Il gioco pubblico in Italia
Storia, cultura e mercato

Oh no, piuttosto che le basse, oscure
Verità, preferisco ancor l'inganno
Che ci solleva
Aleksandr Pu_kin


Il volume è la raccolta degli atti del convegno "Il gioco pubblico in Italia. Storia, cultura, mercato" che si è tenuto presso l'Università di Salerno nel maggio 1998. Gli studiosi che sono intervenuti appartengono ad ambiti di studio tra loro molto diversi, e questo ad indicare come l'argomento discusso interessi moltissimi campi del sapere: dalla sociologia, all'economia, alla psicologia, alla geografia, alla letteratura. E si deve anche osservare che c'è un aspetto metadisciplinare che emerge dall'insieme del dibattito.
Prima di tutto si possono distinguere tre principali funzioni del gioco: quella ludica, che forse è la più ovvia e comprensibile; quella compensativa che permette di mantenere una certa stabilità psicologica anche in periodi di forte stress; e quella regressiva, che oggi appare molto evidente in alcune forme di gioco, ma che ha anche la salutare capacità di farci vivere momenti d'infanzia in età adulta.
La storia di alcune città italiane, non può prescindere da alcune forme di gioco socialmente diffuse e di antica tradizione come, nel caso di Napoli, il lotto che è sia risultato di una cultura preesistente, sia creatore di altra cultura che dal fascino dell'azzardo deriva e che ha lasciato anche numerose tracce letterarie. Interessante è osservare come la cabala non abbia costruito divisioni sociali tra il popolo dei giocatori, ma il ricorso alla smorfia, forma vulgata della cabala, sia per tutti solo un "percorso più breve e semplice" per arrivare alla vincita.
Anche la logica del totocalcio è del tutto particolare: "Non si potrebbe immaginare il totocalcio senza passione sportiva", scrive Giuseppe Imbucci, ma negli ultimi vent'anni la meccanizzazione delle giocate ha cambiato il volto sociale degli scommettitori, spesso "professionisti che attraverso le colonne del concorso pronostici intravedono una fonte di investimento finanziario".
I giochi di carte sono da sempre differenti a seconda delle classi sociali che li praticano: dai raffinati salotti napoletani dell'Ottocento, alle osterie di campagna di ieri e di oggi. La figura del giocatore, così affascinante e letteraria, ci fa sempre pensare al libertino, all'avventuriero, a chi mette quotidianamente a rischio la propria vita e i propri averi.
Il gioco, spesso "eco fossile di antichi riti ed ordinamenti, è una forma vitale e rigeneratrice, profondamente libera. Esiste però una relazione complementare con l'elemento patologico in cui la separatezza delle sfere (vita reale/momento ludico) si confonde e nasce il bisogno ossessivo, quindi tutt'altro che libero, del gioco. A questo punto, se il fenomeno diventa diffuso, questa forma patologica ha anche una forte rilevanza sociale, quando il reddito dilapidato sia notevole e il tempo consumato nel gioco molto. Le nazioni moderne, così, avendo capito che il gioco è un bisogno primario dell'uomo, hanno cercato di "integrare i propri membri anche con l'organizzazione di forme collettive di gioco".
Si può aggiungere che in Italia, in quest'ultimo periodo, si utilizza il denaro speso nelle varie lotterie per fini culturali e ciò fa nascere un circolo virtuoso, tra denaro investito nel gioco e piacere della fruizione artistica.
Nello stesso modo possiamo considerare come certe attività umane, considerate serissime, abbiano molte cose in comune col gioco, sia nella finalità che nella motivazione: prima tra tutte la ricerca scientifica.


Il gioco pubblico in Italia. Storia, cultura e mercato, a cura di Giuseppe Imbucci
Pag. 305, Lire 38.000 - Edizioni Università degli Studi di Salerno. Dipartimento di Scienze Storiche e Sociali / Marsilio (Ricerche)
ISBN 88-317-7255-4



Le prime righe

GIUSEPPE IMBUCCI

LA CICALA E LA FORMICA: COMPORTAMENTI
E FUNZIONI SOCIALI DEL GIOCO


Lungo il loro percorso le carovane beduine lasciano tracce ed orme nel deserto senza fine. Questo libro di sabbia sconvolto dal vento racconta itinerari divenuti oramai irriconoscibili, una ragnatela stesa al suolo, che sembra non dotata di senso ed invece era ricca di direzioni. Lo racconta Jorge Luis Borges e pensa alla complessiva vicenda intellettuale dell'uomo ed al suo sforzo di intendere il mondo.
Penso alla complessità degli itinerari che hanno esplorato il territorio del gioco, vasto e senza confini come un immane deserto, e non mi sembra possibile cogliere il senso unitario di queste esplorazioni. Di necessità occorre seguire una sola traccia, una sola orma. Essa tiene conto di altri percorsi ma va per la sua strada proprio come una solitaria carovana nel deserto.
Questa traccia così deliberata è il gioco pubblico ed in particolare il gioco pubblico in Italia tra Otto e Novecento. Vogliamo ricostruire i comportamenti del mercato e dai comportamenti dedurre le funzioni svolte dal gioco pubblico. È possibile forse estendere per analogia i risultati del caso italiano ad altre esperienze e ad altri contesti ma questa è ipotesi da verificare.
Per ricostruire i comportamenti del gioco e ricavarne il senso dell'ordito e le interne motivazioni abbiamo escogitato un modello che consente un buon margine di identificazione con il giocatore. Questo modello ha due estremi che con una metafora poetica chiameremo la cicala e la formica. In realtà alludiamo a quel sentimento che coordina e sovrintende al regime delle spese e, poiché qui si tratta di spese non immediatamente e non direttamente necessarie, alludiamo a quell'emozione così complessa e misteriosa, così atavica e pervasiva, che abitualmente si definisce senso di colpa.
Una storia dunque dei comportamenti di gioco e delle sue funzioni attraverso il senso di colpa, individuale e collettivo.

In un terso mattino dell'inverno le formiche erano intente, così narra il poeta, a far asciugare il grano al tiepido sole. Dopo poco sopraggiunge la cicala e chiede in prestito qualche chicco. "Perché non l'hai raccolto nell'estate?" domandano le formiche subito sospettose. "Avevo da fare" risponde con candore la cicala, "dovevo cantare". "E adesso balla" è la risposta senza appello delle formiche.
Ecco, cicala e formica alludono a due diversi modelli di consumo del tutto estranei e contrapposti, due universi culturali che rinviano a categorie generalissime e a visioni della vita tra di loro inconciliabili.

© 1999, Marsilio Editori


Il curatore dell'opera
Giuseppe Imbucci è professore di storia contemporanea presso l'Università di Salerno. Ha pubblicato diversi volumi, tra cui Per una storia della povertà a Napoli in età contemporanea, Temi meridionali, Itaca. Il problema del rientro migratorio, Il gioco. Lotto, totocalcio, lotterie. Storia dei comportamenti sociali.



Martin Buber
Gog e Magog

"Ci vuole molto tempo prima che un uomo comprenda qual è il suo dovere - replicò l'Ebreo - I doveri glielo impediscono".


Com'è sempre divertente e interessante leggere un'antologia di "sacri aneddoti"! In questo caso la religione di riferimento è quella ebraica e non si tratta poi di una vera raccolta di racconti, perché gli episodi narrati nel libro hanno tra loro un legame e seguono un filo conduttore. Ma, in sostanza, vi si ritrovano tutti gli elementi tipici di questo genere narrativo: l'insegnamento religioso, l'aneddoto come esempio di vita, i consigli dei rabbini più anziani e dotti, una certa capacità di veggenza di alcuni saggi.
Uno degli scopi del lavoro di Buber (qui come in molti altri casi) è quello di rivalutare agli occhi della mistica ebraica, la corrente religiosa degli chassidim, di origine popolare e nata tra gli ebrei polacchi e nella Galizia nel XVIII secolo. Ma in questo testo più che in altri, Buber (forse in parte involontariamente) ricrea una vera epopea, narrata con lo sguardo e le parole di coloro che hanno conosciuto i protagonisti e hanno assistito personalmente a eventi più o meno straordinari e comunque degni di nota. "Fin da giovane - scrive Buber nella Nota all'edizione tedesca - cominciai a riesporre quanto mi sembrava essenziale dell'immenso tesoro di leggende chassidiche." Nella forma, appunto del "sacro aneddoto", cioè la "concatenazione di un avvenimento con una enunciazione". Anche qui si ritrova questa formula tradizionale, unitamente all'esposizione delle due correnti chassidiche dell'epoca: la prima, rappresentata in particolare dal "Veggente di Lublino", più dedita alla magia e ai riti misterici, l'altra, il cui principale esponente era il "Santo Ebreo" di Pzysha, contraria a ogni forma di magia e dedita solo alla ricerca della crescita interiore. Il Gog del paese di Magog del titolo, personaggio descritto da Ezechiele, alle cui guerre doveva seguire l'avvento del Messia, era dai primi identificato (le vicende si svolgono all'epoca delle guerre napoleoniche e della spartizione della Polonia) con la figura di Napoleone, mentre i seguaci del Santo Ebreo non condividevano questa spiegazione. E per sostenere le proprie tesi, entrambe le fazioni sceglievano episodi esemplari che potessero sostenere la propria causa. Buber riporta entrambe le voci, seguendone i fili e riportandone timori e speranze, dubbi e certezze e, soprattutto, le infinite, affascinanti disquisizioni di entrambe le parti.
Giustamente ripubblicato dopo molti anni, il volume ha il copyright della casa editrice Guanda, ma in realtà è un'edizione Neri Pozza.


Gog e Magog di Martin Buber
Titolo originale dell'opera: Gog und Magog

Traduzione di Silvia Heimpel-Colorni
301 pag., Lit. 29.000 - Edizioni Neri Pozza
ISBN 88-7305-704-7


Le prime righe

IL VEGGENTE


La collina con il castello, a nord-est della città polacca di Lublino, una volta era circondata da pantani. Nessuno aveva mai pensato di stabilirsi su quel suolo inospitale. Circa quattro secoli fa venne in mente agli ebrei, occupati nel commercio a Lublino e ai quali era proibito abitare in città, di acquistare questi terreni. Intorno alla collina fu prosciugato un tratto dopo l'altro. A lato della Casa di preghiera e di studio si allinearono presto prima le abitazioni dei grandi, poi dei minori e infine quelle dei più piccoli ebrei. Esse si spinsero, si strinsero, si appiccicarono alla collina e infine l'antichissimo castello con torre e chiesa nelle sue solide mura merlate, si erse al di sopra di un fitto garbuglio di vicoli di ebrei, vicoletti di ebrei e botteghe di ebrei.
Se cammini lungo la strada principale di questa città di ebrei, la "Via Larga", giungi a una casa che dall'esterno non si distingue affatto dalle case vicine. Se però, dopo aver attraversato il corridoio stretto e semibuio, entri nel cortile intorno al quale, come tutte le altre, è costruita questa casa, ti trovi di fronte a una costruzione bassa ma spaziosa e ricoperta da un tetto di legno, e ti rendi conto subito, per via della lunga fila di grandi e tetre finestre, che non si tratta di una abitazione ma di un luogo di riunioni. Apri la porta e vedi una sala: le pareti sono macchiate e le travi del soffitto affumicate. Nella parte più grande della costruzione, al primo piano sopra al quale di innalza solo una soffitta, ha abitato, al tempo delle guerre napoleoniche, il Veggente, rabbi Jaqov Jizchaq, e la costruzione era il luogo della sua "clausura", dove, insieme ai suoi, pregava e studiava. Essi non partecipavano né al servizio divino né allo studio nella sinagoga principale: erano chassidim, "devoti" e, come per le altre numerose comunità chassidiche, strettamente raccolti intorno al loro perno, il rabbi. Allontanati dall'ordinamento ufficiale, dal quale essi stessi si mantenevano lontani, da questa distanza si battevano per conquistare le anime delle giovani generazioni.

© 1999, Ugo Guanda Editore


L'autore
Martin Buber (Vienna 1878 - Gerusalemme 1965) è uno dei maggiori rappresentati del pensiero ebraico contemporaneo. I suoi scritti si dividono tra narrativa ed esegesi e in particolare vertono sulla cultura degli chassidim la corrente mistica ebraica di origine popolare nata nel XVIII secolo in Europa Orientale. Tra i libri editi in Italia: Discorsi sull'ebraismo, L'io e il tu, L'eclissi di Dio, La leggenda del Baal-Shem, Racconti chassidici, Le storie di Rabbi Nachman.



Luca Doninelli
La nuova era

"L'esperienza scava, allunga le sue braccia nel terreno che sta sotto i nostri piedi, e prima o poi trova una mano da stringere, o un collo da sgozzare."


Il dolore di un'epoca racchiuso in un romanzo: questo è ciò che ci comunica La nuova era di Luca Doninelli. Ogni uomo ha la sua tragedia e la si può leggere in uno sguardo, in un sorriso, in qualche gesto che sfugge al controllo. È possibile riconoscere negli altri questo attimo di verità solo dopo aver attraversato la sofferenza, qualcosa di autentico che sappia penetrare e colpire come un coltello. Il protagonista del romanzo, un professore universitario, che ha molto successo con le donne e che ne è sempre sessualmente attratto, vive un'esistenza "normale". La sua vita familiare è in quel periodo dominata dalla malattia della madre, dall'esigenza di accudirla in ospedale e dai rapporti non facili con la sorella che lo considera inadempiente ai suoi doveri filiali. Ha una giovane amante, una ricercatrice che, un po' alla volta si scoprirà innamorata di lui. Una professione che pratica con serietà e cura, che gli dà stima e ammirazione sociale. Un giorno una studentessa, di nome Chiara, gli fa leggere i racconti che ha scritto, banali e infantili, vagamente new age, dietro ai quali però il professore intravede qualcosa che lo turba, così come nella ragazza intuisce qualcosa di doloroso a cui vorrebbe sfuggire. Il rapporto con Chiara (anche quello sessuale), non farà che confermarglielo. C'è un segreto in lei che, solo con l'inganno, riesce a scoprire: Chiara ha il corpo devastato da cicatrici e tatuaggi, per questo, nemmeno nei momenti più intimi, rifiuta di spogliarsi. Ama un ragazzo violento, che sfoga sul corpo di lei tutta la sua aggressività e la sua frustrazione. Umiliata e usata, Chiara ha trovato nella consolatoria religiosità new age, prospettatale dalla dottoressa che l'aveva fatta abortire in passato, un significato alla sua sofferenza, tanto che tra i tatuaggi osceni che la devastano non mancano degli angeli che, a suo parere, la proteggono.
Un ultimo evento, una gravidanza da lei cercata per donare al suo "principe azzurro" un figlio concepito da un uomo per cui prova stima e ammirazione, viene tragicamente interrotta. A quel punto il razionale professore decide, senza alcun tentennamento, di uccidere il balordo a cui Chiara aveva donato il suo corpo, e ciò che in lei stava crescendo, per ristabilire "ordine" in quel caos. Ma non è questo delitto l'elemento centrale del romanzo, anzi. Scrive Tiziano Scarpa su Alias, "anche Luca Doninelli gira per Milano con una Smith & Wesson", e quello che vorrebbe uccidere è la malefica cultura che domina la città e la nostra epoca: falso spiritualismo e violenza estrema, religiosità orientale e pulsioni sadomasochistiche. Un'epoca caotica, in cui ciò che è agli antipodi si confonde e si mescola lasciando dietro di sé solo dolore.


La nuova era di Luca Doninelli
Pag. 155, Lire 22.000 - Edizioni Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 88-11-66183-8


Le prime righe

1.

Una mattina tra novembre e dicembre, mentre raccoglievo le carte dalla cattedra per rimetterle nella valigetta, venne da me una ragazza che disse di chiamarsi Chiara. Alzai gli occhi e le rivolsi un sorriso di circostanza, ma subito mi resi conto di non averla mai vista.
"Lei è iscritta al mio corso?".
Disse di aver seguito tutte le mie lezioni, e intanto mi mostrava un quadernetto ad anelli rigonfio di fogli. I miei occhi si soffermarono sulla copertina di cartone duro, che era rosa a cuoricini rossi, tutta consumata agli angoli. Un'etichetta sudicia recava il nome "Chiara V." e, sull'angolo in alto a destra, la parola "ciao!!!!" scritta con una penna color verde fluorescente e sottolineata tre volte. I fogli non erano bianchi, ma di un rossiccio pallido, e profumavano di caramelle alla frutta. Poiché la biro blu di Chiara perdeva, spesso l'inchiostro attaccava una pagina all'altra. La scrittura era rotonda, un po' adolescenziale, certamente impropria per una ventitreenne. Lessi due frasi che mi parvero sciocche, ma ricordai a quale lezione si riferivano, anche se non le avevo mai pronunciate a quel modo. Presentandomi quel quadreno, Chiara voleva dimostrarmi di avere frequentato diligentemente il mio corso, e questa era la premessa per un'altra richiesta che però io non intendevo soddisfare.
Non era una brutta ragazza. Era alta e molto magra, i capelli corti neri tagliati a maschietto e due grandi occhi neri sentimentali. Eppure non l'avevo mai notata, e non capivo perché. Forse perché c'era in lei, nonostante quel po' di grazia, un che di modesto, che i miei occhi rifuggivano.
"Non posso leggere gli appunti degli studenti", dissi. "Non ho tempo, mi deve scusare".
"Non volevo che li leggesse", rispose. "Volevo solo mostrarle il mio quaderno".
Mi guardò perplessa, poi aggiunse un sorriso aggraziato, studiato con cura. Vidi subito passare in quel sorriso la sua vita disperata, ma feci finta di nulla, perché non volevo conoscere quella vita.

© 1999, Garzanti Libri s.p.a.


L'autore
Luca Doninelli è nato a Leno nel 1956. È uno dei più interessanti narratori italiani e gli sono stati dati numerosi riconoscimenti: il Premio Selezione Campiello e il Premio Città di Catanzaro per Le decorose memorie, il Premio Grinzane Cavour Narrativa Italiana per La verità futile. Il suo ultimo romanzo è Talk Show.



Linn Ullmann
Prima che tu dorma

"A volte mi domando: quand'è che finisce un matrimonio?
Di sicuro accade molto prima che i coniugi riconoscano che è finita, che è venuto il momento i separarsi e poi decidano di divorziare."



Una giovane donna di nome Karin e un bambino, un grande letto in cui i due stanno sdraiati, in attesa di una telefonata. La telefonata non arriva: è Julie, mamma del bambino e sorella di Karin, che deve chiamare, ma l'attesa sta diventando troppo lunga e per far passare il tempo bisogna parlare, raccontare, ricordare... Inizia così il "racconto della famiglia": la prima, lunga sequenza è il matrimonio di Julie. La scrittura della Ullmann, così essenziale e diretta, presenta varie scene dal matrimonio. La sposa col suo abito, forse troppo importante, il padre un po' a disagio in quell'atmosfera formale, la bella madre, fatua e distratta, la perfida zia pronta a scagliare le sue parole velenose su tutti, lei stessa impegnata nella seduzione di un uomo appena sconosciuto. Scene che si sovrappongono, personaggi che si costruiscono a mano a mano che li si osserva agire, ricomposizione dell'atmosfera di una famiglia che non è stata capace di amarsi. Dal giorno delle nozze, evento momentaneamente unificante nella vita di un nucleo familiare frammentato, si passa poi a guardare, dopo qualche anno, ciò che resta di quel matrimonio.
Incomunicabilità, silenzio ostile, tradimenti, grandi pietre che separano i due sposi e che non possono essere smosse dal centro del loro letto nuziale. Ogni sentimento, ogni emozione, sembra spezzarsi contro il muro di solitudine da cui tutti i personaggi sono circondati, ma la sofferenza che ne deriva è tollerabile o per lo meno tollerata, dopo i primi sussulti. Unica figura vitale è, nella memoria, il nonno, così "americano", così forte e allegro, ed è il suo funerale che rappresenta, in modo quasi simmetrico, la conclusione del romanzo. E Karin, la narratrice? Per lei c'è l'impossibilità di costruire un rapporto stabile, un contatto che non sia il momentaneo incontro con il corpo di uomo. Ma possiede la memoria e la capacità di riconoscere fin dall'inizio la fragilità dei sentimenti, soprattutto sa provare una tenera pietà per sé e per tutti quelli che la circondano e che non hanno saputo amarla.
Forse a quel bambino può confidare qualche segreto e con lui mettere al riparo, per un futuro diverso, lo scrigno dei propri ricordi.


Prima che tu dorma di Linn Ullmann
Titolo originale: F-r du sovner

Traduzione di Pierina M. Marocco
Pag. 284, Lire 29.000 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-46154-3


Le prime righe



Sander è silenzioso. È silenziosa anche Karin. Già questo dovrebbe far capire che qualcosa non va, perché di solito Karin parla in continuazione. Ma tutto tace quando due persone, sdraiate sul letto nel cuore della notte, aspettano una telefonata che non arriva. Sentono la sveglia sul comodino, che anziché ticchettare emette una specie di ronzio; lo scricchiolio delle pareti; il vento e la neve che sferzano i vetri; il vicino insonne nell'appartamento accanto, che spegne la radio e si appresta a tornare a letto.
Karin ha promesso a Sander che potrà restare sveglio fino a quando Julie telefonerà per dargli la buonanotte.
Sander ha sette anni e mezzo.
Julie avrebbe dovuto telefonare molte ore fa.

In questo momento Karin e Sander sono distesi uno accanto all'altra, molto vicini. Dal piumino spuntano soltanto i loro visi e qualche ciuffo di capelli. A volte Karin gli racconta una fiaba. È quello che sta facendo adesso.
Vuoi sapere una cosa, Sander?
Cosa?
Ti ricordi la foto del tuo bisnonno con la sua famiglia davanti al monumento di Queens? Davanti a Cupaloy, la capsula del tempo? Ti ricordi che abbiamo parlato degli oggetti racchiusi nella capsula, nascosti sottoterra, e che nessuno dovrà disseppellire prima che siano trascorsi cinquemila anni?
Sì.
Là dentro c'è anche una fiaba.
Sottoterra?
Sì.
E perché?
Probabilmente quelli che hanno sotterrato la capsula volevano che chi la tirerà fuori nel 6939 ci trovi qualcosa da leggere ai suoi bambini.
E tu puoi leggermela?
Con una carezza, Karin gli scosta i capelli dagli occhi.
Non ho bisogno di leggerla, la so a memoria.

© 1999, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


L'autrice
Linn Ullmann è nata nel 1966 a Oslo, e nel 1985 si è trasferita a New york per studiare letteratura alla New York University. Dopo la laurea, nel 1990 è tornata a oslo, dove lavora come giornalista. Dal 1993 è critico letterario di "Dagbladet", uno dei più importanti quotidiani norvegesi. Questo è il suo romanzo d'esordio.



Martin Winckler
La malattia di Sachs

"Credo che scrivere, per un medico come per chiunque altro, voglia dire prendere la misura di ciò che non ci si ricorda, di ciò che non si tiene a mente. Scrivere vuol dire tentare di tappare i buchi del reale sfuggente con pezzetti di spago, fare nodi in veli trasparenti sapendo che altrove si strapperanno. Scrivere è qualcosa che si fa contro la memoria e non con essa. Scrivere è misurare la perdita."


Qual è il vero scopo di un medico? Curare gli ammalati, senza dubbio, ma anche sostenere chi è loro vicino (difendendoli magari un po' dagli egoismi dei parenti sofferenti...), capire i problemi delle famiglie, suggerire soluzioni, consigliare chi non ce la fa più, avere pazienza con chi ha paura. Insomma un medico che voglia davvero chiamarsi tale e non tradire la propria vocazione (se è stata sincera) deve essere contemporaneamente psicologo, assistente sociale, amico, difensore, insomma, forse troppo. Nello studio medico del dottor Bruno Sachs (in un paesino francese), come in tutti gli studi medici del mondo, arriva un'umanità varia, talvolta "furba", il più delle volte sofferente. Il dottor Sachs è disponibile per tutti, scrupoloso e attento. Ha saputo negli anni guadagnare la fiducia dei suoi pazienti e la loro stima. Ed è proprio la testimonianza dei pazienti che leggiamo capitolo dopo capitolo. Si susseguono brevi descrizioni di visite, di rinnovi, di richieste di certificati, tutti raccontati in prima persona, con i timori, le angosce, le speranze che ogni malato sente quando entra nello studio del proprio dottore. La figura di Sachs ne esce come vincente dal punto di vista umano e perdente da quello medico, perché nessun uomo che svolga questa professione può contare solo vittorie contro la malattia e il dolore che tenta di eliminare. In alcuni momenti anche la sua voce si unisce a quella di tutte le altre voci narranti, lamentando la propria impotenza, lottando contro il modo tradizionale di esercitare la professione medica, contro i tanti ostacoli che si frappongono fra il suo desiderio di essere utile e la realtà.
È un libro sulla sofferenza, sul dolore, ma non è privo di pagine sarcastiche, di ironia e disincanto. È il dramma di un uomo che vuole farsi carico di tutte le sofferenze che incontra negli altri e alla fine non sa se le sue spalle potranno reggere quell'immenso peso.
Daniel Pennac ha scritto: "Ma chi si mette a leggere una roba così? È quello che ci si dice, mettiamo, durante le prime dieci pagine. E poi, dall'undicesima, sappiamo che il lettore introvabile siamo noi, e che non lo lasceremo più fino all'ultima parola".


La malattia di Sachs di Martin Winckler
Titolo originale dell'opera: La maladie de Sachs

Traduzione dal francese di Yasmina Melaouah
488 pag., Lit. 35.000 - Edizioni Feltrinelli (I Narratori / Feltrinelli)
ISBN 88-07-01559-5


Le prime righe

PROLOGO


È un vecchio edificio a un piano, al centro di un cortile asfaltato.
Sul muro esterno, vicino al portone arrugginito, una targa in acciaio spazzolato annuncia:

DOTTOR BRUNO SACHS
Medicina generale


La porta che dà sulla strada, dalla vernice verde scuro scrostata, è socchiusa. In fondo all'ingresso, le parole "Sala d'attesa" sono state dipinte con lo stampino su una porta di legno grezzo, al di sopra di un cartoncino sul quale compaiono - scritti con mano precisa in caratteri rossi, azzurri, verdi e neri -, gli orari di visita. A sinistra sale una scala vetusta.
Come mi consiglia una piccola insegna di metallo, suono ed entro.

La sala d'attesa è una grande stanza con il pavimento a piastrelle, fresca, luminosa e con i soffitti alti. Le pareti sono tappezzate di carta da parati azzurra a righe blu.
Di fronte all'ingresso, sul lato che dà sul giardino, alcune sedie circondano un tavolo basso coperto di riviste. Saluto con un mormorio le persone presenti e mi siedo.
Sul lato che dà sul cortile c'è una grande scrivania di legno, massiccia e impersonale, con sopra una pianta in vaso. Alla mia destra, un uomo in camicia a maniche corte, pantaloncini e scarpe da ginnastica, legge un quotidiano. Alla mia sinistra, una donna di mezza età parla sottovoce a un'adolescente i cui occhi rimangono fissi a terra. Più in là, vicino alla porta di comunicazione dotata di un groom automatico, una giovane donna con il pancione, stravaccata su una sedia, tiene d'occhio con uno sguardo stanco due bambini di tre o quattro anni. La femmina - la più grande, apparentemente - gioca alla maestra con una schiera di peluche sistemati su una piccola panca di legno dipinta di rosso. Il fratellino, seduto sul grande quadrato di moquette che copre quell'angolo della stanza, impila cubi con aria imbronciata.

© 1999, Giangiacomo Feltrinelli editore


L'autore
Martin Winckler è un medico quarantenne che ha esercitato la professione di internista fino al 1993. Da quella data in poi si è dedicato alla scrittura, mantenendo solo un'attività in un centro di ortogenia e pianificazione familiare. La malattia di Sachs (suo secondo romanzo) ha avuto in Francia un successo straordinario.


A cura di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




1 ottobre 1999