Vikram Chandra
Amore e nostalgia a Bombay

"Le altre la seguirono e lei le accompagnò fino alla porta, l'aprì, e la tenne spalancata. Le passarono davanti ringraziandola, e lei sorrise a ognuna, ma il suo sguardo era opaco e non tolse mai la mano dal pomello. L'ultima fu Dolly, che mormorò: - Grazie davvero, cara. - Sheila chiuse l'uscio con uno scatto secco della serratura, e tutte capirono che la guerra era cominciata."


Chi avesse letto la precedente opera tradotta in italiano di Chandra (Terra rossa e pioggia scrosciante, un'epopea tradizionale di grande fascino), non ritroverà i medesimi temi in questa raccolta di racconti lunghi. Eppure anche qui, naturalmente, ritorna il vento affascinante e misterioso dell'India antica, il misticismo e la rassegnazione, la ricerca del senso ultimo della vita. Su questo substrato cresce l'India moderna, occidentalizzata, stridente rispetto al passato, dove l'arrivismo, la competizione, il denaro, il consumismo diventano parte integrante di una società che non aveva conosciuto quasi nulla di tutto ciò fino a pochi decenni addietro. A simboleggiare la nuova tendenza, un bel volto, molto oleografico e di forte impatto, riempie la copertina del romanzo. È il viso di un'attrice del cinema indiano, icona classica tratta da un cartellone cinematografico, uno dei tanti che tappezzano le strade delle metropoli indiane, l'immagine di una Bombay capitale del cinema e dell'informatica. I racconti che compongono il volume sono legati alla tradizione filosofica hindu, che individua i quattro fini dell'uomo: Dharma, la Legge, il senso del dovere e il percorso di vita; Sakti, la Forza, energia divina di genere femminile; Kama, il Desiderio, tutti i piaceri della vita; Artha, il Profitto, la capacità di possedere beni materiali e l'arte della politica. A ogni fine è unito un protagonista, un personaggio che ne rappresenta al meglio le caratteristiche: il generale Jago Antia, uomo coraggioso che porta con sé il fardello di molte pene personali; la giovane Sheila, hostess carina e corteggiata che sceglie un marito adatto a relizzare la scalata sociale fino alle vette dello snobismo; l'ispettore Sartaj che scopre il piacere, la passione in tutte le forme possibili, anche negative; un esperto di computer e la sparizione misteriosa dell'amico Rajesh, forse legata proprio al progresso informatico. A tirare le fila, a dare un senso compiuto all'esistenza umana, ecco il racconto finale, Santi o della Pace: il fine ultimo dell'uomo è il raggiungimento della serenità, "l'eliminazione di qualsiasi perturbamento", che si può raggiungere solo dopo aver superato i primi stadi, dunque solo in età avanzata, come accade all'anziano Shiv Subramaniam.


Amore e nostalgia a Bombay di Vikram Chandra
Titolo originale dell'opera: Love and Longing in Bombay

Traduzione dall'inglese di Marina Manfredi
326 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Instar Libri (Narrativa / Mente n.9)
ISBN 88-461-0031-X



Le prime righe



Se penso a Subramaniam e a tutti i suoi anni di servizio, il fatto che frequentasse ancora il Fisherman's Rest mi sembra davvero notevole. Quando cominciai ad andarci anch'io, era in pensione da sei anni, dopo averne passati quarantuno al Ministero della Difesa fino a diventare sottosegretario. Io ero giovane e lavoravo da poco in una società di software, con uffici modernissimi e aria condizionata proprio a un passo dalla Flora Fountain, e - devo confessare - la prima volta che lo sentii parlare fu per rivolgermi un rimbrotto. Mi era stato presentato sulla terrazza, dove sedeva a un tavolo in compagnia di altri tre signori anziani; secondo il mio amico Ramani, che mi aveva portato lì, frequentavano quel posto da sempre. Subramaniam aveva i capelli bianchi, era magro, e nel crepuscolo mi parve molto piccolo, il tipo d'uomo che stempera la noia infinita della vita in un bar sul Sassoon Dock. Lo inquadrai, gli presi le misure e me ne disinteressai.
Avrei dovuto notare subito che i camerieri gli servivano da bere senza attendere ordini e che gli altri parlavano intorno al suo silenzio mantenendo lo sguardo fisso su di lui, ma ero troppo impegnato in una delle mie tirate contro lo stato pietoso dei computer a Bombay. Il bar si trovava al secondo piano di una vecchia casa affacciata sul mare, e nessuno si sarebbe mai accorto della sua esistenza, perché non c'erano insegne ed era invisibile dalla strada. Lungo le pareti sfilavano trofei di pesca vecchi almeno mezzo secolo, e sulla porta del bagno era appesa la foto di un torrente di montagna ritagliata da una rivista, molto British. Ero già stufo e, quando dal mare si levò il vento, a veder sbattere le antiquate tende a fiori e un calendario del 1971 mi venne voglia di scappare, ma dovevo almeno un bicchiere al mio amico Ramani per ricambiargli la cortesia. Capiva quanto mi sentissi solo a Bombay e probabilmente si prodigava per farmi conoscere il giro giusto. Così, osservando una nave della Marina che manovrava nel sole, forse una fregata, bevvi il mio cocktail (nonostante tutto un ottimo gin sling) e mi fermai ad ascoltare i discorsi degli altri.

© 1999, Instar Libri


L'autore
Vikram Chandra trascorre l'infanzia in giro per l'India al seguito del padre, poi studia dai Gesuiti e al Mayo College, una prestigiosa Eton trapiantata nel cuore del Rajasthan. Ancora bambino scopre il piacere di ascoltare storie e sulla sua vita s'innesta anche la grande saga del cinema hindi, passione di famiglia. Da sempre Vikram sa tutto sui divi e partecipa dell'entusiasmo nazionale per l'universo della celluloide. Arrivato a New York, frequenta anche la Scuola di Cinema alla Columbia. Oggi insegna scrittura creativa alla George Washington University. In Italia è apparso anche il precedente romanzo Terra rossa e pioggia scrosciante.



Mia Couto
Terra sonnambula

"Se non ci fossero state le letture sarebbero stati condannati alla solitudine. Le loro fantasticherie camminavano ora sulle lettere di quegli scritti."


Scrive Luis Sepúlveda nella bella Prefazione al romanzo: "Terra sonnambula è un romanzo pensato e scritto come un lungo poema epico da un poeta capace di fare della storia del suo paese una grande metafora: la metafora della speranza e della magia come antagoniste di una realtà sinistra. Terra sonnambula è una battaglia contro i piromani che si oppongono a coloro che riescono a risorgere dalle ceneri. Terra sonnambula è un canto per l'umanità e il coraggio di vivere". Non potevamo non riportare queste parole, intense e "vere", ancor più perché Luis Sepúlveda ha conosciuto in prima persona il Mozambico (come giornalista tra il 1982 e il 1984), paese in cui è ambientata la vicenda, difficile terra africana dalle mille contraddizioni. La guerra, la fame, la violenza, l'obbligo della fuga, l'infelicità di un'esistenza tra strade infinite da percorrere senza meta, solo per fuggire, e campi di raccolta, dove sostare almeno un po'. Protagonisti della storia un vecchio, Tuahir, e un bambino, Muidinga, che, come nella celebre canzone di Guccini (Il vecchio e il bambino), vedono la triste realtà che li circonda, senza speranza, senza riscatto, ma vogliono ancora sognare, vogliono vivere un'altra possibilità. E l'unico modo per farlo è leggere e ascoltare fiabe che parlino di un tempo migliore, di uomini migliori. "Mi piaccion le fiabe, raccontane altre" dice il bambino della canzone di Guccini, come quello di Terra sonnambula. Sono storie raccontate da altri profughi, da altri infelici la cui esistenza è solcata da drammi, da vicende strazianti, da lutti, ma è anche spesso guidata da una speranza: riscoprire la pace. Sono storie scritte sui quaderni di memorie del giovane Kindzu, trovati casualmente sulla strada delle loro peregrinazioni. Sono storie lette avidamente dal giovane, tanto da impararle a memoria, e ascoltate dal vecchio parola per parola. "Parla lentamente - dice lo zio Tuahir - così capisco tutto. Se mi addormento non fermarti. Ti ascolto anche dormendo". E così, nel loro precario rifugio, un machimbombo (cioè un autobus) tutto bruciato (perché "ciò che è già arso non torna a bruciare", dunque rappresenta il posto più sicuro dove nascondersi), lentamente riprendono vita le figure tratteggiate su quelle pagine di quaderno. Attorno, ovunque, la guerra. Tutti sono soli, "morti e vivi. Adesso non abbiamo più una terra". La fine del racconto scritto da Kindzu e il termine delle peregrinazioni dei due profughi si intersecano, dando vita a un misterioso futuro in cui forse questa terra sonnambula che si sveglia da un incubo potrà trovare un po' di pace.


Terra sonnambula di Mia Couto
Titolo originale dell'opera: Terra sonâmbula

Traduzione di Matteo Angius e Fernanda Angius
Prefazione di Luis Sepúlveda
220 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Guanda (La frontiera scomparsa. Collana diretta da Luis Sepúlveda)
ISBN 88-8246-094-0


Le prime righe

Primo capitolo
LA STRADA MORTA


In quel luogo, la guerra aveva ucciso la strada. Lungo i sentieri, solo le iene si trascinavano, annusando ceneri e polvere. Il paesaggio si era imbastardito di sgomenti mai visti, con colori che impastavano la bocca. Erano colori sporchi, così sporchi che avevano perso tutta la loro leggerezza, dimentichi dell'audacia di spiegare le ali verso l'azzurro. Qui, il cielo era divenuto impossibile. E gli esseri viventi si erano abituati alla terra, in una rassegnata pratica della morte.
La strada che adesso si apre ai nostri occhi non s'incrocia con nessun'altra. Più sdraiata dei secoli, sopporta da sola tutta la distanza. Sui bordi marciscono macchine bruciate, resti di saccheggi. Nella savana circostante soltanto i baobab contemplano il mondo che sfiorisce.
Un vecchio e un bambino avanzano lungo la strada. Camminano tentennanti, come se nella vita non avessero avuto altro mestiere. Non vanno da nessuna parte, dando per compiuto il percorso, in attesa della meta. Scappano dalla guerra, da quella guerra che aveva contaminato tutto il loro paese. Camminano nell'illusione di trovare, più avanti, un rifugio tranquillo. Avanzano scalzi, con i vestiti dello stesso colore della strada. Il vecchio si chiama Tuahir. È magro, sembra aver perso tutta la sostanza. Il fanciullo si chiama Muidinga. Cammina davanti al vecchio sin da quando sono usciti dal campo profughi. Si nota in lui un lieve zoppicare, con una gamba un po' in ritardo rispetto al passo.
Era stato il vecchio Tuahir a prenderlo con sé, quando tutti gli altri lo avevano abbandonato. Il bambino non sembrava più vivo; il moccio non gli usciva più solo dal naso, ma da tutta la testa. Il vecchio gli aveva dovuto insegnare le prime cose: camminare, parlare, pensare. Muidinga si era infantilito un'altra volta. Ma questa seconda infanzia era stata anticipata dalle leggi della sopravvivenza. Sin da quando avevano cominciato il viaggio aveva preso l'abitudine di cantare, inventando distratte filastrocche. Eppure il canto, nel convivere con la solitudine, finì per abbandonarlo. I due viandanti s'intonavano con la strada, così appassiti e privi di speranza.

© 1999, Ugo Guanda Editore


L'autore
Mia Couto è nato a Beira, in Mozambico, nel 1955 ed è considerato uno dei maggiori scrittori contemporanei di lingua portoghese. Ha svolto l'attività di giornalista e diretto giornali e riviste. Tra i suoi libri: Vozes anoitecidas, Cada homem é uma raça e Cronicando.



Simon Lewis
Go

"Andai al baule e mi sentii la faccia diventare bianca. Mai tanto bianca, però, quanto quella del tizio morto rannicchiato là dentro, che sembrava sorpreso quanto me e mi guardava con i suoi grandi occhi spenti, nudo tranne che per un paio di boxer a pallini rossi e neri."


Un locale dove si distribuisce pessima musica e droga in grande quantità, dei ragazzi che vogliono avere in fretta molti soldi e che non hanno molti scrupoli per procurarseli, che vogliono emergere in questa società dell'apparenza, una bella ragazza di provincia che è scappata dall'oppressione ambigua della sua cittadina, una banda di criminali davvero pericolosa: questi gli ingredienti di un giallo pieno di ironia e incalzante come le vicende che racconta. In giro per il mondo, anzi in fuga per il mondo le storie di tre ragazzi, diversi, ma in fondo più simili di quanto si pensi, si incrociano e si separano in un vortice di vicende che testimoniano la cultura di questo fine millennio. Misticismo e droga, nuove religiosità e globalizzazione, Occidente e Oriente, la generazione che avrà poco più di vent'anni nel Duemila rappresenta anche l'insicurezza di tutta la società del benessere, di tutto il mondo sviluppato che sta rapidamente perdendo le sue sicurezze e il suo primato. E allora a volte può bastare qualche piccola ribellione gratuita, come superare la linea della metropolitana o rubare una brioche (di cui non si ha voglia) quando è assente il proprietario del bar, per sentirsi più vivi. Un po' di sesso, un po' di soldi, e la polizia alle calcagna, o peggio qualche brutto ceffo che ce l'ha con te: questa è la vita, in fondo sopportabile di un giovane inglese. Ma anche i paesi meno ricchi non vengono presentati come mitici luoghi di beatitudine: violenza e corruzione sono all'ordine del giorno, anzi la mancanza di regole è addirittura istituzionalizzata. L'amore viene bruciato rapidamente, tutto si consuma, tutto si perde. Lewis però non presenta questa difficile mondo in modo drammatico, non c'è cinismo nel suo crudo linguaggio, solo realismo e molta ironia. In fondo non è mai una tragedia...


Go di Simon Lewis
Traduzione di Gioia Guerzoni
Pag. 324, Lire 25.000 - Edizioni Marco Tropea (I Mirti)
ISBN 88-438-0183-X


Le prime righe

1
Uno della banda


Immaginatevi di fare una corsa a ostacoli nelle prime ore del mattino mentre qualcuno vi spara nelle orecchie cento decibel di merda. Be', il mio lavoro era così. Ma, per quanto schifoso, integrava gli spiccioli del sussidio di disoccupazione... intendiamoci, mi piaceva sia mangiare che fumare. Di venerdì e sabato sera raccoglievo bicchieri al Dazzler di Depford, il genere di locale che di solito evito alla prima occhiata. La luce accecante che colava sul marciapiede dall'entrata, la chiassosa insegna argentata, i cravattoni pacchiani dei buttafuori: un insieme di particolari che formava il marchio di fabbrica di Gorgonzola City.
Un sabato d'estate, serata anni settanta, poco dopo le undici. Un gruppetto di gente mezza sbronza in fila davanti alla porta. In teoria avrei provato un brivido di soddisfazione a superare la coda davanti a un locale, scambiare qualche battuta con i buttafuori e scivolare nel club, ma il fatto di lavorare in quel posto ti conferiva un prestigio pari a zero.
Mentre sgusciavo dentro vidi Marlowe, l'intrattabile addetto alla sicurezza, una Volvo umana, intento a perquisire un cliente palpandolo dalla testa ai piedi.
"Come va?" gli chiesi.
"Sei in ritardo" disse, inclinando la testona senza collo verso la porta interna con una stretta delle spalle, che significava fila dentro. Marlowe, incapace di parlare e respirare simultaneamente, comunicava con il corpo. Mi fermai un attimo per vederlo all'opera. Forse non gli piaceva la coda di cavallo del cliente, forse la considerava un insulto personale alla sua calvizie incipiente, perché stava lavorando di fino: gli fece aprire il pacchetto di sigarette, il portafoglio, e diede anche un'occhiata nei calzini bianchi.
Oltre la porta c'era un corridoio dipinto di nero, con un acquario incastrato in una nicchia. Un acquario... da non crederci. Gel, il gestore, l'aveva installato lì sei mesi prima, convinto che desse un tocco di classe al locale. Poi, nel branco, al novanta per cento pesci piccoli neri ed economici con qualche esemplare sgargiante per variare un po', cominciò la moria.

© 1999, Marco Tropea Editore s.r.l.


L'autore
Simon Lewis è nato in Galles, nel 1971. Ha già al suo attivo alcuni racconti brevi raccolti nei volumi collettivi Skin e Technopagan (1995). Nel 1995 ha vinto il premio letterario Big Issue. Ottimo conoscitore della lingua cinese, ha viaggiato a lungo in Cina e in India. Vive in Inghilterra, a Brixton.



Lisa Scott
Fino a prova contraria

"Quando arrivai, l'avevano già portato via per l'autopsia. Il solo pensiero mi fece stare male. Non ero in grado di reagire, non riuscii a parlare in modo coerente con l'agente in uniforme che cominciò a farmi delle domande. Mark. L'avevo piantato in asso. Avevo imprecato contro di lui. Quelle erano state le ultime parole che aveva udito da me."


L'impressione è quella di assistere alla proiezione di un film americano, uno di quei successi internazionali basati su una vicenda "sul filo del rasoio" e con protagonisti avvocati d'assalto, grandi nomi e giovani esordienti alla scalata del successo. E chissà che un giorno non arrivi davvero un film basato sulle vicende raccontate in Fino a prova contraria, già scritto quasi come una sceneggiatura. Protagonista è una giovane avvocatessa di Filadelfia, Bennie Rosato, di origini italiane, pedina di un gioco, spesso perfido, fatto di rivalità, gelosie, invidie. Relazioni terminate che trasformano due colleghi in aspri rivali, competizioni interne ai grandi studi associati, incomprensioni con giudici, problemi con i clienti. Bennie ha da poco chiuso una storia con un collega, Mark Biscardi, quando questo viene ritrovato assassinato, con un paio di forbici conficcate nella schiena. La faccenda è seria, anche perché Bennie è la prima indiziata dell'omicidio e non ha nemmeno un alibi, inoltre una vivace discussione avuta poco prima della morte con Mark (suo socio oltre che ex amante, ma desideroso di sciogliere anche il rapporto di lavoro dopo quello sentimentale), la rende ancor più sospetta agli occhi degli investigatori. Quando poi si viene a scoprire che il morto ha lasciato in eredità proprio a lei venti milioni di dollari, la situazione precipita. Una spirale, un vortice che trascina verso il fondo e Bennie sembra non avere più scampo. Circondata dall'ostilità degli inquirenti, dal sospetto dei colleghi, dalla curiosità dei media, Bennie prosegue nella sua disperata ricerca della verità, ma non perde di vista nemmeno il suo lavoro, non abbandona i suoi clienti e le cause ancora sospese. E proprio questo la condurrà alla soluzione del mistero e a essere scagionata. Finalmente fuori dall'incubo.
Un romanzo per chi ama il genere legal thriller, che vede in John Grisham il maggiore rappresentate. Un giallo però al femminile, ricco di particolari che aiutano a ricreare l'atmosfera di un'esistenza spesa tra la casa (con una madre malata e un cane molto affettuoso) e il lavoro, ma non priva di passioni e sentimenti. Sarebbe curioso sapere quanto di autobiografico ci sia nella figura della protagonista, dato che anche l'autrice vive a Filadelfia e ha svolto per molto tempo la professione di avvocato...


Fino a prova contraria di Lisa Scott
Titolo originale dell'opera: Legal Tender

Traduzione di Luigi Schenoni
298 pag., Lit. 26.900 - Edizioni Sperling & Kupfer (Narrativa n.284)
ISBN 88-200-2896-4


Le prime righe

1

Mi sporsi dalla tribuna per non perdermi neppure una parola. Eve Eberlein, la nuova amichetta del mio ex amante, stava per essere umiliata in pubblico dal giudice Edwars J. Thompson. Se non fossi stata in un'aula di tribunale avrei dato sfogo di persona alla mia gioia.
"Mi permetta di ricordarle qualcosa che ha ovviamente dimenticato, signorina Eberlein", stava dicendo Thompson. La leggendaria pazienza di quell'uomo dai modi signorili era stata messa a dura prova dall'attacco di Eve contro l'anziana testimone: "Questo è un tribunale. Esistono delle norme di comportamento. Cortesia e buone maniere. Non tollero simili atteggiamenti nella mia aula..."
"Ma la teste non è sincera con la corte, vostro onore", ribattè Eve. I capelli neri ondeggiarono mentre con aria di sfida si avvicinava alla predella. Era truccata in modo perfetto e indossava un abito rosso, molto aderente, che le fasciava le curve. Non che fossi gelosa, naturalmente...
"Una totale assurdità, signorina Eberlein!" replicò in tono ironico il giudice Thompson fissandola attraverso gli occhiali da lettura. "Non permetterò che si denigri un teste. Lei le ha posto più volte la stessa domanda e la signora Debs le ha risposto che non rammenta dove si trovi quella pratica. È andata in pensione due anni fa, non ricorda? Passi alla domanda successiva, avvocato."
"Con tutto il rispetto, vostro onore, la signora Debs era archivista alla Wellroth Chemical, e ricorda dove si trova la pratica. La teste mente alla corte!" Eve puntò il dito contro la signora Debs, che arrossì, imbarazzata e umiliata.
"Mio dio!" esclamò, tormentando la collana di perle che aveva al collo, "non mentirei mai davanti alla corte!" La signora Debs era anziana, aveva i capelli grigi e un viso che era il ritratto dell'onestà. "Non mentirei mai alla corte!" ribadì. Era evidente che stava dicendo la verità. "Santo cielo, ho giurato sulla Bibbia!"

© 1999, Sperling & Kupfer Editori


L'autrice
Lisa Scott, avvocato e scrittrice, è stata insignita del prestigioso Edgar Allan Poe Award. Con questo romanzo si è affermata come la nuova regina del legal thriller. Vive e lavora a Filadelfia.



Nicholas Shakespeare
Bruce Chatwin

"Ci fa conoscere popoli e testi che altrimenti non avremmo mai scoperto. Ci presenta un mondo più ordinato, più semplice, più emozionante: un luogo da indagare, aperto a tutti."


La poderosa biografia di Nicholas Shakespeare, estremamente attenta a cogliere anche aspetti particolari e apparentemente secondari della vita di Chatwin, offre al lettore un quadro completo di uno scrittore per tanti versi sfuggente. La famiglia, l'infanzia un po' nomade, il padre assente per lavoro e la sua angelica bellezza che quasi spaventa chi lo frequenta. L'adolescenza e le prime irrequietezze, tutte molto mimetizzate da un perfetto controllo della propria emotività, l'ambiguità sessuale, ignorata fino agli ultimi mesi dalla stessa famiglia, il rifiuto di ciò che può apparire volgare: sono tutte componenti di un carattere complesso e molto distaccato. Solo l'arte lo attrae e lo appassiona, per il resto, anche nei momenti più intimi, a detta dei suoi partner "osservava se stesso come dall'esterno". Appare anche una certa volontà di non suscitare intorno a sé curiosità o scandalo, per questo (o per una strana forma di moralismo) avrebbe preferito essere eterosessuale, o anche perché non amava le azioni, i fatti, quanto le idee, i concetti astratti. Tutto ciò sembra in contraddizione con l'interesse per le persone e i luoghi. "Collezionava gente", viene detto in questa biografia, e anche si sottolinea la facilità comunicativa che possedeva, il suo lungo parlare, quasi logorroico, il piacere dell'affabulazione; dichiarava infatti che la sua scrittura era un raccontare "storie", sulle orme degli antichi favolisti. Forse proprio la sua omosessualità, lo scarto cioè dalla norma, gli aveva però consentito di vedere la stranezza, l'eccezionale che esiste in ciò che è apparentemente normale, si tratti di una persona o di una vicenda. Anche l'incontro con Elisabeth e il suo matrimonio rientrano in questo quadro. La ricca famiglia di lei, importante negli Stati Uniti, aumentava per Bruce il fascino di quel rapporto. In fondo il suo amore per il bello richiedeva sia una certa disponibilità economica, che una buona accettazione sociale. Il matrimonio, che aveva previsto anche una educazione cattolica dello sposo, di religione anglicana, per poter essere ammesso nella conservatrice famiglia americana della sposa, viene celebrato con regolare formalismo. Ma la vita coniugale dei due, senza che il loro rapporto venga spesso messo in discussione dagli sposi, non sembra particolarmente felice. Bruce viaggia e non desidera inserirsi nella "comunità", che dai racconti fatti a Shakespeare non sembra giudicarlo molto bene, e non sembra che abbia mai apprezzato il modo spesso scortese con cui trattava la moglie. Ma è il viaggio il centro degli interessi del giovane scrittore, la conoscenza di luoghi e situazioni diverse, e da lontano giungono le sue lettere allegre, piene di curiosità e di emozione. Così lo scrivere diventa un "esercizio terapeutico una proiezione di desideri inappagati, un surrogato della vita non vissuta e delle azioni non compiute".
Viaggi in luoghi lontani e diversi, la Patagonia, il Monte Athos, l'Africa, il Brasile...
Poi vi fu la passione per un giovane agente di cambio australiano, Donald, e con lui, trascinato da questo amore, Chatwin attraverserà il mondo gay, così come aveva fatto con la Patagonia, Edimburgo o il suo primo luogo di lavoro, Sotheby's. Quest'amore non spaventa Elisabeth, non se ne sente minacciata, eppure da quella relazione la vita sua e del marito verranno stravolte, così come dal suo successo di scrittore: un periodo di separazione, la vendita della loro casa, poi altri amori e altri viaggi e infine i primi sintomi della malattia che lo ucciderà. Bruce tenne nascosta la malattia alla famiglia quanto più a lungo poté, non accettava di essere stato sconfitto, non accettava l'idea di averli delusi, ma in lui nacque anche una nuova dolcezza, una sensibilità delicata che prima non possedeva. Il suo ultimo periodo di vita fu però per lui insopportabile, voleva morire, non sopportava più la terribile decadenza del corpo e la debolezza della mente e quell'uomo "troppo bello per vivere a lungo" infatti morirà giovane, distrutto dalla sua voglia di vivere.


Bruce Chatwin di Nicholas Shakespeare
Traduzione di Mariapaola Dèttore e Sandro Melani
Pag. 830, Lire 49.000 - Edizioni Baldini & Castoldi (I Saggi, 144)
ISBN 88-8089-701-2


Le prime righe

1

Il fuoco


"Era un pesce freddo?" ho domandato.
"Un pesce?"
"Una persona fredda".
"Era caldo e freddo. Era ogni cosa".

BC, da "Tra le rovine"


Il primo febbraio del 1984, un inglese munito di zaino e scarponcini in un bungalow di Irene, un quartiere di Pretoria. Supera il metro e ottanta, ha capelli biondi che gli ricadono sulla fronte spaziosa, e intensi occhi azzurri. È solo a un passo dal male che lo ucciderà. Ha quarantatré anni e la carica di un ragazzino.
Bruce Chatwin era venuto in Sudafrica per incontrare Bob (Robert) Brain, paleontologo, dopo averne letto il libro The Hunters or the Hunted? Era, come scrisse lo stesso Chatwin, il libro di cui sentiva la "necessità" fin dai tempi di scuola, e aveva ridestato temi che si portava dentro da anni.
"Questo è un romanzo poliziesco di tipo un po' speciale", così inizia l'ormai classica opera di Brain sul modo di vivere dei nostri più lontani antenati, derivata da quindici anni di scavi nella caverna di Swartkrans, nei pressi di Johannesburg. In base all'esame delle ossa fossili Brain aveva ipotizzato che i primi uomini non fossero dei selvaggi cannibali come generalmente si ritiene, ma la preda preferita di uno dei grandi felini con cui dividevano le vaste praterie africane. Attorno a 1.200.000 anni prima di Cristo, quando l'homo erectus aveva cominciato ad avere la meglio sul suo predatore, il dinofelis o tigre dai denti a sciabola, le parti si erano invertite.
Che cosa aveva messo l'uomo in posizione di superiorità? "Tutto si collega alla padronanza del fuoco", dichiara Brain. Ma trent'anni di scavi ed esplorazioni nelle caverne dell'Africa meridionale e sahariana non avevano prodotto tracce di focolari precedenti al 70.000 avanti Cristo, epoca in cui il dinofelis era ormai estinto da un milione di anni.
Bruce definì il libro di Brain "il giallo più avvincente che io abbia mai letto". Già ai tempi della scuola sosteneva che "tutti hanno bisogno di una ricerca che giustifichi l'esistenza". I ritrovamenti di Brain promettevano una strada affascinante.
Conversarono per due giorni interi e per Bruce furono "le discussioni più stimolanti della sua vita. Parlarono di Birmingham, dove Bruce era cresciuto e da cui il padre di Brain, che trovava soffocante l'Inghilterra, era partito alla volta di Città del Capo. Parlarono del figlio di Brain, Ted, morto a quattordici mesi, soffocato da un pezzetto di mela: doloroso episodio che aveva insegnato a Brain a vivere ogni giorno della vita come se potesse essere l'utimo. E parlarono dell'origine del male.

© 1999, Baldini & Castoldi s.r.l.


L'autore
Nicholas Shakespeare è cresciuto nell'Estremo Oriente e in Sudamerica, dove ha seguito come inviato speciale la storia di Guzman. Oggi vive a Londra. Ha scritto The Vision of Elena Silves (1989), che ha vinto il Somerset Maugham Award, e The hight Flyer. Nel 1993 è stato scelto da "Granta" come uno dei "Best of Young British Novelist". Nel 1998 ha pubblicato il romanzo Danza di sangue.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




8 ottobre 1999