma in realtà luogo infernale dove venivano sfruttate decine di giovanissime donne che avevano trovato il coraggio di scioperare, finalmente, per condizioni migliori.
E c'erano Kid Twist, gangster d'inizio secolo e l'ebrea Esther Abramowitz, sorella di un pezzo grosso della malavita, Gyp il Duro, e operaia della fabbrica Triangle.
C'erano una volta in America suoni, colori, odori, pensieri che non ci sono più. Tutto finì nella primavera del 1911, quando Coney Island, anzi il paese dei sogni, Dreamland e la Triangle presero fuoco, portando via con sé tante vite umane.
C'erano una volta in America tante speranze, tante illusioni, tanta ingenuità. Era solo il 1911 e, secondo Baker, con questi incendi quell'America cominciò a cambiare, "ma questa, come si dice, è un'altra storia".


Il paese dei sogni di Kevin Baker
Titolo originale dell'opera: Dreamland

Traduzione di Eva Kampmann
536 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Ugo Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-132-7


Le prime righe

1


Conosco una storia.
"Conosco una storia" disse Trick il Nano, e gli altri gli si strinsero intorno: Nanook l'Eschimese, Ota Benga il Pigmeo e Yolanda la Spietata Regina delle Amazzoni.
"Che genere di storia?"
Yolanda strabuzzò gli occhi con diffidenza, e ancora una volta gli venne in mente che con tutta probabilità lei era l'unica a essere davvero così come veniva decantata: una donnina minuscola dalla pelle coriacea, con un finto copricapo piumato in testa e un rivolo di succo di betel che le colava dai denti rovinati. Una mulatta di Caracas o, almeno, una seminole nera venuta dal cuore della palude Okefenokee.
"Che genere di storia?"
Prima di rispondere Trick si sfregò le ultime chiazze di cerone sul collo e sulle orecchie, e lasciò correre lo sguardo verso ovest lungo il pontile del parco distrutto. Non resta più niente ormai, nemmeno la magnifica torre bianca ornata di aquile, con il faro che illuminava il mare per trenta chilometri. Più niente, niente.
Era sera, e le luci cominciavano ad accendersi lungo Surf Avenue: un milione di lampadine elettriche tesseva una soffice garza gialla sopra l'arenile e i parchi. La folla serale stava già arrivando. I visitatori si riversavano fuori dalla linea New York & Sea Beach in pantaloni e vestiti bianchi, giacche e sottane bianche, e cappelli di paglia, tutti rapidamente assorbiti dal chiarore delle luci.
La Città di Fuoco cominciava ad animarsi.
Sentì il peto smorzato di una tuba della banda di ottoni tedesca che si scaldava nella birreria all'aperto Feltman's. Dietro la birreria, l'ottovolante Ziz ondeggiava e sibilava tra gli alberi con quel caratteristico rumore da cui aveva preso il nome. Dietro ancora si ergevano le alte graticciate di vetro di Steeplechase Park, con l'onnipresente faccia idiota e lo slogan ripetuto all'infinito: STEEPLECHASE - PARCO DIVERTIMENTI - STEEPLECHASE - PARCO DIVERTIMENTI. E dietro si stendeva l'oceano, dove un solitario mercantile stracarico si dirigeva verso Seagate precedendo la notte.
Riusciva a vedere ancora più lontano. Riusciva a vedere nel passato: il punto in cui un tempo sorgeva la casetta boera di Piet Cronje, o l'ottovolante chiamato il Domatore di cavalli, prima che uno scemo sbalzasse i vagoncini dai binari facendoli volare nel vuoto a venti metri sopra Surf Avenue. Dove si innalzava un'intera città, oltre il pontile diroccato...

© 1999, Ugo Guanda Editore


L'autore
Kevin Baker è nato nel 1958 nel New Jersey e vive a New York. Collabora al New York Times, alla New York Times Book Review, al Washington Post e a Harper's. Il suo romanzo d'esordio, Sometimes You See It Coming, è stato pubblicato nel 1991.



Massimo Canevacci
Culture eXtreme
Mutazioni giovanili tra i corpi delle metropoli

Il transito dal 'K' alla 'X' Attesta come l'opposizione giovanile sia passata dal conflitto politico-sociale, proprio del ventennio 68-77-89 (che assume il 'K' come concentrato di potere o di potenza, da smascherare o da rivendicare, 'K' come dominio dell'imperialismo o come controllo sul proprio territorio): ai conflitti impolitici, comunicativi, metropolitani assegnati alla 'X'.


Si è conclusa ormai l'epoca della contro cultura (con la fine delle ideologie e della politica) e quella delle sub culture, termine della sfera dell'antropologia che "fissa" ogni segmento di cultura all'interno di una cultura più vasta.
Infatti, dato che "non vi è più una categoria generale che possa inglobarne una particolare lungo segmenti omogenei", si può dedurre che non esistano più nemmeno le sottoculture. Gli universi giovanili sono molteplici e assolutamente sovranazionali, ma è possibile anche affermare che la stessa categoria di "giovane" si estende. Scuola, media e metropoli sono i tre assi portanti per la costituzione moderna del giovane come categoria sociale.
Il lavoro rappresenta la cesura tra il giovane e l'adulto: passaggio unidirezionale e irreversibile. Prima di tutto però il giovane è tale perché consuma. Tali consumi giovanili assumono un valore sempre più vasto e non hanno sostanziali divisioni di classe sociale. Ma la merce diventa comunicazione e si realizza inoltre un processo creativamente disgregatore. Morendo il lavoro e dilatandosi l'autopercezione di sé come giovane, si ha anche la "fine del corpo", col nascere delle nuove culture cyborg.
Su questi temi si sviluppa la ricerca di Canevacci, che segue l'analisi del passaggio del valore simbolico dell'uso della lettera "K" a quello della "X". Quest'ultima è caratterizzata da una forte carica simbolica di "contro" e di "proibito" e indica un individualismo assoluto che si esprime sia nei riti sul proprio corpo (tatuaggi, piercing...), sia negli sport che nella comunicazione (musicale, nei video, nelle fanzine o nei rave). Passando attraverso l'esame dei Centri sociali o di esperienze come quella bolognese di Luther Blissett si arriva a indicare nella comunicazione immateriale, nei "concetti liquidi", il nuovo messaggio che parte dalle culture giovanili eXtreme dove tutto è mobile, immateriale e fluido. Un universo, quello che il saggio ci fa scoprire, difficile da definire, ma sicuramente importante da capire per non correre il rischio di interpretare in modo superficiale e arrogante tante manifestazioni ed espressioni culturali che ci circondano, utilizzando strumenti critici di sicuro inadeguati.


Culture eXtreme. Mutazioni giovanili tra i corpi delle metropoli di Massimo Canevacci
Pag. 212, Lire 32.000 - Edizioni Meltemi (Le Società n.8)
ISBN 88-86479-95-6


Le prime righe

Capitolo I
Dalle controculture alle culture exterminate


Morte della controcultura

È già da tempo che la "cosa" smuove energia,
che trasforma il pensiero in azione, che vive ad
un metro di distanza per interessi e obiettivi co-
muni. La "cosa" intesa come MULTICONNECTION
di persone che, miscelando le proprie esperienze
attuate negli ultimi anni su obiettivi quali musica,
libera espressione creativa, autoproduzioni,
performances, hanno dato vita ad una singola
forza determinata complice e consapevole della
sua complessità. Abbiamo bisogno di concentra-
re e non disperdere in 7 ettari la nostra forza che
in qualche strano gioco di incroci, unendosi,
crea. Quest'area ci dà ossigeno e, a nostro avviso,
merita la vita. Il nostro passo si è posato qui.
FIN*TECHKLAN INFINITEK*DESIRE


Il termine controcultura nasce verso la fine degli anni '60 e muore verso l'inizio degli anni '80. Il prefisso "contro" attestava la dimensione di opposizione che le nuove culture giovanili indirizzavano verso la cultura dominante o egemone. Essere contro significava che, prima di ogni possibilità di parlare di cultura, anzi, prima ancora di arrivare al termine cultura, si doveva essere antagonisti, oppositivi. Il prefisso non era casuale: esso sottolineava anche lessicalmente un prima che informava tutto il dopo. Da qui un doppio senso del termine. Da un lato, era possibile produrre cultura solo se ci si dichiarava preventivamente e pubblicamente contro; era cioè necessario schierarsi contro la cultura dominante, contro non solo i valori, gli stili di vita, le visioni del mondo al potere ma anche contro la cultura intellettuale dominante (la filosofia, la religione, l'arte...). Dall'altro questo iniziale contro non era più sufficiente e spingeva verso un per: ovvero verso progettualità affermative, pratiche, quotidiane di ripensare la cultura in termini di totale e radicale differenza.
Dentro il concetto di controcultura si transita, quindi, da una radicale opposizione contro qualcosa di dominante a proposizioni creative per qualcosa di totalmente altro. Contro la cultura del potere e per le culture della rivolta, per la trasformazione del mondo, per accendere un processo rivoluzionario non tanto nella struttura socio-economica, quanto e soprattutto nell'intreccio tra nuovi modi di sentire e vecchie ideologie.

© 1999, Meltemi editore s.r.l.


L'autore
Massimo Canevacci insegna Antropologia presso la Facoltà di Sociologia dell'Università "La Sapienza" di Roma. Tra i suoi ultimi lavori: Antropologia della comunicazione visuale, La città polifonica, Saggio sull'antropologia della comunicazione urbana.



Piero Soria
Cuore di Lupo

"Salì nella soffitta. Cautamente. Ma non incontrò nessuno. Se lo aspettava: chi avrebbe potuto immaginare che sarebbe tornato? Prese il fucile dal nascondiglio. Controllò i meccanismi. E lo rimise sul treppiede che la polizia non si era sognata di portare via. Avrebbe potuto farne a meno. Rappresentava soltanto una falsa pista per far credere ad un killer di professione. Uno sparo nel mucchio non aveva bisogno di mano ferma. Avrebbe sopportato anche un tremito."


Una storia ben costruita, con una dose "giusta" di suspense, personaggi ben tratteggiati, dialoghi stretti e molte descrizioni di ambiente. Questo è Cuore di Lupo, un giallo "all'italiana" di cui si sentiva la mancanza nel panorama nazionale. Non che scarseggino scrittori di talento appassionati del genere e non che alcune delle storie uscite in questi ultimi anni non siano altrettanto valide e interessanti (basti citare L'isola dell'angelo caduto di Lucarelli, o il curioso Il mistero della sedia a rotelle di Laura Mancinelli, ambientato anch'esso a Torino, o ancora la coppia Guccini-Macchiavelli con Un disco dei Platters per non parlare di Camilleri... l'elenco sarebbe lungo), ma il romanzo di Soria ricorda molto da vicino i migliori lavori di Fruttero & Lucentini di cui si aveva un po' di nostalgia. E non solo per il genere giallo e le strade della Torino più tradizionale, le ville padronali della collina, i palazzi antichi di piazza Vittorio, via Po e tutte le piccole strade laterali, zeppe di botteghe artigiane e di negozi d'antiquariato (insomma la Torino de La donna della domenica) ma proprio per la costruzione della storia. Sono cerchi concentrici quelli che disegna Soria, che si chiudono attorno ad assurdi omicidi, commessi per rabbia. L'assassino lo conosciamo subito, non attraverso la sua identità, comunque celata, ma attraverso il suo pensiero. Sappiamo che è un malato terminale di tumore, furioso contro il destino e Dio che l'ha condannato senza scampo e senza una ragione apparente. Per questo decide di "vendicarsi" togliendo la vita ad altri innocenti come lui, scelti casualmente tra la folla. Dalle soffitte di un palazzo di piazza Vittorio spara e uccide. Entrano così in gioco Lupo, un commissario un po' refrattario alle regole ufficiali, intelligente e attento, i familiari delle vittime, il questore, ansioso di chiudere il caso e direttamente coinvolto come marito della proprietaria della soffitta da cui ha sparato l'assassino, il direttore del maggiore quotidiano cittadino, con cui la moglie del questore intrattiene una relazione, anche se non è la sua amante. Si aprono scenari, si scoprono i cerchi chiusi, i livelli sociali quasi inattaccabili in cui la città si trova divisa. E si conoscono altre storie che vanno a ingrandire il cerchio della storia principale. Una società, quella torinese, già molto ben descritta da Fruttero & Lucentini, qui riappare in tutta la sua sconcertante realtà. E la vicenda ruota non a caso intorno alla zona di piazza Vittorio, descritta come l'ultimo baluardo di una società che cambia, l'unico luogo della città in cui nel medesimo palazzo possono convivere ancora il miserabile del piano ammezzato con il gran signore del piano nobile, dove la nobildonna o la ricca borghese spende centinaia di milioni per ristrutturare un appartamento sul medesimo pianerottolo di quello abitato dalla famiglia di immigrati meridionali diventati i peggiori nemici degli extracomunitari. Dove la soffitta abbandonata e fatiscente convive con quella che si è trasformata in mansarda pied à terre di lusso. Dove tutti si conoscono e si salutano. Insomma, tutte le contraddizioni della città qui hanno fine in una convivenza ancora possibile, ancora, curiosamente, sopravvissuta agli anni. L'indagine sugli omicidi riapre vecchie ferite, scopre fuochi mai spenti, coinvolge nomi importanti e semplici cittadini, in un crescendo di cui Lupo (sostenuto con calore dalla moglie e dai figli) tiene le fila per portare la vicenda a conclusione.


Cuore di Lupo di Piero Soria
303 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Mondadori (Omnibus)
ISBN 88-04-46376-7


Le prime righe

1

Dio era ingiusto.
L'aveva scelto a caso.
Tra mille altri.
L'aveva condannato sfogliando annoiato i libri mastri con la contabilità delle sue creature. Senza conoscere la sua storia. Senza essersi mai interessato a lui.
Senza avergli mai dato un segno della sua esistenza.
Un padre con troppo da fare.
Che delegava a bambinaie e camerieri travestiti da preti i suoi compiti. Le sue funzioni. Poi, quando eri riuscito a crescere da solo, ad avere finalmente qualcosa di importante da fare, ti offriva un ormai indesiderato segno della sua presenza.
Un tumore.
Tre, quattro mesi di vita.
Una bella valigia gonfia di terrore per tornare a casa.
No. Non sarebbe stato solo nel viaggio.
Anche lui avrebbe scelto a caso.
Con lo stesso annoiato disinteresse.
Sospirò.
Fin da bambino aveva avuto un sogno ricorrente: imbracciare un fucile. Avvicinarsi a una finestra. E sparare alla cieca. Su un passante qualsiasi. In strada. Uomo o donna che fosse: non importava.
Non aveva ancora deciso.
Nascosto dalle persiane, scrutò la folla di piazza Vittorio: due studenti e una nera in attesa del tram.
Un vecchio che attraversava incerto i binari.
Due spazzini chini su un tombino.

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore


L'autore
Piero Soria (Torino, 1944), affermatosi con Colpo di coda (Rizzoli, 1993), è da trent'anni giornalista della Stampa. Tra i suoi romanzi, pubblicati da Mondadori, ricordiamo: Croce dell'Est (1990), Il Topo (1991), Il soldato (1993), L'incarico (1995) e Kodachrome (1997). È anche autore di sceneggiature cinematografiche e di radiodrammi tra cui I misteri di San Salvario.



Olga Tokarczuk
Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli

"Una volta l'Uomo Cattivo si appostò al margine del bosco e guardò il villaggio. Era deserto, freddo come una carogna. Alcune case avevano i tetti distrutti, altre i vetri in frantumi. Non c'erano più né uccelli, né cani. Niente. Quello spettacolo piacque all'Uomo Cattivo. Dal momento che gli uomini erano entrati nel bosco, l'Uomo Cattivo entrò nel villaggio."


Il racconto di Olga Tokarczuk, autrice polacca ancora sconosciuta in Italia, inizia come una favola. Una favola strana su un villaggio immaginario, Alfa, "un luogo situato al centro dell'universo" e sorvegliato dagli arcangeli Raffaele, Michele, Gabriele e Uriele. La storia comincia all'inizio del secolo, attraversa due guerre e finisce con lo spegnersi del millennio. È la storia degli abitanti del paese che invecchiano piano piano, pagina dopo pagina, divenendo consapevoli ognuno del proprio destino. Per tutti c'è un tempo, un momento che li vede protagonisti. C'è Il tempo del castellano Popielski, benestante, con famiglia e amante appassionata, dedito a un difficile gioco regalatogli da un rabbino e descritto da un libretto allegato, Ignis fatuus ovvero Gioco istruttivo per un solo giocatore. Un gioco lungo una vita. E c'è Il tempo di Genowefa e della figlia Misia e della figlia di Misia Adelka. Donne dure, donne determinate che attraversano anni decisivi per il futuro del paese e della nazione con grande coraggio e che affrontano notevoli prove personali con altrettanto spirito combattivo. C'è Il tempo di Michal, partito per la guerra, la prima guerra mondiale, e tornato nel diciannove, per miracolo. C'è Il tempo di Izydor, figlio di Genowefa e di Michal e il tempo della sua amicizia con un giovane ufficiale dagli occhi obliqui di nome Ivan Mutka, che lo "inizia" a molti aspetti dell'esistenza umana. E ci sono tanti altri tempi, tanti altri momenti colti come in una fotografia e raccontanti come una favola. Un paese dell'Europa orientale che ha visto la povertà dell'inizio del secolo, l'arrivo dei tedeschi, la persecuzione degli ebrei, la seconda guerra mondiale, il difficile dopoguerra e che vede i suoi figli andarsene alla ricerca di qualcosa di nuovo, lontano da quel piccolo pezzo di terra.


Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli di Olga Tokarczuk
Titolo originale dell'opera: Prawiek i inne czasy

Traduzione dal polacco di Raffaella Belletti
251 pag., Lit. 25.000 - Edizioni e/o (Dal mondo)
ISBN 88-7641-387-1


Le prime righe



Il tempo di Alfa.

Alfa è un luogo situato al centro dell'universo.
Attraversarlo di buon passo da nord a sud richiederebbe un'ora. Lo stesso da est a ovest. Se poi qualcuno volesse fare il giro di Alfa camminando lentamente, osservando ed esaminando ogni cosa nei minimi dettagli, impiegherebbe un'intera giornata. Dalla mattina alla sera.
A nord Alfa ha per confine la strada che va da Taszów a Kielce, animata e rischiosa, giacché suscita l'angoscia del viaggio. A guardia di questo confine c'è l'arcangelo Raffaele.
A sud il confine è segnato dal villaggio di Jeszkotle, con la chiesa, l'ospizio dei vecchi e le basse case di pietra attorno alla melmosa piazza del mercato. È un luogo pericoloso, che suscita la bramosia di possedere e di essere posseduti. Da questa parte Alfa è vigilata dall'arcangelo Gabriele.
Da sud a nord, vale a dire da Jeszkotle alla via per Kielce, corre la Strada Maestra ai cui lati si stende Alfa.
Il confine occidentale è rappresentato dagli umidi prati ripari, da un lembo di bosco e dal castello. Annesse al castello vi sono le scuderie, con cavalli uno solo dei quali vale quanto tutta Alfa. I cavalli appartengono al castellano e i prati al parroco. Il peccato di superbia è il pericolo che incombe sul confine occidentale. Esso è sorvegliato dall'arcangelo Michele.
A est il confine è tracciato dal fiume Bianca, che separa i territori di Alfa da quelli di Taszów. La Bianca piega quindi in direzione del mulino, mentre il confine prosegue da solo la sua corsa attraverso i pascoli, fra arbusti di ontani. Qui il pericolo è la stupidità generata dal desiderio di elucubrare. Questo confine è guardato dall'arcangelo Uriele.
Al centro di Alfa, Dio ha innalzato una collina dove ogni estate calano in volo nugoli di maggiolini. Per questo la gente ha chiamato l'altura Collina dei Maggiolini. Compito di Dio è infatti creare, compito degli uomini assegnare nomi.

© 1999, Edizioni e/o


L'autrice
Olga Tokarczuk è una giovane autrice polacca, nata nel 1962, già pluripremiata e tradotta in molte lingue. I suoi primi racconti risalgono al 1979. Del 1993 è invece il suo primo romanzo Il viaggio del popolo del Libro. Del 1995 il successivo romanzo, E.E. dalle iniziali della sua protagonista. Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli è del 1996. Nel 1998 è uscita la raccolta di racconti giovanili Szafa (L'armadio) e il romanzo La casa di giorno, la casa di notte.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




15 ottobre 1999