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Vikram Chandra Amore e nostalgia a Bombay "Le altre la seguirono e lei le accompagnò fino alla porta, l'aprì, e la tenne spalancata. Le passarono davanti ringraziandola, e lei sorrise a ognuna, ma il suo sguardo era opaco e non tolse mai la mano dal pomello. L'ultima fu Dolly, che mormorò: - Grazie davvero, cara. - Sheila chiuse l'uscio con uno scatto secco della serratura, e tutte capirono che la guerra era cominciata." Chi avesse letto la precedente opera tradotta in italiano di Chandra (Terra rossa e pioggia scrosciante, un'epopea tradizionale di grande fascino), non ritroverà i medesimi temi in questa raccolta di racconti lunghi. Eppure anche qui, naturalmente, ritorna il vento affascinante e misterioso dell'India antica, il misticismo e la rassegnazione, la ricerca del senso ultimo della vita. Su questo substrato cresce l'India moderna, occidentalizzata, stridente rispetto al passato, dove l'arrivismo, la competizione, il denaro, il consumismo diventano parte integrante di una società che non aveva conosciuto quasi nulla di tutto ciò fino a pochi decenni addietro. A simboleggiare la nuova tendenza, un bel volto, molto oleografico e di forte impatto, riempie la copertina del romanzo. È il viso di un'attrice del cinema indiano, icona classica tratta da un cartellone cinematografico, uno dei tanti che tappezzano le strade delle metropoli indiane, l'immagine di una Bombay capitale del cinema e dell'informatica. I racconti che compongono il volume sono legati alla tradizione filosofica hindu, che individua i quattro fini dell'uomo: Dharma, la Legge, il senso del dovere e il percorso di vita; Sakti, la Forza, energia divina di genere femminile; Kama, il Desiderio, tutti i piaceri della vita; Artha, il Profitto, la capacità di possedere beni materiali e l'arte della politica. A ogni fine è unito un protagonista, un personaggio che ne rappresenta al meglio le caratteristiche: il generale Jago Antia, uomo coraggioso che porta con sé il fardello di molte pene personali; la giovane Sheila, hostess carina e corteggiata che sceglie un marito adatto a relizzare la scalata sociale fino alle vette dello snobismo; l'ispettore Sartaj che scopre il piacere, la passione in tutte le forme possibili, anche negative; un esperto di computer e la sparizione misteriosa dell'amico Rajesh, forse legata proprio al progresso informatico. A tirare le fila, a dare un senso compiuto all'esistenza umana, ecco il racconto finale, Santi o della Pace: il fine ultimo dell'uomo è il raggiungimento della serenità, "l'eliminazione di qualsiasi perturbamento", che si può raggiungere solo dopo aver superato i primi stadi, dunque solo in età avanzata, come accade all'anziano Shiv Subramaniam. Amore e nostalgia a Bombay di Vikram Chandra Titolo originale dell'opera: Love and Longing in Bombay Traduzione dall'inglese di Marina Manfredi 326 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Instar Libri (Narrativa / Mente n.9) ISBN 88-461-0031-X Le prime righe Se penso a Subramaniam e a tutti i suoi anni di servizio, il fatto che frequentasse ancora il Fisherman's Rest mi sembra davvero notevole. Quando cominciai ad andarci anch'io, era in pensione da sei anni, dopo averne passati quarantuno al Ministero della Difesa fino a diventare sottosegretario. Io ero giovane e lavoravo da poco in una società di software, con uffici modernissimi e aria condizionata proprio a un passo dalla Flora Fountain, e - devo confessare - la prima volta che lo sentii parlare fu per rivolgermi un rimbrotto. Mi era stato presentato sulla terrazza, dove sedeva a un tavolo in compagnia di altri tre signori anziani; secondo il mio amico Ramani, che mi aveva portato lì, frequentavano quel posto da sempre. Subramaniam aveva i capelli bianchi, era magro, e nel crepuscolo mi parve molto piccolo, il tipo d'uomo che stempera la noia infinita della vita in un bar sul Sassoon Dock. Lo inquadrai, gli presi le misure e me ne disinteressai. Avrei dovuto notare subito che i camerieri gli servivano da bere senza attendere ordini e che gli altri parlavano intorno al suo silenzio mantenendo lo sguardo fisso su di lui, ma ero troppo impegnato in una delle mie tirate contro lo stato pietoso dei computer a Bombay. Il bar si trovava al secondo piano di una vecchia casa affacciata sul mare, e nessuno si sarebbe mai accorto della sua esistenza, perché non c'erano insegne ed era invisibile dalla strada. Lungo le pareti sfilavano trofei di pesca vecchi almeno mezzo secolo, e sulla porta del bagno era appesa la foto di un torrente di montagna ritagliata da una rivista, molto British. Ero già stufo e, quando dal mare si levò il vento, a veder sbattere le antiquate tende a fiori e un calendario del 1971 mi venne voglia di scappare, ma dovevo almeno un bicchiere al mio amico Ramani per ricambiargli la cortesia. Capiva quanto mi sentissi solo a Bombay e probabilmente si prodigava per farmi conoscere il giro giusto. Così, osservando una nave della Marina che manovrava nel sole, forse una fregata, bevvi il mio cocktail (nonostante tutto un ottimo gin sling) e mi fermai ad ascoltare i discorsi degli altri. © 1999, Instar Libri L'autore Vikram Chandra trascorre l'infanzia in giro per l'India al seguito del padre, poi studia dai Gesuiti e al Mayo College, una prestigiosa Eton trapiantata nel cuore del Rajasthan. Ancora bambino scopre il piacere di ascoltare storie e sulla sua vita s'innesta anche la grande saga del cinema hindi, passione di famiglia. Da sempre Vikram sa tutto sui divi e partecipa dell'entusiasmo nazionale per l'universo della celluloide. Arrivato a New York, frequenta anche la Scuola di Cinema alla Columbia. Oggi insegna scrittura creativa alla George Washington University. In Italia è apparso anche il precedente romanzo Terra rossa e pioggia scrosciante. |
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Mia Couto Terra sonnambula "Se non ci fossero state le letture sarebbero stati condannati alla solitudine. Le loro fantasticherie camminavano ora sulle lettere di quegli scritti." Scrive Luis Sepúlveda nella bella Prefazione al romanzo: "Terra sonnambula è un romanzo pensato e scritto come un lungo poema epico da un poeta capace di fare della storia del suo paese una grande metafora: la metafora della speranza e della magia come antagoniste di una realtà sinistra. Terra sonnambula è una battaglia contro i piromani che si oppongono a coloro che riescono a risorgere dalle ceneri. Terra sonnambula è un canto per l'umanità e il coraggio di vivere". Non potevamo non riportare queste parole, intense e "vere", ancor più perché Luis Sepúlveda ha conosciuto in prima persona il Mozambico (come giornalista tra il 1982 e il 1984), paese in cui è ambientata la vicenda, difficile terra africana dalle mille contraddizioni. La guerra, la fame, la violenza, l'obbligo della fuga, l'infelicità di un'esistenza tra strade infinite da percorrere senza meta, solo per fuggire, e campi di raccolta, dove sostare almeno un po'. Protagonisti della storia un vecchio, Tuahir, e un bambino, Muidinga, che, come nella celebre canzone di Guccini (Il vecchio e il bambino), vedono la triste realtà che li circonda, senza speranza, senza riscatto, ma vogliono ancora sognare, vogliono vivere un'altra possibilità. E l'unico modo per farlo è leggere e ascoltare fiabe che parlino di un tempo migliore, di uomini migliori. "Mi piaccion le fiabe, raccontane altre" dice il bambino della canzone di Guccini, come quello di Terra sonnambula. Sono storie raccontate da altri profughi, da altri infelici la cui esistenza è solcata da drammi, da vicende strazianti, da lutti, ma è anche spesso guidata da una speranza: riscoprire la pace. Sono storie scritte sui quaderni di memorie del giovane Kindzu, trovati casualmente sulla strada delle loro peregrinazioni. Sono storie lette avidamente dal giovane, tanto da impararle a memoria, e ascoltate dal vecchio parola per parola. "Parla lentamente - dice lo zio Tuahir - così capisco tutto. Se mi addormento non fermarti. Ti ascolto anche dormendo". E così, nel loro precario rifugio, un machimbombo (cioè un autobus) tutto bruciato (perché "ciò che è già arso non torna a bruciare", dunque rappresenta il posto più sicuro dove nascondersi), lentamente riprendono vita le figure tratteggiate su quelle pagine di quaderno. Attorno, ovunque, la guerra. Tutti sono soli, "morti e vivi. Adesso non abbiamo più una terra". La fine del racconto scritto da Kindzu e il termine delle peregrinazioni dei due profughi si intersecano, dando vita a un misterioso futuro in cui forse questa terra sonnambula che si sveglia da un incubo potrà trovare un po' di pace. Terra sonnambula di Mia Couto Titolo originale dell'opera: Terra sonâmbula Traduzione di Matteo Angius e Fernanda Angius Prefazione di Luis Sepúlveda 220 pag., Lit. 24.000 - Edizioni Guanda (La frontiera scomparsa. Collana diretta da Luis Sepúlveda) ISBN 88-8246-094-0 Le prime righe LA STRADA MORTA In quel luogo, la guerra aveva ucciso la strada. Lungo i sentieri, solo le iene si trascinavano, annusando ceneri e polvere. Il paesaggio si era imbastardito di sgomenti mai visti, con colori che impastavano la bocca. Erano colori sporchi, così sporchi che avevano perso tutta la loro leggerezza, dimentichi dell'audacia di spiegare le ali verso l'azzurro. Qui, il cielo era divenuto impossibile. E gli esseri viventi si erano abituati alla terra, in una rassegnata pratica della morte. La strada che adesso si apre ai nostri occhi non s'incrocia con nessun'altra. Più sdraiata dei secoli, sopporta da sola tutta la distanza. Sui bordi marciscono macchine bruciate, resti di saccheggi. Nella savana circostante soltanto i baobab contemplano il mondo che sfiorisce. Un vecchio e un bambino avanzano lungo la strada. Camminano tentennanti, come se nella vita non avessero avuto altro mestiere. Non vanno da nessuna parte, dando per compiuto il percorso, in attesa della meta. Scappano dalla guerra, da quella guerra che aveva contaminato tutto il loro paese. Camminano nell'illusione di trovare, più avanti, un rifugio tranquillo. Avanzano scalzi, con i vestiti dello stesso colore della strada. Il vecchio si chiama Tuahir. È magro, sembra aver perso tutta la sostanza. Il fanciullo si chiama Muidinga. Cammina davanti al vecchio sin da quando sono usciti dal campo profughi. Si nota in lui un lieve zoppicare, con una gamba un po' in ritardo rispetto al passo. Era stato il vecchio Tuahir a prenderlo con sé, quando tutti gli altri lo avevano abbandonato. Il bambino non sembrava più vivo; il moccio non gli usciva più solo dal naso, ma da tutta la testa. Il vecchio gli aveva dovuto insegnare le prime cose: camminare, parlare, pensare. Muidinga si era infantilito un'altra volta. Ma questa seconda infanzia era stata anticipata dalle leggi della sopravvivenza. Sin da quando avevano cominciato il viaggio aveva preso l'abitudine di cantare, inventando distratte filastrocche. Eppure il canto, nel convivere con la solitudine, finì per abbandonarlo. I due viandanti s'intonavano con la strada, così appassiti e privi di speranza. © 1999, Ugo Guanda Editore L'autore Mia Couto è nato a Beira, in Mozambico, nel 1955 ed è considerato uno dei maggiori scrittori contemporanei di lingua portoghese. Ha svolto l'attività di giornalista e diretto giornali e riviste. Tra i suoi libri: Vozes anoitecidas, Cada homem é uma raça e Cronicando. |
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Lisa Scott Fino a prova contraria "Quando arrivai, l'avevano già portato via per l'autopsia. Il solo pensiero mi fece stare male. Non ero in grado di reagire, non riuscii a parlare in modo coerente con l'agente in uniforme che cominciò a farmi delle domande. Mark. L'avevo piantato in asso. Avevo imprecato contro di lui. Quelle erano state le ultime parole che aveva udito da me." L'impressione è quella di assistere alla proiezione di un film americano, uno di quei successi internazionali basati su una vicenda "sul filo del rasoio" e con protagonisti avvocati d'assalto, grandi nomi e giovani esordienti alla scalata del successo. E chissà che un giorno non arrivi davvero un film basato sulle vicende raccontate in Fino a prova contraria, già scritto quasi come una sceneggiatura. Protagonista è una giovane avvocatessa di Filadelfia, Bennie Rosato, di origini italiane, pedina di un gioco, spesso perfido, fatto di rivalità, gelosie, invidie. Relazioni terminate che trasformano due colleghi in aspri rivali, competizioni interne ai grandi studi associati, incomprensioni con giudici, problemi con i clienti. Bennie ha da poco chiuso una storia con un collega, Mark Biscardi, quando questo viene ritrovato assassinato, con un paio di forbici conficcate nella schiena. La faccenda è seria, anche perché Bennie è la prima indiziata dell'omicidio e non ha nemmeno un alibi, inoltre una vivace discussione avuta poco prima della morte con Mark (suo socio oltre che ex amante, ma desideroso di sciogliere anche il rapporto di lavoro dopo quello sentimentale), la rende ancor più sospetta agli occhi degli investigatori. Quando poi si viene a scoprire che il morto ha lasciato in eredità proprio a lei venti milioni di dollari, la situazione precipita. Una spirale, un vortice che trascina verso il fondo e Bennie sembra non avere più scampo. Circondata dall'ostilità degli inquirenti, dal sospetto dei colleghi, dalla curiosità dei media, Bennie prosegue nella sua disperata ricerca della verità, ma non perde di vista nemmeno il suo lavoro, non abbandona i suoi clienti e le cause ancora sospese. E proprio questo la condurrà alla soluzione del mistero e a essere scagionata. Finalmente fuori dall'incubo. Un romanzo per chi ama il genere legal thriller, che vede in John Grisham il maggiore rappresentate. Un giallo però al femminile, ricco di particolari che aiutano a ricreare l'atmosfera di un'esistenza spesa tra la casa (con una madre malata e un cane molto affettuoso) e il lavoro, ma non priva di passioni e sentimenti. Sarebbe curioso sapere quanto di autobiografico ci sia nella figura della protagonista, dato che anche l'autrice vive a Filadelfia e ha svolto per molto tempo la professione di avvocato... Fino a prova contraria di Lisa Scott Titolo originale dell'opera: Legal Tender Traduzione di Luigi Schenoni 298 pag., Lit. 26.900 - Edizioni Sperling & Kupfer (Narrativa n.284) ISBN 88-200-2896-4 Le prime righe Mi sporsi dalla tribuna per non perdermi neppure una parola. Eve Eberlein, la nuova amichetta del mio ex amante, stava per essere umiliata in pubblico dal giudice Edwars J. Thompson. Se non fossi stata in un'aula di tribunale avrei dato sfogo di persona alla mia gioia. "Mi permetta di ricordarle qualcosa che ha ovviamente dimenticato, signorina Eberlein", stava dicendo Thompson. La leggendaria pazienza di quell'uomo dai modi signorili era stata messa a dura prova dall'attacco di Eve contro l'anziana testimone: "Questo è un tribunale. Esistono delle norme di comportamento. Cortesia e buone maniere. Non tollero simili atteggiamenti nella mia aula..." "Ma la teste non è sincera con la corte, vostro onore", ribattè Eve. I capelli neri ondeggiarono mentre con aria di sfida si avvicinava alla predella. Era truccata in modo perfetto e indossava un abito rosso, molto aderente, che le fasciava le curve. Non che fossi gelosa, naturalmente... "Una totale assurdità, signorina Eberlein!" replicò in tono ironico il giudice Thompson fissandola attraverso gli occhiali da lettura. "Non permetterò che si denigri un teste. Lei le ha posto più volte la stessa domanda e la signora Debs le ha risposto che non rammenta dove si trovi quella pratica. È andata in pensione due anni fa, non ricorda? Passi alla domanda successiva, avvocato." "Con tutto il rispetto, vostro onore, la signora Debs era archivista alla Wellroth Chemical, e ricorda dove si trova la pratica. La teste mente alla corte!" Eve puntò il dito contro la signora Debs, che arrossì, imbarazzata e umiliata. "Mio dio!" esclamò, tormentando la collana di perle che aveva al collo, "non mentirei mai davanti alla corte!" La signora Debs era anziana, aveva i capelli grigi e un viso che era il ritratto dell'onestà. "Non mentirei mai alla corte!" ribadì. Era evidente che stava dicendo la verità. "Santo cielo, ho giurato sulla Bibbia!" © 1999, Sperling & Kupfer Editori L'autrice Lisa Scott, avvocato e scrittrice, è stata insignita del prestigioso Edgar Allan Poe Award. Con questo romanzo si è affermata come la nuova regina del legal thriller. Vive e lavora a Filadelfia. |
8 ottobre 1999